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Fondazione Alfred Lewin
di filosofia e altro


UNA CITTÀ n. 32 / Maggio 1994

Articolo di Maurizio Viroli

AMOR DI PATRIA
Intervento di Maurizio Viroli.

Maurizio Viroli insegna filosofia politica a Princeton. Il testo che segue è l’intervento che ha tenuto a Forlì, a un corso di formazione politica organizzato dal comune, da Polis e da Memoria e Ricerca.

La virtù civile, insegnano i classici, è la passione che spinge i cittadini ad impegnarsi per il bene comune, a servire la costituzione e le leggi, a resistere contro gli attacchi dei nemici esterni ed interni della Repubblica, a combattere la corruzione, a mobilitarsi quando anche i diritti di un solo cittadino sono violati. La virtù civile è la virtù propria dei cittadini delle repubbliche o, per usare la classica definizione di Montesquieu ne Lo spirito delle Leggi, è il principio delle repubbliche. E’ il principio delle repubbliche intese come quella forma di costituzione politica in cui il popolo è sovrano, detiene il potere sovrano, ovvero il potere di approvare le leggi, di eleggere i governanti. Sottolinea Montesquieu che nella monarchia, dove non ci sono cittadini, ma sudditi e tanto meno negli stati dispotici, dove non ci sono cittadini, ma servi, non può esserci virtù civile. La condizione necessaria per la virtù civile, dunque, è che i cittadini siano parte della vita pubblica, abbiano il diritto e il dovere di partecipare alle decisioni politiche sovrane. La virtù civile, per dirlo in un modo più simile al nostro linguaggio, è il principio, o la virtù, propria delle buone democrazie.
Quando sottolineano che la virtù civile è una passione, i classici del pensiero politico intendono dire che la virtù civile è una forza che fa agire gli individui, una passione che dà agli individui il coraggio, la determinazione, di servire la libertà comune anche quando questo comporta rischi, pericoli e oneri, anche quando servire la libertà comune richiede si mettano da parte, o addirittura si sacrifichino, interessi e beni privati. Nei secoli il mito del cittadino virtuoso è quello di Giunio Bruto, raccontato da Livio in Ab urbe condita. Giunio Bruto -fondatore della Repubblica romana dopo la cacciata dell’ultimo re, Tarquinio- era un magistrato che condannò a morte i propri figli, rei di aver cospirato contro la libertà, e presiedette di persona all’esecuzione. Fu l’amore per la libertà comune, commenta Livio, a dare a Giunio Bruto la forza di prendere quella decisione, la forza di pronunciare la sentenza di morte. Fu la virtù civile a dargli la forza di mettere il bene della sua patria, la libertà comune, al di sopra dell’amore per i suoi figli. Questo non significa, tuttavia, che la virtù civile sia una passione irrazionale, al contrario. Anche questo è un luogo comune che si ritrova in tutto il pensiero politico classico e soprattutto nel pensiero politico repubblicano, cioè nel pensiero politico che nasce nell’antica Roma, rinasce nell’Umanesimo italiano, sopravvive nell’età moderna ed arriva fino a noi. Quando i classici del pensiero politico sostengono che la virtù civile è una passione non intendono dire che è una passione irrazionale, al contrario, per essi essere buoni cittadini, servire il bene comune, è il solo comportamento razionale, è il comportamento che serve meglio l’interesse individuale, è il modo migliore per fare il proprio interesse. I cittadini che non fanno il proprio dovere, che non si impegnano per il bene comune, che sono avari, codardi o meschini, per i classici repubblicani sono soprattutto imprudenti e sciocchi perché non si rendono conto che il loro modo di agire porta alla dissoluzione della repubblica e alla perdita della libertà, ovvero alla perdita dei beni più preziosi per ogni individuo. L’esempio di tutto questo, notissimo, è quello, raccontato da Machiavelli, dell’imperatore di Costantinopoli che chiese ai propri sudditi di dare soldi per formare un nuovo esercito e difendere la città, ma i sudditi rifiutarono per avarizia, fin quando sentirono il rumore dell’esercito turco che si avvicinava alle mura e corsero dall’Imperatore con i loro denari. L’imperatore allora disse “Adesso andate sulle mura a morire con quei denari, visto che non avete voluto darli quando era necessario”, ovvero, nella lezione di Machiavelli, quel comportamento fu irrazionale poiché, per non voler voluto servire la libertà comune, persero tutto.
