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UNA CITTÀ n. 183 / 2011 Aprile

Articolo di Micol Briziobello

LETTERA DALLA TUNISIA

Dopo quasi dieci giorni trascorsi in Italia, ieri sera sono rientrata a Tunisi. Paradossalmente ho scelto di viaggiare in nave percorrendo la stessa rotta di tante carrette del mare. Mi sentivo in colpa a guardare il mare dall’alto della mia nave e non riuscivo a soffermarmi troppo sull’acqua per paura di trovare qualche corpo galleggiante. Suggestione forse, ma è comunque realtà.
Arrivata a destinazione in tarda serata, ho appreso che Hassen, uno dei ragazzi del quartiere che spesso faceva capolino nella corte di casa, si è imbarcato come harraga, clandestino, verso Lampedusa. Per fortuna è arrivato e sta bene. Sono sobbalzata quando ho saputo che era partito anche lui dopo Kaskous, salpato qualche settimana fa e già uscito dal centro di Manduria. Per la seconda volta potevo dare un volto e associare una storia a uno dei tanti ragazzi che ho visto in tv, di cui ho sentito tanto parlare in Italia, ma che restano al di fuori della reale quotidianità di tante persone che ne parlano. Hassen e Kaskous li vedevo quasi ogni giorno, invece.
Mi ha fatto male sapere che entrambi abbiano sfidato il mare rischiando di perdere tutto, anche se quel tutto si traduce in poco di materiale, dato che non avevano né lavoro né aspettative, almeno nell’immediato. Probabilmente Hassen sarà rimpatriato perché si è imbarcato dopo che l’Italia ha firmato gli accordi con la Tunisia in materia di immigrazione. Ma io non posso non pensare ad Hassen e a Kaskous quando rientro a casa passando per gli stretti vicoli vicino alla Kasbah. Entrambi sono più giovani di me, e io non ho ancora trent’anni.
In molti mi hanno chiesto, e mi chiedono ancora, perché la gente non voglia restare se la rivoluzione è riuscita e Ben Ali ormai non c’è più. Alle mie orecchie, la domanda sembra banale e forse illogica, ma mi rendo conto di come la complessità delle problematiche che la Tunisia sta affrontando, e che dovrà affrontare, non arrivi facilmente oltremare. Credo che la Tunisia stia vivendo un momento molto critico, di forte instabilità politica e sociale. Ci vorrà moltissimo tempo prima che la famigerata transizione democratica di cui tutti parlano possa prendere forma, ammesso che la popolazione sia d’accordo. La sicurezza del paese e la stabilità, punti di forza di cui la Tunisia poteva vantarsi su moltissimi altri Paesi in via di sviluppo, è venuta meno. Scioperi, scippi e atti di vandalismo sono all’ordine del giorno in ogni quartiere. Oggi la città era invasa dall’odore di putrefazione a causa dello sciopero degli spazzini: da giorni l’immondizia prolifera senza controllo agli angoli delle strade. C’è chi, per far fronte al problema, ha deciso di bruciare i sacchetti della spazzatura causando danni ben peggiori. La microcriminalità è attivissima a discapito di una polizia quasi del tutto assente, nonostante nelle vie del centro siano ancora schierati i vecchi carrarmati circondati dal filo spinato.
Attualmente i partiti sono 51 e la scorsa settimana è stata organizzata una manifestazione contro l’operato del Governo, che sembra nasconda ancora molti membri del partito di Ben Ali e continui a sostenere la sua politica. I dibattiti e le discussioni più frequenti riguardano questioni di carattere sociale, come la gestione della religiosità in una Tunisia che si vorrebbe laica, mantenendo però salda la cultura musulmana. Comprendendo il dialetto tunisino, con discrezione e curiosità, mi soffermo spesso ad ascoltare la gente in strada. Le questioni sono sempre legate al velo, a come deve essere la foto da presentare sul documento, a come le forze dell’ordine si debbano comportare con le donne che lo indossano, integrale o meno che sia, alla possibilità di indossarlo nelle istituzioni pubbliche, alla possibilità di pregare. La scorsa settimana sembra che, casualmente, una donna stesse pregando in centro, vicino al Ministero dell’Interno e le forze di polizia, contrariate, le abbiano chiesto di non pregare in strada. In men che non si dica è scoppiata una rissa tra i passanti, sostenitori delle libertà personali di ciascun individuo e la polizia che, per mantenere l’ordine pubblico, e per motivi di sicurezza, non poteva essere favorevole.
Ci si muove davvero sulla lama del rasoio e la situazione è molto precaria perché la società tunisina si trova, per la prima volta, ad affrontare questioni sociali che segneranno la Tunisia di domani. Credo che il problema non sia tanto legato all’influenza degli estremisti islamici alle prossime elezioni, quanto, piuttosto, a come analizzare quel che accade, a come collocarsi e riorganizzare una società che tende all’Occidente ma che è ancora saldamente ancorata all’Islam, vissuto privatamente da ogni musulmano nelle più svariate sfaccettature quotidiane. Fin quando non ci sarà una minima stabilità politica, sarà impensabile provvedere alle riforme economiche e sociali, all’istruzione, alla disoccupazione e ai problemi reali del paese. Mi viene in mente la famosissima frase finale del film L’Odio di Kassovitz: "Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: ‘Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene’. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio”.
Micol Briziobello

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