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Testo di una città - 2010

22 aprile 2010

cari amici,
il pomeriggio del sabato si è aperto attorno all'interrogativo sul "perché" della rivista, sul senso insomma dell'andare avanti; è una discussione che trae origine da alcune riflessioni e considerazioni emerse a Forlì negli ultimi mesi dovute per qualcuno alla fatica di una microfisica del lavoro quotidiano che è lungi dall'essere efficace come si vorrebbe, per qualcun altro anche a una sorta di bilancio sulla ragion d'essere del giornale, a tanti anni dalla sua fondazione.
Per Gianni Saporetti le tre idee portanti della rivista - il racconto sociale, le domande prima delle risposte, gli ideali dell'altra tradizione- sono tuttora validissime, il problema sta nella nostra incapacità di perseguirle con tenacia e intelligenza.
E riguardo alla terza delle idee -l'atto di fede negli ideali del socialismo umanitario o etico che dir si voglia- è in atto da tempo una discussione se possa stare sullo stesso piano delle altre e con queste sia intrecciata o debba essere una cosa a parte. Per Gianni è così, per altri no. Resta centrale il problema dell'attualizzazione dell'altra tradizione, per non limitarsi alla divulgazione, che pure è utile.
Franco Melandri ha raccontato come ha visto cambiare il lavoro e il gruppo, da quello originario che era mosso soprattutto da un desiderio di agire attraverso forme che non fossero quelle della militanza precedente, alla fase della "professionalizzazione" che ha posto l'enfasi sulle possibilità, disponibilità e talenti delle persone, per concludere che il gruppo che ha dato vita al giornale "non esiste più", non nella forma iniziale almeno.
Al di là dei problemi attuali di un carico di lavoro sbilanciato, Franco ha posto anche la questione del target, e cioè ha chiesto: "a chi parla oggi il giornale", dato che non c'è più il "popolo della sinistra"?
Francesco Ciafaloni ha rielaborato la domanda di Franco in "chi parla a chi", rispondendo che gli intervistati parlano ai lettori presenti e futuri e che la funzione di Una Città è quella della "diaframmatura" e cioè l'individuazione della persona a cui porre le domande e la scelta delle domande stesse.
Riguardo l'altra tradizione Francesco, ricordando che principi e pratiche non sono separati, ha proposto di riscoprire anche i "politici pratici", ossia coloro che hanno praticato un socialismo umano anche in campi appunto pratici, come la medicina, la scuola, la psichiatria, ecc.
E' stato ricordato Maccacaro su cui Enzo Ferrara sta curando un libro.
E' uscito anche l'invito a raccontare le "buone pratiche" in crisi.
L'Asai, ad esempio, che nel quartiere di San Salvario ha fatto un lavoro egregio seguendo centinaia di ragazzini, oggi è a rischio chiusura perché sono stati chiusi i cordoni della borsa. Anche le fondazioni hanno le loro responsabilità in questa fase. Allo stesso modo vanno raccontate le storie di fallimento, come quelle degli immigrati che stanno decidendo di tornare a casa.
Enzo ha sollevato le questioni della scuola e del nucleare su cui manca un racconto adeguato e su cui proprio la narrazione potrebbe aprire una breccia per capire di più cosa sta succedendo.
Rosanna ha manifestato il senso di frustrazione che emerge da racconti a cui non si riesce a dare un seguito sul piano dell'efficacia, vale a dire: facciamo narrazione, ormai abbiamo imparato, ma poi?
Enzo ha risposto che in base al principio di indeterminazione osservare è già un po' cambiare.
Gianni è poi tornato sulla questione del target -"a chi parliamo?".
Che il "popolo della sx" non esista più, ammesso che sia mai esistito, poco importa. Forse ci dovrebbero interessare di più quegli individui disaffezionati alla politica e un poco disperati che però continuano a fare bene il proprio mestiere.
Seguendo alcune sollecitazioni di Enzo, Gianni ha messo in guardia da un certo monotematismo tipico di certe battaglie (nucleare, No Tav, battaglia in difesa della costituzione) chiedendo provocatoriamente se l'ambientalismo piuttosto che la costituzione possano davvero essere degli "ideali". Resta il fatto che in queste battaglie spesso si esprime anche un bisogno di "fare società", di non rimanere soli.
Tra gli obiettivi del giornale c'è sicuramente quello di indagare maggiormente il fenomeno Lega, anche nei suoi aspetti spiazzanti (vedi l'operaio Cgil che vota Lega, ecc.) e di tornare sui guai della sinistra (centralismo, statalismo, regolismo, ecc.).
In tutto questo occorre una maggiore radicalità sulle domande.
Francesco Ciafaloni ha invitato a non sottovalutare il razzismo della Lega. E comunque ha ricordato che sul piano demografico il futuro è già scritto perché stanno andando in pensione i sessantenni del baby boom (circa un milione di persone) che saranno rimpiazzati da una generazione della metà (mezzo milione di persone). E l'unico che ad oggi "ci ha messo la faccia" su una legge per lo ius solis è Fini.
Andrebbe anche maggiormente indagato il fenomeno di inversione destra-sinistra, con una destra che fa politica sociale e una sinistra conservatrice. Come pure i rischi connessi all'idea che (all'opposto di quanto pensava A. Smith) la ricchezza delle nazioni venga da un basso costo del lavoro.
Infine è uscita la proposta di raccontare come le leggi generali influiscano sulle vite individuali (es. non si votano più le persone e l'assenza di un rapporto eletto-elettore spiana la strada alla corruzione).
Gianni ha aggiunto che oggi esiste anche una "corruzione dello status"; forse molto si potrebbe fare anche solo riducendo gli stipendi di deputati regionali e nazionali, anche unilateralmente.
Carlo Giunchi ha lamentato lo scarso livello della sinistra; ha ricordato come nel "codice etico" nel Pd non si sia nemmeno riusciti a rinunciare al "terzo mandato" per il presidente della regione. E poi ha fatto cenno al problema di uno Stato, di una Pubblica Amministrazione che opera con metodi da "rappresaglia", nel senso che tratta tutti non come cittadini onesti, ma come potenziali "furbi".
Giovanni Maragno, infine, ha invitato, più che a guardare agli ideali del passato, a impegnarsi in quelle che ha definito "battaglie di libertà" (che hanno a che fare anche con le piccole cose, pensiamo solo al valore legale della laurea), abbandonando però quel moralismo della sinistra che tanto ha nuociuto.

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