Questo tipo di teoria della virtù civile si basa su un paradosso, su una apparente contraddizione, cioè sull’idea che per vivere liberi bisogna servire il bene comune. Questa idea sembra contraddittoria perché essere liberi è l’opposto di servire, ma la teoria non è affatto irrazionale, in quanto bisogna essere disposti a servire il bene comune per non essere domani costretti a servire un tiranno o una fazione o gli arroganti o i corrotti. La virtù civile, per i teorici politici repubblicani, è quindi necessaria per la conservazione della repubblica, ma è anche la virtù più difficile da coltivare, più difficile da insegnare, più difficile da praticare, è addirittura, secondo lo stesso Montesquieu, una virtù impossibile per cittadini moderni. Impossibile perché i cittadini moderni non sentono la repubblica, la vita comune, come una cosa loro, la sentono distante, hanno pochissimo interesse per la vita politica, sono quasi esclusivamente concentrati sulla vita privata, sulla vita familiare. Spesso, in società multiculturali come gli Stati Uniti, i cittadini si identificano con il proprio gruppo, con la loro comunità particolare -se sono ebrei con gli ebrei, se sono neri con i neri, se sono donne con le donne- e non si identificano con la Repubblica nel suo insieme. Per questo motivo nel pensiero politico contemporaneo ci si trova di fronte a un dilemma: da una parte tutti sono concordi nel dire che, per vivere, la democrazia, e soprattutto una buona democrazia, ha bisogno di virtù civile, di cittadini capaci di praticare la virtù civile, mentre, dall’altra parte, si riconosce che è quasi impossibile che i cittadini moderni sappiano, e possano, praticare l’impegno civile. Possiamo predicarla quanto vogliamo, e molti filosofi lo fanno, ma, come spesso succede, le prediche restano lettera morta.
Questo dilemma ha perciò due possibili soluzioni: o si rinuncia alla democrazia o si trova una via per far nascere, per far crescere, la virtù civile. La soluzione, pertanto, è sostanzialmente una, quella che si può sintetizzare con le parole del vecchio Rousseau il quale scriveva “Volete che i cittadini siano virtuosi? Fate in modo che amino la patria!”. Se i cittadini non amano la loro patria non saranno mai disposti a servire il bene comune e quindi il segreto della virtù civile è nel patriottismo. So benissimo cosa vuoi dire questa parola, come suona male in Italia, ma questo è esattamente ciò che i classici scrivono. E’ il patriottismo, cioè la virtù civile, il segreto della democrazia, virtù civile e patriottismo sono la stessa cosa.
Basta leggere la definizione che Montesquieu dà di virtù politica nella prefazione a Lo spirito delle leggi: La virtù politica, dice Montesquieu, è amour de la patrie, l’amore per la patria, ovvero l’amore dell’uguaglianza civile e politica.
