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UNA CITTÀ n. 166 / Giugno-Luglio 2009
Articolo di Lorenzo Marvelli
QUALCOSA E' CAMBIATO...
Un ragazzo arriva in postazione 118 a Montesilvano (PE) e chiede informazioni sulla sede della Protezione Civile. Mi chiede con una certa timidezza informazioni sulla distribuzione gratuita di merce per i terremotati de L’Aquila. E’ uno dei tantissimi sfollati sulla costa abruzzese, è uno di questi nuovi strani mendicanti che pur non conoscendo la povertà, sono costretti a chiedere roba.
Un’anziana signora arriva poco dopo trasportata in macchina dalla figlia: "Vengo da L’Aquila, mi sento male”. Elettrocardiogramma, rilevazione della pressione arteriosa, del glucosio nel sangue. Mi dice come per rimproverarsi: "Abbiamo perso tutto ed io mi sento male” mentre sfila la camicia.
Siamo a due mesi dalla grande scossa del 6 aprile. Qualcosa è cambiato.
Il senso è quello di una difficoltà, se non impossibilità, a liberarsi da un pensiero ossessivo che è fatto un po’ di paura per le ultime scosse, un po’ di diffidenza per chi promette miracoli, un po’ di disperazione perché il futuro non ha nulla di buono per chi ha perso la casa.
I media fanno a gara per raccontare d’un desiderio di ricostruire ed anche d’una speranza che sarebbero diffusi tra la gente. Semplicemente non è così.
Adesso, a due mesi dal sisma, finalmente tutti sappiamo cosa è successo quella terribile notte e tutti sappiamo che non ci saranno miracoli.
Intervengo con l’ambulanza del 118 presso una casa di cura per anziani sulla riviera di Montesilvano. Siamo vicini ai Grandi Alberghi, così chiamano da queste parti gli ecomostri multipiano costruiti sulla spiaggia e destinati agli sfollati ancora per un po’. Anche qui ci sono anziani provenienti da L’Aquila: una signora in vestaglia rosa mi saluta dal balcone, un vecchio rattrappito su una carrozzella mi guarda senza capire cosa gli stia accadendo intorno.
Ricordo di aver accolto in aeroporto un aereo militare che trasportava da L’Aquila anziani ricoverati negli ospizi della provincia ed affetti da demenza senile. Qualcuno è stato portato qui evidentemente.
Ho il presentimento che lontano dall’Abruzzo sia davvero difficile rendersi conto di quanto è accaduto.
Immagina: una distruzione che viene di notte e butta giù tutto, case e persone; di ritrovarti in strada, senza nulla, al freddo, senza sapere dove andare; di non sapere cosa sia successo ai tuoi figli, ai tuoi parenti, ai tuoi amici, al tuo cane. Immagina: di non crederci, di pensare che sia un brutto sogno, di aspettare l’immediato risveglio. Immagina: di non svegliarti affatto e di sentirti gravato da un pesante blob di disperazione.
La vita nelle tendopoli è ormai insopportabile, "Non è vita!” dicono alcuni ragazzi iscritti ad ingegneria che non c’è più. "Con internet sarebbe diverso...”. Forse.
La verità è che i campi sono stati trasformati, con una ragionata gradualità, in luoghi chiusi e molto controllati.
Gira voce della presenza di servizi segreti, di telefoni sotto controllo. Voci...
Quello che si tocca con mano è la moltiplicazione delle forze dell’ordine a presidiare cancelli, ingressi ed uscite, tende, strade, zone rosse, edifici pericolanti.
Ti fermano continuamente: "Dove va? Chi è lei?”, "Sono un infermiere volontario, lavoro qui da tempo”, "Ha il pass?”, "L’ho lasciato in ambulatorio, è dentro il campo, glielo porto subito”, "Lei non va da nessuna parte senza il pass”, "...ma io ce l’ho il pass!”, "Me lo mostri... lei non entra senza pass”. Può capitarti tre o quattro volte al giorno di avere uno scambio così demenziale con i guardiani di turno e finisce che chiami il collega in ambulatorio e gli chiedi di portarti fuori il pass "... che c’è uno qui che non sente ragioni. Merda!”.
L’esercito schierato a controllare le tendopoli è composto da Carabinieri, Polizia, Guarda di Finanza, Protezione Civile, Esercito. E’ gente armata ed abbastanza triste: alcuni hanno il broncio, sembrano arrabbiati ed altri, indifferenti, non ti degnano neanche di uno sguardo. Ti senti un po’ in colpa. E di cosa? Non lo so, nessuno lo sa ma così è. Penso: se tu fossi un ladro, uno sciacallo, un profittatore, forse ti guarderebbero allo stesso modo. Forse.
La motivazione di questo delirio securitario è il prossimo svolgimento del G8 a L’Aquila.
