









Lettere dall'Inghilterra
di Belona Greenwood
Lettere dalla Cina
di Ilaria Maria Sala

"Sono, queste di Ilaria Maria Sala alla redazione di "Una città”, delle vere lettere ad amici, in cui racconta e si racconta. Racconta le sue giornate e le sue esperienze in un tono molto familiare. Ma le sue pagine ci fanno scorgere una Cina vera, con la sua gente (gli Han, ma anche gli Uiguri e i Tibetani e gli altri), e il continuo muoversi velocemente di uomini e donne in città sempre più grandi. Forse quella che cresce di meno fra tutte è proprio Hong Kong, il cui espandersi è limitato da confini fisici, geografici. Città più tranquilla, e ancora oggi più libera: per questo, probabilmente, Ilaria ha scelto di viverci". Continua qui.
internazionalismo

UNA CITTÀ n. 166 / Giugno-Luglio 2009
Articolo di Enzo Nicolodi
LA RIVOLUZIONE E' COMINCIATA...
Diario di viaggio in Iran alla vigilia delle elezioni. Di Enzo Nicolodi.
Il cielo sopra Teheran di giorno scompare in un velo di luce e smog, per risplendere la sera tra raggi di sole che precipitano a terra attraverso dense nubi. Pochi guardano verso il cielo di giorno qui a Teheran, impegnati come sono a sopravvivere tra il traffico caotico e la folla brulicante dei bazar oppure per non incrociare lo sguardo inquisitore degli ayatollah che si stacca dai grandi cartelloni posti in giro per la città. E’ la notte che schiude gli alti portoni delle case mentre ombre furtive si trasformano, dentro salotti e giardini, in liberi spiriti. Capelli sciolti, abiti colorati, musica e qualche bicchiere di vodka con sciroppo di ciliegie. Racconti e chiacchiericci tra zuppe di orzo e kebab di agnello. Scivolo per le strade della zona nord di Teheran su un taxi Peugeot 405 di fabbricazione iraniana. Lascio la folla ed i clacson assillanti per la zona buona, quella a ridosso delle montagne. Qui fa più fresco, più verde, meno caos e edifici circondati da alte mura a tutela della privacy nell’unico luogo veramente libero della Persia: il proprio appartamento.
Vengo accolto con simpatia, servito come un ospite di riguardo. Un amico comune in Italia, medico iraniano, basta come lasciapassare ed il resto è racconto di una e tante vite che scorrono in questo paese meraviglioso. "Noi non andiamo a votare da tempo, non c’è libertà in questo paese, se non sei vicino agli islamici non puoi candidarti ed i quattro attuali sono solo espressione della oligarchia che domina il paese”. Sono in molti a pensarla così in Iran oggi, anche se pare che le nuove generazioni siano mosse da una voglia irrefrenabile di cambiamento. Ma l’Iran non è Teheran e Teheran non è l’Iran! La voglia di cambiare si sente anche a Esfahan, la città famosa per la sua stupenda piazza e ricca di architetture pregiate, di ponti impreziositi da archi e portici che uniscono, in estate, le sponde di un fiume senz’acqua. La città che pare aver tradito il Presidente per appoggiare il nuovo riformismo di Moussavi. Lo si nota al bazar, i commercianti espongono i manifesti di Moussavi, partecipano alle discussioni… "No, Ahmadinejad non va bene. Parla sempre di guerra e noi vogliamo la pace. L’economia non va bene e non si vedono soluzioni” mi sussurra, con un sorriso, un panciuto commerciante dal suo negozio di stoffe ed abiti coloratissimi, circondato da un gruppo di donne in nero indaffarate a immergersi nei colori e nelle trame dei tessuti.