Il problema è allora quale patriottismo. Se si dice che il patriottismo è la base, il fondamento, della virtù civile, che è necessario alla democrazia, bisogna poi chiedersi quale patriottismo è davvero capace di sostenere una democrazia moderna. Di patriottismo ce ne sono, mi pare, due tipi, che oggi si confrontano nella discussione intellettuale. Chiamo il primo “patriottismo della omogeneità”, o nazionalismo, e il secondo “patriottismo della libertà”, o patriottismo politico. I teorici del patriottismo della omogeneità, del nazionalismo, sostengono che per far rinascere nei cittadini la virtù civile bisogna creare comunità omogenee, che bisogna trasformare le nostre democrazie in comunità di individui omogenei dal punto di vista culturale, etnico, religioso, morale. Per questi teorici bisogna quindi che le comunità siano basate sulla condivisione della stessa cultura, sulle stesse concezioni del bene morale, possibilmente sulla stessa etnia, sulla stessa religione. Per i teorici del nazionalismo se i cittadini si sentono parte di comunità omogenee, se sono coesi, sono disposti a servire il bene comune, a fare il loro dovere, perché sentono la comunità vicina, se ne sentono parte. Negli Stati Uniti queste idee sono state recentemente sostenute dai filosofi che si definiscono “comunitari”, e in Italia una posizione simile è stata presa dal professore Gian Enrico Rusconi, nel libro Se cessiamo di essere una nazione. La lealtà civile, la solidarietà che la democrazia richiede per funzionare, sostiene Rusconi, non deriva dall’attaccamento a dei principi universali -come la libertà in astratto, la democrazia in astratto, i diritti in astratto-, ma deriva dall’identificazione con la cultura concreta della comunità, cioè con la nazione.
Per Rusconi se cessiamo di essere una nazione, cesseremo anche di essere una democrazia.
Ora, Rusconi ha ragione quando dice che la democrazia ha bisogno della virtù civile dei cittadini e ha anche ragione nel sostenere che, perché la virtù civile, l’impegno per il bene comune, “viva nella mente e nel cuore” dei cittadini, bisogna che i cittadini si sentano parte della cultura particolare di quel popolo, ma io non credo che abbiamo bisogno del tipo di virtù civile che Rusconi predica, ovvero di una virtù civile che si basa, come lui dice, su comuni radici etniche e culturali. Se noi vogliamo, come Rusconi sembra volere, una cittadinanza democratica, cittadini democratici maturi, cittadini che siano capaci di sostenere il bene comune e la libertà comune -cioè di fare il loro dovere sociale, di impegnarsi per la libertà comune, di vigilare contro le violazioni dei diritti- abbiamo bisogno non di una società più omogenea, di una più forte appartenenza a una comunità etnica, ma abbiamo bisogno di stimolare l’amore della libertà, cioè dei valori politici. Io credo che, se vogliamo avere delle democrazie migliori, dobbiamo ridurre, non rafforzare, l’identificazione con una tradizione etnica e culturale. Io non credo che, per rendere gli italiani migliori cittadini, dobbiamo rendere gli italiani più italiani, nel senso di rafforzare la loro unità etnica e culturale.
Cosa vuol dire diventare culturalmente più italiani? Cosa vuol dire rafforzare l’unità etnico-culturale della nazione italiana? Vuol dire che dobbiamo essere più cattolici? Che dobbiamo andare a vedere se deriviamo tutti dallo stesso ceppo, se abbiamo lo stesso sangue? Che dobbiamo parlare tutti un perfetto italiano? Io credo invece che occorra sottolineare i valori politici della cittadinanza democratica; bisogna difendere questi valori e presentarli non come valori astratti, ma come valori che sono parte, la parte migliore, della cultura condivisa di questo popolo e quindi non valori astratti contro l’etnia, ma una diversa cultura contro l’unità etnica.
La connessione fra essere italiani e essere buoni cittadini non è una correlazione necessaria: non c’è bisogno di essere genuinamente italiani, nel senso etnico e culturale, per essere buoni cittadini, mentre invece è possibile essere dei perfetti italiani, dal punto di vista etnico e culturale, ed essere dei pessimi cittadini. Tant’è vero che Craxi e Andreotti sono italiani nel senso etnico e culturale quanto lo sono Falcone e Borsellino. Per fare una buona repubblica non c’è nessun bisogno, mi sembra, di rendere la nazione italiana più omogenea, più pura, più unita, in questo ci sono anzi molti pericoli perché la strada della omogeneità spesso porta non a costruire e creare dei cittadini migliori, ma al bigottismo, all’intolleranza. Per fare una nazione più omogenea dal punto di vista etnico e culturale bisogna per forza escludere qualcuno, bisogna per forza purificare chi è diverso culturalmente o etnicamente o dal punto di vista religioso, chi non condivide i valori e le idee e i costumi della maggioranza.