Dicono che i telefoni siano sotto controllo. Fabio che è residente al campo di Fossa e presta lavoro volontario nel magazzino, viene fotografato da un uomo con il cellulare e per questo lo avvicina, lo incalza e gli chiede il perché della foto ma l’uomo taglia la corda biascicando parole prive di senso.
Questo è il clima: controllo a tappeto, sospetto diffuso, fotografie, nervosismo. La gente dei campi avverte la pressione e comincia a lamentarsene: qualche giorno fa, sempre a Fossa, sono arrivate due bande popolari a portare la musica e, a ragione di questo, le forze dell’ordine sono state potenziate a dismisura occupando gli spazi liberi del campo ed impedendo alla gente di accedervi come fa di solito.
Quello che doveva servire ad allentare la tensione, a facilitare la socializzazione, il rasserenamento, ha invece esasperato il clima tra la gente; molti si sono detti contrari ad iniziative di questo tipo se il risultato è la moltiplicazione del controllo.
Nelle zone rosse non si entra. Eppure qualche giorno fa un gruppo di cittadini ha forzato il blocco ed è entrato simbolicamente nel centro della città de L’Aquila; c’è stata tensione ma poi per fortuna tutto si è svolto senza incidenti.
Ci sono zone rosse dappertutto, moltissimi spazi sono chiusi ed invalicabili. Non si entra nei campi se non vi si risiede, non si esce se non in orari consentiti. Cosa sta succedendo? Cosa diventeranno questi luoghi chiusi, distrutti, spettrali e circondati da uomini armati? E le tendopoli? Non somigliano forse sempre di più a dei Cpt per residenti? Per quale motivo non puoi andare a trovare un tuo parente nel paese vicino se non in certi orari della giornata? Perché non puoi ospitare amici nella tua tenda senza che questi stessi vengano sottoposti a qualcosa che somiglia ad un interrogatorio? Non era forse il G8 una opportunità per la gente aquilana? Non ce l’avevano raccontata così?
E non sembra invece questo un clima di guerra? Qualcosa è cambiato, certo.
Ci eravamo fidati. Avevamo avuto il bisogno di credere a chi prometteva, a chi offriva speranza. Ora nessuno si fida più di nessuno. Non si fidano gli italiani degli stranieri e gli stranieri degli italiani che nei campi vengono dislocati in spazi diversi. Non si fidano gli albergatori degli sfollati ospiti perché non credono che andranno via in tempo per la bella stagione. E non si fidano gli sfollati dei loro albergatori che somministrano loro menù diversi da quelli che riservano ai primi turisti arrivati sulla costa. Non si fidano le forze dell’ordine dei residenti nelle tendopoli. Non si fidano di loro i residenti.
La fiducia è morta.
La speranza resiste perché non c’è tempo per disperarsi.
Qualcosa è cambiato.
Un’anziana signora arriva poco dopo trasportata in macchina dalla figlia: "Vengo da L’Aquila, mi sento male”. Elettrocardiogramma, rilevazione della pressione arteriosa, del glucosio nel sangue. Mi dice come per rimproverarsi: "Abbiamo perso tutto ed io mi sento male” mentre sfila la camicia.
Siamo a due mesi dalla grande scossa del 6 aprile. Qualcosa è cambiato.
Il senso è quello di una difficoltà, se non impossibilità, a liberarsi da un pensiero ossessivo che è fatto un po’ di paura per le ultime scosse, un po’ di diffidenza per chi promette miracoli, un po’ di disperazione perché il futuro non ha nulla di buono per chi ha perso la casa.
I media fanno a gara per raccontare d’un desiderio di ricostruire ed anche d’una speranza che sarebbero diffusi tra la gente. Semplicemente non è così.
Adesso, a due mesi dal sisma, finalmente tutti sappiamo cosa è successo quella terribile notte e tutti sappiamo che non ci saranno miracoli.
Intervengo con l’ambulanza del 118 presso una casa di cura per anziani sulla riviera di Montesilvano. Siamo vicini ai Grandi Alberghi, così chiamano da queste parti gli ecomostri multipiano costruiti sulla spiaggia e destinati agli sfollati ancora per un po’. Anche qui ci sono anziani provenienti da L’Aquila: una signora in vestaglia rosa mi saluta dal balcone, un vecchio rattrappito su una carrozzella mi guarda senza capire cosa gli stia accadendo intorno.
Ricordo di aver accolto in aeroporto un aereo militare che trasportava da L’Aquila anziani ricoverati negli ospizi della provincia ed affetti da demenza senile. Qualcuno è stato portato qui evidentemente.
Ho il presentimento che lontano dall’Abruzzo sia davvero difficile rendersi conto di quanto è accaduto.
Immagina: una distruzione che viene di notte e butta giù tutto, case e persone; di ritrovarti in strada, senza nulla, al freddo, senza sapere dove andare; di non sapere cosa sia successo ai tuoi figli, ai tuoi parenti, ai tuoi amici, al tuo cane. Immagina: di non crederci, di pensare che sia un brutto sogno, di aspettare l’immediato risveglio. Immagina: di non svegliarti affatto e di sentirti gravato da un pesante blob di disperazione.