La rivoluzione è cominciata. E’ lenta e progressiva. Sottotraccia. Passa attraverso le ciocche dei capelli delle ragazze che sbucano dagli hijab (foulard) a loro volta sfrontatamente colorati ed a trame variegate. Ma anche dalle tuniche strette ai fianchi che lasciano intuire le curve del corpo femminile, ed i colori delle stesse tuniche sempre più in fuga dal nero classico e prescritto dal regime islamico. Poi le scarpe a volte colorate, altre volte con tacchi azzardati ed infine i visi, l’unica parte che una donna fa vedere, che quindi la rende unica e distinguibile ed allora ecco il trucco a valorizzare gli occhi, le labbra, il naso (pare che si stia diffondendo l’abitudine a rifarsi il naso). E nei bazar tele colorate, abiti succinti e scintillanti accanto ai tradizionali chador neri e coprenti. Una voglia di cambiamento nei gesti, negli atteggiamenti, nei sorrisi agli stranieri nel continuo "Where are you from? Do you like Iran? We love Italy…”.
Ma Teheran non è l’Iran e non lo è neppure Esfahan. Al Bazar di Yazd due donne, una con una tunica impreziosita da disegni color nero e senape, ha il viso coperto da una maschera facciale, l’altra, in nero, è velata fino sugli occhi. Lame di luce tagliano da est il portico del bazar, i mercanti chiamano agli acquisti ed i colori sgargianti delle tele di seta spezzano il tetro paesaggio percorso da anime nere che si mischiano ai pochi hijab rutilanti portati con disinvoltura da giovani studentesse. Yazd, la città che si affaccia sul deserto. La città delle torri a vento, antico sistema naturale di refrigerazione delle case. Alle sue porte un caravanserraglio offre riparo a chi vuole provare l’esperienza di una notte nel deserto…
Sono stanco della cucina nazional-turistica iraniana basata sul kebab di pollo o agnello con riso, chiedo a Ghadim di portarmi dove possiamo mangiare un piatto semplice e tipico dell’Iran. Per vicoli e strade laterali, accecati dal sole del mezzogiorno, ci infiliamo in una stanza con quattro tavoli e poche sedie. Due anziani signori parlottano tra di loro e con Ghadim, scompaiono in un portone a fianco l’entrata e dopo poco sopraggiungono con delle scodelle piene di brodo e dei piatti con sopra una specie di porridge verdastro e denso fatto con fagioli ed altri legumi. Pane (anun) a volontà ed una bottiglia di acqua. Disi, si chiama questo piatto carico di proteine vegetali ed animali, è il piatto di chi lavora. Si mette la densa salsa verde sul pane con cui si fa una specie di cannolo, lo si addenta e lo si trangugia con una sorso di brodo di pollo arricchito da uovo e spezie. Per chi vuole, yogurt a volontà.
Il 4 giugno è l’anniversario della morte di Khomeini. Festa nazionale. Qualche milione di iraniani affollano a Teheran il mausoleo in costruzione sulla strada che dall'aeroporto porta alla città.
Dappertutto folla, famiglie e bambini, ragazze e ragazzi affollano giardini e luoghi turistici.
A Kashan, città famosa per i tappeti e per l’acqua di rose, sono i giardini ad attirare migliaia di iraniani. La cultura dei giardini in Iran è davvero sorprendente: da quello desertico di Mahan a quello delle rose di Shiraz fino a questo di Kashan. Fontane zampillanti, laghetti, melograni fioriti, e pini ed abeti. Oasi di pace e meditazione, luoghi di poesia, tanto cara ai persiani orfani del grande poeta Hafez, sulla cui tomba, a Shiraz ancora oggi giovani studentesse leggono le sue liriche dedicate all’amore.
Battono le 20 ed il giardino chiude, usciamo nella folla e al margine della strada che ci porta in città scorgiamo una strana agitazione: una mucca sulla strada, la gola squarciata, un lago di sangue e gente eccitata, urla e tentativi di tirare la vacca... Ghadim racconta che alcuni membri di una famiglia benestante di Kashan erano tornati dal pellegrinaggio alla Mecca uno dei cinque impegni del buon musulmano. Per festeggiare il pellegrinaggio assolto ed il buon ritorno avevano giustiziato una vacca da arrostire ed offrire alla festa che da lì a poco sarebbe seguita.