Ma se succede questo, se si esclude, allora la città, la comunità politica, non è più la città di tutti, quindi non è più la repubblica, quindi non è più ciò che Rusconi stesso dice di volere, perché la repubblica, come dice il vecchio Mazzini, è la città di tutti e per tutti. Non credo quindi che questo patriottismo dell’omogeneità sia la strada che dobbiamo seguire. Ma c’è un altro tipo di patriottismo discusso nella letteratura contemporanea, è un patriottismo che si è radicato nella cultura americana, è, per esempio, un patriottismo come quello sostenuto da Michael Walzer, secondo cui l’attaccamento dei cittadini alla repubblica non è basato su un’unità etnica, o religiosa, o culturale, ma è attaccamento ai principi della costituzione, ai principi di quella repubblica particolare e al modo di vita conforme a quei principi, è cioè un patriottismo politico. Un patriottismo che è l’unico possibile negli Stati Uniti, essendo la loro una società formata da gruppi etnicamente diversi, con diverse culture, religioni, colore della pelle. Negli Stati Uniti l’unica unità possibile è l’unità che è data dall’accettare i comuni principi della repubblica, cioè della costituzione, e il modo di vita che si è radicato, formato, su quei principi.
Michael Walzer sostiene che quello è il solo patriottismo che possa vivere una società multiculturale, che una società multiculturale democratica possa tollerare, l’unico possibile per gente come noi, ed è un patriottismo che non ha bisogno di essere sostenuto dall’omogeneità, ma può essere sostenuto dalla politica, solo dalla politica, dalla partecipazione alla vita politica nelle diverse forme della società civile. Può sembrare quasi contraddittorio, ma, secondo Walzer, sono politiche di tipo democratico e socialista, politiche di welfare, politiche di giustizia sociale, politiche che incoraggiano alla partecipazione, le vere e le migliori forme, i migliori mezzi, per incoraggiare il giusto tipo di patriottismo di cui una democrazia ha bisogno.
Questa tradizione è oggi particolarmente presente in America, in Europa è sostenuta da Habermas, ed è una tradizione nostra: questo patriottismo politico è una concezione del patriottismo che nasce nell’antica Roma, che nasce nella tradizione del pensiero politico repubblicano ed è l’idea che per patriottismo si intenda certo amore della patria, ma per patria si intende la repubblica, non la comunità etnica. Per patria si intende la libertà comune di un popolo, la costituzione, le leggi che formano quella libertà comune, che sono alla base della vita civile. E’ un patriottismo che parla di amore per la patria, ma intende per amore della patria non un attaccamento esclusivo, cieco, verso la propria comunità, ma un tipo di carità, una passione generosa che spinge l’individuo a prendersi cura non solo dei propri familiari, dei propri amici, dei propri correligionari, ma dei propri concittadini. Infatti l’espressione che Livio usa è caritas civium: carità verso i cittadini, soprattutto quando i cittadini sono vittime di ingiustizie, di torti, di discriminazione, di oppressione, questo è il significato classico del patriottismo repubblicano. E’ un significato che certo si è trasfigurato, che si è perso, che si è dimenticato, ma questo non vuole dire che non ci sia una tradizione nostra, alla quale possiamo guardare per risolvere il problema di cui parlavo all’inizio.
Già lo ricordavo: questa tradizione rivive nel pensiero degli umanisti, riappare in Machiavelli che, quando parla dell’amore della virtù degli antichi romani, lo qualifica come amore della patria e intende la capacità dei cittadini della repubblica romana di mettere il bene comune al primo posto, al di sopra degli interessi particolari. Questa tradizione dall’umanesimo italiano si trasferisce al pensiero politico inglese che prepara e accompagna la rivoluzione inglese, tant’è che John Milton definisce i nostri vecchi patrioti “difensori della libertà civile e religiosa” e definisce, in un altro testo più tardo, i migliori patrioti coloro che hanno giustamente difeso la nostra libertà. E Milton difende l’esecuzione del re: per difendere quell’atto spiega che esso non fu un atto di ribellione, o di ira, o di odio, ma fu un atto di carità nei confronti della libertà comune.