La vita nelle tendopoli è ormai insopportabile, "Non è vita!” dicono alcuni ragazzi iscritti ad ingegneria che non c’è più. "Con internet sarebbe diverso...”. Forse.
La verità è che i campi sono stati trasformati, con una ragionata gradualità, in luoghi chiusi e molto controllati.
Gira voce della presenza di servizi segreti, di telefoni sotto controllo. Voci...
Quello che si tocca con mano è la moltiplicazione delle forze dell’ordine a presidiare cancelli, ingressi ed uscite, tende, strade, zone rosse, edifici pericolanti.
Ti fermano continuamente: "Dove va? Chi è lei?”, "Sono un infermiere volontario, lavoro qui da tempo”, "Ha il pass?”, "L’ho lasciato in ambulatorio, è dentro il campo, glielo porto subito”, "Lei non va da nessuna parte senza il pass”, "...ma io ce l’ho il pass!”, "Me lo mostri... lei non entra senza pass”. Può capitarti tre o quattro volte al giorno di avere uno scambio così demenziale con i guardiani di turno e finisce che chiami il collega in ambulatorio e gli chiedi di portarti fuori il pass "... che c’è uno qui che non sente ragioni. Merda!”.
L’esercito schierato a controllare le tendopoli è composto da Carabinieri, Polizia, Guarda di Finanza, Protezione Civile, Esercito. E’ gente armata ed abbastanza triste: alcuni hanno il broncio, sembrano arrabbiati ed altri, indifferenti, non ti degnano neanche di uno sguardo. Ti senti un po’ in colpa. E di cosa? Non lo so, nessuno lo sa ma così è. Penso: se tu fossi un ladro, uno sciacallo, un profittatore, forse ti guarderebbero allo stesso modo. Forse.
La motivazione di questo delirio securitario è il prossimo svolgimento del G8 a L’Aquila.
Dicono che i telefoni siano sotto controllo. Fabio che è residente al campo di Fossa e presta lavoro volontario nel magazzino, viene fotografato da un uomo con il cellulare e per questo lo avvicina, lo incalza e gli chiede il perché della foto ma l’uomo taglia la corda biascicando parole prive di senso.
Questo è il clima: controllo a tappeto, sospetto diffuso, fotografie, nervosismo. La gente dei campi avverte la pressione e comincia a lamentarsene: qualche giorno fa, sempre a Fossa, sono arrivate due bande popolari a portare la musica e, a ragione di questo, le forze dell’ordine sono state potenziate a dismisura occupando gli spazi liberi del campo ed impedendo alla gente di accedervi come fa di solito.
Quello che doveva servire ad allentare la tensione, a facilitare la socializzazione, il rasserenamento, ha invece esasperato il clima tra la gente; molti si sono detti contrari ad iniziative di questo tipo se il risultato è la moltiplicazione del controllo.
Nelle zone rosse non si entra. Eppure qualche giorno fa un gruppo di cittadini ha forzato il blocco ed è entrato simbolicamente nel centro della città de L’Aquila; c’è stata tensione ma poi per fortuna tutto si è svolto senza incidenti.
Ci sono zone rosse dappertutto, moltissimi spazi sono chiusi ed invalicabili. Non si entra nei campi se non vi si risiede, non si esce se non in orari consentiti. Cosa sta succedendo? Cosa diventeranno questi luoghi chiusi, distrutti, spettrali e circondati da uomini armati? E le tendopoli? Non somigliano forse sempre di più a dei Cpt per residenti? Per quale motivo non puoi andare a trovare un tuo parente nel paese vicino se non in certi orari della giornata? Perché non puoi ospitare amici nella tua tenda senza che questi stessi vengano sottoposti a qualcosa che somiglia ad un interrogatorio? Non era forse il G8 una opportunità per la gente aquilana? Non ce l’avevano raccontata così?
E non sembra invece questo un clima di guerra? Qualcosa è cambiato, certo.
Ci eravamo fidati. Avevamo avuto il bisogno di credere a chi prometteva, a chi offriva speranza. Ora nessuno si fida più di nessuno. Non si fidano gli italiani degli stranieri e gli stranieri degli italiani che nei campi vengono dislocati in spazi diversi. Non si fidano gli albergatori degli sfollati ospiti perché non credono che andranno via in tempo per la bella stagione. E non si fidano gli sfollati dei loro albergatori che somministrano loro menù diversi da quelli che riservano ai primi turisti arrivati sulla costa. Non si fidano le forze dell’ordine dei residenti nelle tendopoli. Non si fidano di loro i residenti.
La fiducia è morta.
La speranza resiste perché non c’è tempo per disperarsi.
Qualcosa è cambiato.
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