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Fondazione Alfred Lewin
discussioni


UNA CITTÀ n. 9 / Gennaio 1992

Articolo di Rocco Ronchi

I PROFESSIONISTI DELLA PUREZZA


Probabilmente l’idea di un partito o di una lega degli “onesti”, come principio di una rigenerazione morale di un paese allo stremo, guadagnerà nel prossimo futuro un largo consenso nella opinione pubblica. Essa è sostenuta dalla mag­gioranza degli opinionisti e inoltre ha il pregio della semplicità e della immediatezza, due qualità determinanti, nell’epoca della pubblicità, per il successo di un progetto. Che cosa significhino “onestà”, “disinteresse”, “purezza di intenti” ciascuno crede infatti di saperlo perfettamente, se non altro per opposizione a ciò che viene quotidianamente rappresentato sullo schermo come esempio di “corruzione”, “egoismo” etc. La vendibilità di questo prodotto ideolo­gico è poi garantita dal fatto che offre al consumatore la possibilità di specchiarsi in un’immagine gratificante. Al momento dell’acquisto egli entra in possesso di alcune idee-guida che non solo gli permetteranno di presentarsi nelle conversazioni private e pubbliche come paladino del bene comune, ma, soprattutto, gli forniranno una valida giustifi­cazione per i propri comportamenti scorretti e immorali: in un mondo dominato dai disonesti, che, si sa, sono i “politici” responsabili di ogni sconcezza, l’onestà non può infatti che essere perdente, bisogna accomodarsi con l’esistente, “non tutti sono eroi come Libero Grassi” etc. etc.
E’ perfino inutile sottolineare quanta pericolosa intolle­ranza, quanta cattiva coscienza da piccolo borghese risentito vi sia nel pensare l’onestà come valore discriminante, come principio di divisione in “parti” del paese reale (questi sono i “partiti”). Se da una “parte” stanno gli onesti e i puri (indipendentemente dalle ideologie tradizionali, si afferma con orgoglio), dall’altra “parte” che ci sarà? E’ sem­plice: i disonesti e gli impuri. Se vi sarà guerra, questa allora non potrà che essere una guerra santa e di annienta­mento, perché, per il trionfo del bene sul male, non solo è inutile, ma è addirittura dannoso discutere sui mezzi. Il modello di questa guerra santa è la grande operazione di polizia internazionale, vale a dire di ripulitura dei bassifondi mondiali, con la quale ha preso avvio questo radioso scorcio del secolo ventesimo. Al fondo della politica, spiegava il grande costituzionalista tedesco Carl Schmitt, vi è la guerra, vale a dire la dialettica amico-nemico. Sono in molti, oggi, le anime belle e ingenue che proprio a partire da questa analisi auspicano (“Dio, come auspicano”, direbbe Caproni) un superamento in toto della forma politica. L’idea della lega degli onesti, ma, occorre pur dirlo, del leghi­smo e del trasversalismo in genere, è un’idea meta-politica. Tutti costoro, nella loro ansia di moralizzazione, scordano però l’altra metà del discorso di Schmitt. La dialettica amico-nemico è indubbiamente una dialettica amorale (non im­morale), così come amorale è la guerra teorizzata dal diritto pubblico europeo (jus publicum Eropaeum) nel sec. XVII di cui la politica è, secondo il celebre detto, la continuazione con altri mezzi. Ma tale concezione della politica e della guerra sono nate dal bisogno di superare definitivamente la guerra santa, cioè le guerre di sterminio fondate sulla con­trapposizione religiosa (e morale) puro-impuro.
L’autonomia della politica dalla morale, la distinzione dei piani, non solo ha una origine nobilissima, ma deve restare un compito etico per chiunque non voglia far ricadere l’umanità in una condizione premoderna caratterizzata dalle guerre religiose finalizzate allo sterminio dell’infedele. La grande con­quista del diritto pubblico europeo consistette nel dare una forma giuridica al concetto di nemico. Questi cessava di es­sere il non-uomo, il mostro, qualcosa che deve essere semplicemente annientato, per divenire nemico giusto (justus hostis), espressione mirabile che sintetizza una delle più alte vette raggiunte dallo spirito europeo. Il nemico, quel nemico che deve essere sconfitto e, talvolta, anche ucciso, resta pur sempre un uomo di cui si possono apprezzare disinteressatamente le qualità morali. La guerra, come il suo equivalente in tempo di non guerra: la politica, era uno scontro tra potenze aventi pari dignità morale, non tra uomini e mostri. Per duecento anni vi furono in Europa guerre crudelissime, ma non guerre di annientamento, le quali sono state invece il privilegio del nostro secolo “morale” e “umanitario”. La contaminazione del piano politico con quello morale, la delegittimazione dell’autonomia della poli­tica, porta dunque inevitabilmente non alla pace perpetua, ma alla guerra santa, la cui variante moderna è stata, come è certo, la guerra rivoluzionaria. Bisognerebbe infine ricordare ai professionisti della purezza che questa ha esigenze al­tissime. Non è un minimo comun denominatore che può funzionare da collante di esperienze diverse in un progetto “a tempo” (così, più o meno, la pensa Orlando). Essa obbliga ad una pratica quotidiana e non tollera alcun compromesso se non vuole essere immediatamente smascherata come ideologia di comodo.
Che la moralità possa allora farsi partito ed entrare nell’agone politico è quasi una contraddizione in termini. Essa non potrebbe farlo se non al prezzo di rinun­ciare a se stessa o, più semplicemente, di barare.





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