Il significato della parola patrie nella tradizione intellettuale che precede la rivoluzione francese, poi, è indubbio: tutte le volte che viene usato, patrie significa una repubblica, una comunità di cittadini liberi ed uguali. Quindi dire amore per la patria, se per patria si intende la libertà comune, la repubblica, ha un significato del tutto diverso dalla retorica nazionalista, dall’ammirazione della purezza etnica, dalla difesa della omogeneità naturale di una nazione. Tant’è vero che per gli scrittori politici dell’illuminismo e per i teorici dell’Encyclopédie, l’opposto di “patria” è il dispotismo perché dove c’è il dispotismo non c’è la patria. Ci può essere un paese, ma non può esserci una patria, perché per esserci una patria bisogna che ci sia la libertà comune, che ci sia il governo della legge, l’uguaglianza politica e l’uguaglianza civile.
Per chiudere sulla descrizione di questa tradizione, vorrei sottolineare il fatto che esiste, negli scrittori politici repubblicani a cominciare da Cicerone, una chiarissima definizione di che cosa si deve intendere per amare la repubblica. Dice Cicerone che questo amore è una forma di carità, un attaccamento che abbiamo verso le persone care, verso i nostri concittadini, e che si esprime in atti di servizio -ecco la virtù civile, servire il bene comune- e in atti di cultus, cioè nel prendersi cura, nello stesso senso in cui ci si prende cura di una pianta, di un campo, della vita pubblica perché prosperi. Questo è il patriottismo nel senso tradizionale, nel senso classico, che rivive nel Medio Evo. Ad esempio in un testo attribuito a S. Tommaso D’Aquino, Amor patrii in radice caritatis fundatur, l’amore della patria ha la sua radice nella carità. L’amore della patria in questo senso, per i teorici repubblicani, è un tipo di passione che ha una capacità trasformativa perché trasforma l’individuo che mette al primo posto l’interesse personale, privato, in un individuo diverso, che mette al primo posto il bene comune. Sembrano parole di un altro tempo, ma vorrei ricordare che quando, nel 1943, Simone Veil, francese rifugiata in Inghilterra, scrive il libro Deracinement, “Sradicamento”, spiega che esistono due modi di amare la Francia: si può amare la Francia per la gloria e la grandezza che la Francia ha avuto nei secoli, ma si può anche amare la Francia perché si vede in lei, nella repubblica, un valore fragile, un valore che continuamente rischia di perire, un valore che è minacciato e che richiede carità.
Tant’è vero che, quando distingue fra patriottismo e nazionalismo, parla di due modi di amare, probabilmente incompatibili l’uno con l’altro: uno nasce dall’ammirazione per la grandezza della nazione, l’altro nasce dalla partecipazione ai mali immeritati che toccano ai nostri concittadini.
Secondo me abbiamo bisogno di questo secondo tipo di patriottismo e non del primo. E poiché parlando di virtù civile non parliamo di teorie, ma di un modo di agire in base a passioni, dobbiamo avere un linguaggio che sappia far crescere il tipo di passioni di cui la democrazia ha bisogno, che si fondi sul fatto che ognuno di noi è attaccato alla propria cultura, che intervenga su questo attaccamento per trasformarlo in un attaccamento alla libertà comune. Tanto più che in momenti in cui una nazione attraversa crisi morali e politiche profonde come quella che attraversa l’Italia adesso, è quasi sicuro che nasca nei cittadini -soprattutto nei più poveri, soprattutto in quelli che hanno meno ragioni di essere contenti e soddisfatti come individui- il desiderio di trovare un riscatto nazionale, di ritrovare un orgoglio nazionale, una dignità nazionale. Se non si sa dare a questo bisogno la risposta giusta finiranno per essere ascoltate le parole dei nazionalisti che chiamano al riscatto della nazione in termini di grandezza o di omogeneità o di purificazione.