Il regime iraniano è strano: siamo abituati ad avere regimi visibili invece qui pare invisibile... un regime ha la polizia e l’esercito per le strade a controllare tutto e tutti ed invece qui nulla sembra quasi che non ci siano apparati dello Stato... solo un silenzio politico assordante nel caos quotidiano delle città iraniane..... qualcuno ha scritto che "l’Iran non è una democrazia ma non è neppure una dittatura”.. Spiego a Ghadim che non vedo nessuno che controlla cosa avviene nella società e che da noi in democrazia capita che la polizia ed ora anche esercito e ronde pattuglino le strade: "Da voi chi controlla?”, chiedo. "Beh, gli islamici controllano tutto, hanno imposto regole come quelle dell’uniforme alle donne. Non si vedono, sono come tutti gli altri, ma se qualcuno sgarra si fanno vedere”. Parole premonitrici.
Ghadim parla poco in inglese ed io meno di lui così rompiamo il silenzio con il cd di un gruppo iraniano che incide in America...
Vengo accolto con simpatia, servito come un ospite di riguardo. Un amico comune in Italia, medico iraniano, basta come lasciapassare ed il resto è racconto di una e tante vite che scorrono in questo paese meraviglioso. "Noi non andiamo a votare da tempo, non c’è libertà in questo paese, se non sei vicino agli islamici non puoi candidarti ed i quattro attuali sono solo espressione della oligarchia che domina il paese”. Sono in molti a pensarla così in Iran oggi, anche se pare che le nuove generazioni siano mosse da una voglia irrefrenabile di cambiamento. Ma l’Iran non è Teheran e Teheran non è l’Iran! La voglia di cambiare si sente anche a Esfahan, la città famosa per la sua stupenda piazza e ricca di architetture pregiate, di ponti impreziositi da archi e portici che uniscono, in estate, le sponde di un fiume senz’acqua. La città che pare aver tradito il Presidente per appoggiare il nuovo riformismo di Moussavi. Lo si nota al bazar, i commercianti espongono i manifesti di Moussavi, partecipano alle discussioni… "No, Ahmadinejad non va bene. Parla sempre di guerra e noi vogliamo la pace. L’economia non va bene e non si vedono soluzioni” mi sussurra, con un sorriso, un panciuto commerciante dal suo negozio di stoffe ed abiti coloratissimi, circondato da un gruppo di donne in nero indaffarate a immergersi nei colori e nelle trame dei tessuti.
La rivoluzione è cominciata. E’ lenta e progressiva. Sottotraccia. Passa attraverso le ciocche dei capelli delle ragazze che sbucano dagli hijab (foulard) a loro volta sfrontatamente colorati ed a trame variegate. Ma anche dalle tuniche strette ai fianchi che lasciano intuire le curve del corpo femminile, ed i colori delle stesse tuniche sempre più in fuga dal nero classico e prescritto dal regime islamico. Poi le scarpe a volte colorate, altre volte con tacchi azzardati ed infine i visi, l’unica parte che una donna fa vedere, che quindi la rende unica e distinguibile ed allora ecco il trucco a valorizzare gli occhi, le labbra, il naso (pare che si stia diffondendo l’abitudine a rifarsi il naso). E nei bazar tele colorate, abiti succinti e scintillanti accanto ai tradizionali chador neri e coprenti. Una voglia di cambiamento nei gesti, negli atteggiamenti, nei sorrisi agli stranieri nel continuo "Where are you from? Do you like Iran? We love Italy…”.
