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UNA CITTÀ n. 180 / 2011 Dicembre 2010-Gennaio 2011

Articolo di Giulio Alfredo Maccacaro

IL CAMPANILE DI CODOGNO
Reprint

Non avevo più che cinque anni quando per la prima volta, vidi un uomo in cima al campanile. Poteva essere un fabbro campanaro, ma io non sapevo nemmeno il significato di queste e altre parole. Io credevo che le torri delle chiese crescono sulla terra come alberi di pietra finché gli angeli vi appendono le campane. Così la presenza improvvisa di un uomo mi lasciò a bocca aperta. Ma presto scomparve dalla vista ed io corsi a chiederne a mia madre: le chiesi cosa quell’uomo avesse mai fatto e veduto e mia madre rispose di aver saputo che quell’uomo aveva guardato da ogni parte ed aveva visto che il mondo è, tutt’in giro, perfettamente rotondo e che ciò prova, oltre ogni dubbio, come di questo mondo Codogno sia l’esattissimo centro. Tale risposta mi parve subito assolutamente chiara e convincente, come tutte quelle che la mamma, anche maestra, dava alle mie domande. Perciò desiderai moltissimo essere quell’uomo per andare sul campanile e dal centro del mondo vederne la rotondità più che perfetta. Ma la mamma disse che non si poteva, neanche pensarci, senza il permesso del Prevosto e che questo permesso, se proprio lo volevo, avrei dovuto chiederlo io stesso. A quel tempo il Prevosto era monsignor Grossi: un anziano sacerdote, di pingue forma e candidissimi capelli, che ispirava grande soggezione. Almeno a me, quando lo vedevo passare per la processione del Corpus Domini con i parametri, l’ostensorio, il baldacchino, la banda, l’incenso e tutto il resto. Ma anche quando, di rado, attraversava la piazza, in mezzo alla gente, un po’ curvo in avanti, con una mano dietro la schiena a sostenere una mantella nera tutta foderata di rosso. Rossi o cremisi erano pure il gran fiocco del cappello e le calze che si vedevano nelle scarpe, a fibbia, di vernice: a me queste calze cremisi facevano una grandissima impressione, ancora più del fiocco e del mantello. Monsignor Grossi veniva a scuola, una volta all’anno, a interrogarci in religione e la maestra ne era più agitata di noi. Insomma, era un personaggio questo Prevosto che soleva dire «Agitur de centesimo, ergo de re gravi» ed io non ebbi mai il coraggio di chiedergli il permesso di andare in cima al campanile. E quando ce ne fu un altro ormai ero un altro anch’io. Comunque non dubitai minimamente, per tutti gli anni della mia ostinata innocenza, che il mondo fosse rotondo e che Codogno stesse propriamente nel suo centro. Anzi, mi ero fatto l’idea che la nostra circonvallazione contenesse, se non proprio tutto il mondo, certamente la sua parte più importante e con essa tutti gli uomini e le cose che contano. Un giorno di quell’inverno in cui imparai a leggere andavamo -la mamma, una pentola di rame ed io- verso un calderaio che aveva bottega e officina agli inizi della strada per Mulazzana. Da quella parte di Codogno c’era allora non so se una segheria o una legneria di tale Marconi ed io quel giorno fui capace per la prima volta di leggerne il nome dipinto a grandi lettere sul muro: così chiesi a mia mamma di accompagnarmi dentro a vedere la radio. Ma la mamma sorrise e continuò a camminare con me e con la pentola di rame mentre io continuavo a credere che anche l’inventore del telegrafo senza fili appartenesse a questo nostro mondo dai confini un po’ misteriosi come sono, appunto, i confini di un universo. Là verso oriente, sul viale che conduce dal Vecchio Ospedale, al Cimitero, alla cripta sotterranea della Madonna sentivo il mistero della malattia e della morte, di questa vita e di un’altra. Al cimitero mi accompagnavo spesso per vedere, nelle fotografie tombali di ceramica, il volto dei nonni che non avevo conosciuto. E, per questo verso, mi sembrava il cimitero, un altro rione del paese, abitato dal silenzio e dall’affetto. Ma, per un altro, lo sentivo come luogo di eventi strani e tenebrosi, tra i quali un bambino non potesse avventurarsi da solo. La sua cinta e il suo ingresso erano molto... [ continua ]

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