Sottolineo il fatto che i rischi sono maggiori soprattutto nei ceti più svantaggiati, perché chiunque studi la storia del nazionalismo sa benissimo che sono gli svantaggiati ad essere nazionalisti ed è comprensibile perché se si è discriminati, se si è poveri, se non si ha nulla di cui essere contenti come individui, almeno “voglio essere tedesco”, “voglio essere americano”, “voglio essere francese”: c’è più bisogno di identificazione nella nazione.
Questo, pertanto, è un terreno che non possiamo lasciare abbandonato: dobbiamo avere la capacità di contrastarlo con una buona retorica. Ciò di cui sto parlando è appunto una buona retorica.
E vorrei fare osservare ai miei amici della sinistra -non è un mistero a che parte politica io appartenga- che, più di ogni altra forza politica, la sinistra ha bisogno di un linguaggio dell’unità, cioè di chiamare cittadini, individui, donne, uomini diversi ad agire insieme per lunghi periodi.
Cos’è l’insieme? Che cosa unisce, che cosa può unire uomini e donne diversi se non l’idea di fare qualche cosa per il bene comune della patria, per la libertà comune? La sinistra, secondo me, senza entrare nella trappola di scegliere il linguaggio della omogeneità, di cercare di fare delle nostre città città omogenee, deve avere un suo linguaggio dell’unità.
Recentemente sul New York Times c’è stata una discussione molto interessante fra due filosofi americani, uno dei quali, Richard Rorty, ha fatto presente che in America la sinistra, i progressisti, non hanno ottenuto un risultato significativo se non quando sono stati capaci di farsi riconoscere dai loro concittadini come patrioti, come americani. Ora si può dire che questo vale per l’America e non per l’Italia, ma io dubito che senza un linguaggio dell’unità la sinistra possa spingere molti uomini e molte donne ad impegnarsi per obbiettivi di trasformazione sociale. E quale può essere questo linguaggio dell’unità? Io penso che sia solo quello del patriottismo civile che ho sottolineato prima.
Si potrebbe obiettare che questo tipo di patriottismo politico è morto e sepolto, è una cosa del passato quindi non vale la pena parlarne. Rispondo che questo è probabilmente vero, ma se è vero che questo tipo di patriottismo è morto e sepolto temo che dovremo anche rassegnarci a vedere la nostra democrazia dissolversi in una spirale perversa di corruzione e nazionalismo. E vorrei anche osservare che gli ideali, quando sono radicati in una tradizione culturale, a volte, sorprendentemente, rinascono.
A questo proposito mi hanno colpito alcune righe scritte da Natalia Ginzburg nel 1944: “Le strade e le piazze delle città, teatro un tempo della nostra noia di adolescenti e oggetto del nostro altezzoso disprezzo, diventarono i luoghi che era necessario difendere. Le parole "patria" e "Italia", che ci avevano tanto nauseato fra le pareti della scuola perché sempre accompagnate dall’aggettivo "fascista", perché gonfie di vuoto, ci apparvero d’un tratto senza aggettivi e così trasformate che ci sembrò di averle udite e pensate per la prima volta. D’un tratto alle nostre orecchie risultarono vere. Eravamo là per difendere la patria e la patria erano quelle strade e quelle piazze, i nostri cari e la nostra infanzia, e tutta la gente che passava. Una verità così semplice e così ovvia ci parve strana perché eravamo cresciuti con la convinzione che noi non avevamo patria e che eravamo venuti a nascere, per nostra disgrazia, in un punto gonfio di vuoto. E ancor più strano ci sembrava il fatto che, per amore di tutti quegli sconosciuti che passavano, e per amore di un futuro ignoto ma di cui scorgevamo in distanza, fra privazioni e devastazioni, la solidità e lo splendore, ognuno era pronto a perdere se stesso e la propria vita."