Ma Teheran non è l’Iran e non lo è neppure Esfahan. Al Bazar di Yazd due donne, una con una tunica impreziosita da disegni color nero e senape, ha il viso coperto da una maschera facciale, l’altra, in nero, è velata fino sugli occhi. Lame di luce tagliano da est il portico del bazar, i mercanti chiamano agli acquisti ed i colori sgargianti delle tele di seta spezzano il tetro paesaggio percorso da anime nere che si mischiano ai pochi hijab rutilanti portati con disinvoltura da giovani studentesse. Yazd, la città che si affaccia sul deserto. La città delle torri a vento, antico sistema naturale di refrigerazione delle case. Alle sue porte un caravanserraglio offre riparo a chi vuole provare l’esperienza di una notte nel deserto…
Sono stanco della cucina nazional-turistica iraniana basata sul kebab di pollo o agnello con riso, chiedo a Ghadim di portarmi dove possiamo mangiare un piatto semplice e tipico dell’Iran. Per vicoli e strade laterali, accecati dal sole del mezzogiorno, ci infiliamo in una stanza con quattro tavoli e poche sedie. Due anziani signori parlottano tra di loro e con Ghadim, scompaiono in un portone a fianco l’entrata e dopo poco sopraggiungono con delle scodelle piene di brodo e dei piatti con sopra una specie di porridge verdastro e denso fatto con fagioli ed altri legumi. Pane (anun) a volontà ed una bottiglia di acqua. Disi, si chiama questo piatto carico di proteine vegetali ed animali, è il piatto di chi lavora. Si mette la densa salsa verde sul pane con cui si fa una specie di cannolo, lo si addenta e lo si trangugia con una sorso di brodo di pollo arricchito da uovo e spezie. Per chi vuole, yogurt a volontà.
Il 4 giugno è l’anniversario della morte di Khomeini. Festa nazionale. Qualche milione di iraniani affollano a Teheran il mausoleo in costruzione sulla strada che dall'aeroporto porta alla città.
Dappertutto folla, famiglie e bambini, ragazze e ragazzi affollano giardini e luoghi turistici.
A Kashan, città famosa per i tappeti e per l’acqua di rose, sono i giardini ad attirare migliaia di iraniani. La cultura dei giardini in Iran è davvero sorprendente: da quello desertico di Mahan a quello delle rose di Shiraz fino a questo di Kashan. Fontane zampillanti, laghetti, melograni fioriti, e pini ed abeti. Oasi di pace e meditazione, luoghi di poesia, tanto cara ai persiani orfani del grande poeta Hafez, sulla cui tomba, a Shiraz ancora oggi giovani studentesse leggono le sue liriche dedicate all’amore.
Battono le 20 ed il giardino chiude, usciamo nella folla e al margine della strada che ci porta in città scorgiamo una strana agitazione: una mucca sulla strada, la gola squarciata, un lago di sangue e gente eccitata, urla e tentativi di tirare la vacca... Ghadim racconta che alcuni membri di una famiglia benestante di Kashan erano tornati dal pellegrinaggio alla Mecca uno dei cinque impegni del buon musulmano. Per festeggiare il pellegrinaggio assolto ed il buon ritorno avevano giustiziato una vacca da arrostire ed offrire alla festa che da lì a poco sarebbe seguita.
Il regime iraniano è strano: siamo abituati ad avere regimi visibili invece qui pare invisibile... un regime ha la polizia e l’esercito per le strade a controllare tutto e tutti ed invece qui nulla sembra quasi che non ci siano apparati dello Stato... solo un silenzio politico assordante nel caos quotidiano delle città iraniane..... qualcuno ha scritto che "l’Iran non è una democrazia ma non è neppure una dittatura”.. Spiego a Ghadim che non vedo nessuno che controlla cosa avviene nella società e che da noi in democrazia capita che la polizia ed ora anche esercito e ronde pattuglino le strade: "Da voi chi controlla?”, chiedo. "Beh, gli islamici controllano tutto, hanno imposto regole come quelle dell’uniforme alle donne. Non si vedono, sono come tutti gli altri, ma se qualcuno sgarra si fanno vedere”. Parole premonitrici.
Ghadim parla poco in inglese ed io meno di lui così rompiamo il silenzio con il cd di un gruppo iraniano che incide in America...
archivio
Le loro storie...