Perdersi per ritrovarsi più ricchi, dare la propria vita per attaccamento a gente che non sono nostri parenti: camminano per le stesse strade nelle stesse città. Essere disponibili a lavorare per un futuro vago, difficile, incerto, scoprire di avere cose in comune che vale la pena di difendere. Questi sono i sentimenti che Natalia Ginzburg descrive. Sentimenti che appartengono al patriottismo politico e corrispondono a sentimenti diffusi durante la Resistenza e nel periodo della ricostruzione, che però non si tradussero in un linguaggio condiviso del patriottismo perché gli intellettuali italiani non seppero, come disse Croce, o non vollero, essere capaci di dire ai propri concittadini che patria significa libertà comune, che amare la patria significa avere un impegno generoso che non ha niente a che vedere con il nazionalismo, la retorica monarchica, la retorica fascista.
Gli intellettuali italiani non hanno saputo dire che le grandi democrazie moderne sono nate e sono state sostenute da questo tipo di linguaggio del patriottismo.
Speriamo di non dover passare attraverso gli orrori della guerra e della dittatura per riscoprire il significato migliore del patriottismo, per riscoprire quel patriottismo politico che sostiene l’impegno civile, ovvero di quel patriottismo che è attaccamento alla libertà comune, che è carità, che non ha bisogno di omogeneità, che può stare benissimo insieme alla diversità culturale e religiosa, che non ha bisogno di purezza etnica. Un patriottismo che ha solo bisogno di buon governo, di partecipazione democratica nelle diverse espressioni della società civile, ha bisogno, in una parola, di politica nel significato più genuino del termine.

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appunti
di aprile 2010
Si par­la dei ri­sul­ta­ti elet­to­ra­li e di Sy­los La­bi­ni, de­gli ef­fet­ti psi­co­lo­gi­ci del­la di­soc­cu­pa­zio­ne, del­la Ser­bia, che for­se più per op­por­tu­ni­smo che in se­gui­to al ri­mor­so, ha in­fi­ne ri­co­no­sciu­to i cri­mi­ni com­mes­si a Sre­bre­ni­ca; di co­me Fa­ce­book e Goo­gle stia­no met­ten­do in cri­si, sul pia­no mo­ra­le e deon­to­lo­gi­co, tan­ti te­ra­peu­ti e psi­chia­tri; di una ce­na a Long Bea­ch, del se­di­ce­si­mo sui­ci­dio av­ve­nu­to que­st’an­no nel­le car­ce­ri ita­lia­ne; del­la vi­ta nei cam­pi del­la Stri­scia di Ga­za do­ve i bam­bi­ni fan­no i com­pi­ti a lu­me di can­de­la, del so­sti­tu­to d’im­po­sta ec­ce­te­ra ec­ce­te­ra


appunti
di marzo 2010
Si par­la di bam­bi­ni mul­ti­ta­sking, met­ten­do in di­scus­sio­ne qual­che ste­reo­ti­po ne­ga­ti­vo sul­la net ge­ne­ra­tion; di co­sa fa­re e co­sa non fa­re in car­ce­re; del­la "tur­bo eman­ci­pa­zio­ne” del­le don­ne po­lac­che; di un bel blog in cui i me­di­ci rac­con­ta­no le lo­ro "not­ti di guar­dia”, in cui può ca­pi­ta­re di ri­pen­sa­re al­le do­man­de dei pa­zien­ti a cui non si è sa­pu­to da­re ri­spo­sta; dell’in­nal­za­men­to dell’età del­la pri­ma gra­vi­dan­za e del ri­tar­do del­la fi­sio­lo­gia ri­spet­to ai nuo­vi co­stu­mi del­le don­ne; di un at­ten­ta­to dei dis­si­den­ti dell’Ira, ec­ce­te­ra ec­ce­te­ra