L’infanzia in un villaggio della Galilea e poi gli studi artistici e l’incontro con Emile Habibi, intellettuale, padre della letteratura palestinese dell’assurdo; l’importanza di raccontare la verità, a tutti i costi; le traversie del documentario "Jenin, Jenin” che gli ha procurato l’accusa di vilipendio... Intervista a Mohammad Bakri.

La grande disfatta

L’aumento delle truppe in Iraq e l’apertura ai Sunniti sono mosse ormai tardive. Il rischio di una disfatta peggiore del Vietnam. La rinuncia ai sogni imperiali ed egemonici dell’America. L’Iraq deciderà chi sarà il prossimo presidente. L’inevitabile scelta di sedersi a un tavolo con l’Iran. Intervista a Andrew Arato.

Se si tocca lo statuto

Un sito nato per offrire alle donne uno spazio di discussione libera; il rischio che la reazione al "femminismo di stato” di Ben Alì, imposto dall'alto, porti ora a una islamizzazione dei maschi e al ritorno al velo per tante giovani donne; i cambiamenti del costume inarrestabili; il tabù dell'ateismo, che resta. Intervista a Khalil Gdoura e Bayrem Zouari.

Cooperazione sostenibile

Una cooperazione troppo spesso pensata e decisa lontano dai paesi interessati; l’esperienza dell’Osservatorio dei Balcani, per un’informazione che contribuisse alla formazione dei cooperanti; il grande cambiamento introdotto dalla "dottrina” Clinton, volto a egemonizzare le future vie dell’energia. Intervista a Luca Rastello.

L'essenza del patriarcato

L’errore, all’indomani della Liberazione, di imputare tutti i problemi alla colonizzazione e l’incapacità di far fruttare il capitale della lingua francese; una laicità che stenta ad affermarsi e la convinzione che la questione decisiva, anche per la democrazia, sia l’emancipazione femminile; intervista a Mohammed Harbi.

A manifestare in toga..

Quando è scoppiata la rivoluzione, in strada, a manifestare contro Ben Ali, c’erano anche giudici e avvocati; un sistema, quello della giustizia tunisina, da riformare profondamente, in tutte le sue articolazioni, a cominciare dai poliziotti; la fase della giustizia, a cui deve seguire la riconciliazione. Intervista a Wahid Ferchichi.

Islam, martirio e suicidio

Cosa spinge tantissimi ragazzi, e anche ragazze, musulmani ma a volte anche cristiani, ceceni, pakistani, libanesi, palestinesi e di tanti altri paesi, ad andare a morire per far morire altri uomini?

L'era dell'individuo

Una dinamica profonda, con al centro il conflitto fra ortodossia e modernizzazione, preesistente alla stretta del 2009, ha bisogno di tempo per svilupparsi; il 70% della popolazione sotto i trent’anni; a scanso di effetti boomerang la questione nucleare deve essere ispirata a valori universali e di equità. Intervista a Pietro Marcenaro.

Di fango e paglia

Il valore inestimabile della chirurgia di base in situazioni di povertà; piccoli ospedali dove più che le attrezzature conta l’esperienza del personale maturata sul campo; situazioni di estrema necessità che aumentano l’”acume clinico” e il concetto fondamentale di "costruzione di capacità”. Intervista a Giuseppe "Pino” Meo.

Il vicino tranquillo...

Un sito che si occupa di consumatori musulmani, ma anche di cittadinanza, religione e laicità; un mercato, quello che gira attorno all’halal, dalle cifre astronomiche e che sta salvando tante aziende francesi; i segni di integrazione che non si vogliono vedere e la troppa enfasi sul burqa. Intervista a Fateh Kimouche.

Un Islam europeo

A Drancy, dove convivono una forte comunità musulmana, ma anche piccole comunità ebraiche, cattoliche e protestanti, è in corso un esperimento di dialogo interreligioso; il problema dei finanziamenti delle moschee e quello, altrettanto cruciale, della formazione degli imam. Intervista a Hassen Chalghoumi.