appunti
di febbraio 2010
Si par­la di Ce­le­ste Frau, 62 an­ni, di me­stie­re rot­ta­ma­io, con­dan­na­to a 12 an­ni di car­ce­re per una ra­pi­na com­mes­sa nel 2007, sui­ci­da­to­si ai pri­mi di gen­na­io; del vac­ci­no del­la No­var­tis con­tro l’in­fluen­za A, ri­ma­sto in gran par­te nei fri­go del­le Asl; di Au­gu­stin d’Hu­miè­res, co­rag­gio­so e ori­gi­na­le pro­fes­so­re di gre­co del­le ban­lieues; del­la cri­si in Ve­ne­to; del tet­to del 30% per gli stra­nie­ri nel­le clas­si e di un’ana­lo­ga espe­rien­za ten­ta­ta ne­gli Sta­ti Uni­ti tan­ti an­ni fa con esi­ti di­sa­stro­si sia per i bian­chi che per i ne­ri; di Car­la Me­laz­zi­ni nel ri­cor­do di Ci­ro Na­tu­ra­le che gra­zie a lei e ai mae­stri di Chan­ce, non so­lo non ha la­scia­to la scuo­la dell’ob­bli­go, ma si è pu­re lau­rea­to; ec­ce­te­ra ec­ce­te­ra


appunti
di gennaio 2010
Si par­la di sui­ci­di in car­ce­re, che que­st’an­no so­no sta­ti 71, il nu­me­ro più al­to che si ri­cor­di; dell’an­ni­ver­sa­io dell’ope­ra­zio­ne Piom­bo Fu­so a Ga­za in cui mo­ri­ro­no cir­ca 1400 pa­le­sti­ne­si; del­la Ci­na che sta ren­den­do im­pos­si­bi­le apri­re dei si­ti ai pri­va­ti; dell’Aids, che per la pri­ma vol­ta sem­bra re­gi­stra­re un de­cli­no del­la pan­de­mia; del cu­rio­so fun­zio­na­men­to de­gli am­mor­tiz­za­to­ri so­cia­li in de­ro­ga, per cui de­gli ope­rai che mai avran­no l’oc­ca­sio­ne di usar­la, so­no co­stret­ti a fa­re un cor­so di ot­to ore di lin­gua in­gle­se per ac­ce­der­vi; dei ge­sto­ri te­le­fo­ni­ci che stan­no tra­sfe­ren­do all’este­ro l’at­ti­vi­tà dei call cen­ter; dei pre­fis­si te­le­fo­ni­ci del Ko­so­vo e del tre­no Bel­gra­do-​Sa­ra­je­vo, ri­par­ti­to que­sto me­se, do­po es­se­re ri­ma­sto fer­mo dal­la guer­ra in Bo­snia

appunti
di novembre 2009
Si par­la di de­stra e si­ni­stra; del cro­ce­fis­so; dell’ospe­da­le di To­ri­no, do­ve so­no di­mi­nui­te le in­ter­ru­zio­ni di gra­vi­dan­za di don­ne stra­nie­re, ma so­no au­men­ta­ti i ri­co­ve­ri per emor­ra­gia; del­la Ci­na che si sta com­pran­do l’Afri­ca; del fat­to che la po­po­la­zio­ne ur­ba­na per la pri­ma vol­ta nel­la sto­ria dell’uma­ni­tà ha su­pe­ra­to la po­po­la­zio­ne ru­ra­le; del­la ri­for­ma "re­stau­ra­tri­ce” dell’Or­di­ne de­gli av­vo­ca­ti, tut­ta a sfa­vo­re dei più gio­va­ni; del­la sto­ria di Tan­gen­to­po­li e di quel che di­ce Mas­si­mo D’Ale­ma; de "Il bec­co gial­lo”, gior­na­le an­ti­fa­sci­sta pub­bli­ca­to in Fran­cia ne­gli an­ni ’30 e dif­fu­so clan­de­sti­na­men­te in Ita­lia; ec­ce­te­ra ec­ce­te­ra






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