Il male dell'America

Il mostruoso deficit commerciale Usa e l’aumento della mortalità infantile sono solo alcuni degli indicatori del declino americano. L’Europa sta salendo al vertice delle preoccupazioni americane. Dopo la catastrofe irachena la razionalità spingerebbe a miti consigli, ma nella storia, e nell’uomo, esiste l’irrazionalità e questa spinge verso l’Iran. Un’oligarchia che non ha quasi più nulla di democratico. Intervista a Emmanuel Todd.

L’ethos imperialista

La fallimentare avventura irachena, tutt’ora senza sbocchi, ideata e decisa ben prima dell’11 settembre, quando la destra americana si convinse che, con la fine della Guerra Fredda, all’America si presentava un’occasione irripetibile per affermare anche territorialmente l’impero. La convinzione americana che l’Europa non fa paura. La novità della legalizzazione della tortura. Intervista a Philip Golub.

La sinistra patriottica

Dopo l’11 settembre una parte della sinistra americana s’è fatta contagiare dalla febbre patriottica. L’impossibilità di inseguire la destra, di far compromessi, sul terreno dei valori dominanti negli stati del sud: "God, Guns, Gays”. La necessità di tornare ai valori pragmatici della giustizia sociale. Un cosmopolitismo che oggi può trovare in internet uno strumento straordinario. Intervista a Stephen Eric Bronner.

La sinistra indecisa

Una sinistra che è stata incapace di simpatizzare con le vittime dell’11 settembre e che poi di fronte al Patriot Act che rompeva il quadro dei diritti costituzionali non ha saputo che gridare al fascismo. La sottovalutazione del problema della sicurezza. Col rigetto della guerra in Iraq la sinistra rischia di rigettare ogni possibile uso della forza. Il rischio di elezioni libere in Egitto. Intervista a Michael Walzer.

I due elettricisti

Perché trent’anni di occupazione ingiusta dei Territori palestinesi hanno favorito il progresso economico e sociale dei palestinesi. La possibilità di lavorare in Israele, di esportare e importare i prodotti locali, l’inizio degli investimenti dei palestinesi in diaspora e degli stranieri. Il disastro della seconda Intifada. Il problema della sicurezza, che per Israele viene prima di tutto, e che rischia di far naufragare ogni progetto di sviluppo. I nuovi imprenditori palestinesi, giovani dei Territori che si sono guardati in giro... Intervista a Ephraim Kleiman.

Il funzionario dell'Ohio

America mostro imperialista o forza complicata? Le due sinistre americane che non si parlano più. L’errore grave di non condannare Saddam Hussein. Il problema di un partito democratico che in tante zone del paese non è presente sul territorio. L’attacco della destra alle istituzioni ‘ancora democratiche’ come le università attraverso la denuncia di presunte discriminazioni. Intervista a Todd Gitlin.

La neo-umma

Una rivoluzione silenziosa che ha visto crescere in Europa una presenza musulmana sempre più consistente. Il senso di esclusione dei giovani e la radicalizzazione jiadista di una parte, per ora esigua, di loro. L’immaginario di una neo-umma minacciata da un Occidente demonizzato. Il senso di umiliazione vissuto tramite la tv. Immolarsi, non già per il paradiso, ma per una causa sacra. Intervento di Farhad Khosrokhavar.

Teocrazia
e imperial presidency

Ora che i mariti
sono tornati

e imperial presidency
La teologia del "dominionismo”, che nega ogni separazione fra stato e religione e che sulla base di una lettura letterale della Bibbia vorrebbe che il Dio cristiano dominasse la vita degli uomini, pur non dichiarando apertamente i propri scopi, è sempre più diffusa negli Stati Uniti. Il pericolo di un aumento delle prerogative presidenziali. Un dialogo sulla destra religiosa fra Riccardo Gori-Montanelli e Aaron Thomas.

Ora che i mariti
sono tornati
Le donne palestinesi stanno discutendo di come far valere i loro diritti nella futura costituzione. Il problema dell’inter-pretazione della legge islamica, finora al maschile. L’esempio illuminato tunisino e la beffa subita dalle donne algerine. La tradizione inventata del velo e il rischio che la donna diventi oggetto di negoziato fra islamici e Olp. Il grande realismo della donna araba. La possibile delusione sugli accordi. Intervista a Ruba Salih.

Colei che vede chiaro

Le donne algerine, dopo aver sfidato in questi anni il terrorismo integralista difendendo la vita quotidiana delle donne, dopo essere andate a votare in massa dimostrando quanto fossero false le analisi che prevedevano un bagno di sangue, ora si stanno organizzando per la lotta politica contro quell’infame codice della famiglia che le condanna ad essere minorenni a vita. Intervista a Khalida Messaoudi.

La madre, Chicago, Harvard...

L’originalità di politiche e gesti di Barack Obama non si esaurisce nel suo carisma e nell’uso della rete, ma affonda nell’infanzia segnata dalla madre antropologa, nell’esperienza di organizzatore di comunità e ad Harvard. La figura e il ruolo di Saul Alinsky e l’importanza dell’arte di ascoltare. Intervista a Marianella Sclavi.

Il potenziale
di cambiamento

di cambiamento
L’Amministrazione di Obama si sta dimostrando aperta al dialogo, non islamofoba e capace di criticare Israele. La questione, intricata, di Pakistan e Afghanistan. L’importanza di tenere alta l’attenzione in Iran, senza però interferire. L’impegno del ritiro dall’Iraq, ormai improrogabile.
Intervista a Stephen Bronner.
Intervista a Stephen Bronner.

La nostra casa

Quella mattina, poco dopo la fine della guerra, in cui si presentarono tre palestinesi e chiesero di dare un’occhiata alla "loro” casa, la difficile scelta di farli entrare e poi la nascita di un’amicizia e la decisione di fare della propria casa una "open house” per israeliani e palestinesi.
intervista a Dalia Landau.
intervista a Dalia Landau.

Due sarte togolesi

Un’associazione, Seniores, che mette insieme professionisti prossimi alla pensione disponibili a viaggiare e a trasmettere gratuitamente l’esperienza accumulata nel corso della vita e l’idea di due sarte di fare un corso di alfabetizzazione femminile nel mercato principale di Lomé...
Intervista a Paola Piva.
Intervista a Paola Piva.

Posso sempre
andare in Ecuador!

andare in Ecuador!
All’indomani delle elezioni locali, in cui questa volta hanno votato anche i serbi, il Kosovo si presenta come un paese "quasi normale”; il paradosso di un paese al centro dell’Europa i cui abitanti non possono andare da nessuna parte e i problemi di un’economia che stenta a partire.
Intervista a Vjosa Dobruna.
Intervista a Vjosa Dobruna.

Madre di Yakub

L’esperienza di un’associazione, Humans Without Borders, che cerca di far curare bambini palestinesi ammalati in ospedali israeliani, facendoli passare fra i tanti posti di blocco; l’imperativo morale che spinge tanti israeliani a far qualcosa per i palestinesi pur in un contesto politico di disperazione.
Intervista a Jennie Feldman.
Intervista a Jennie Feldman.

In Cecenia è genocidio?

Il 20% della popolazione uccisa, il 50% profuga. Un terrorismo di Stato circondato dal silenzio di una stampa imbavagliata. La disperazione dei ceceni. L’indifferenza colpevole dell’Europa. Intervista a Olivier Dupuis.

Bob Dylan a Teheran

Democrazia in Iran, difesa dei diritti umani, dare voce a chi vuol diffondere le proprie idee, sono gli obiettivi di una radio fondata da iraniani emigrati che trasmette dall’Olanda; un sito con un milione e mezzo di passaggi al mese, molti dei quali dall’Iran dove sono attivi 62.000 blogger... Intervista a Kamran Ashtary.

