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Testo di una città - 2010

23 marzo 2008

cari amici,
di ritorno dal breve ma intenso viaggio che Joan (Haim) e io abbiamo fatto in Marocco vi giro un mini diario a puntate. Il nostro tour è cominciato giovedì 13 a Marrakech, 30 gradi e un traffico spaventoso e surreale, dove nessuno si ferma davanti a nessuno (neanche i pedoni!) e ai Suv possono affiancarsi carretti tirati da asini o cavalli, per non parlare della quantità inimmaginabile dei famosi -e temibili, per avidità e stile di guida dei tassisti- "petit taxi" beige (a Rabat i petit taxi sono blu, a Casablanca rossi, ma la cosa più divertente è che sono quasi tutti vecchie Uno Fiat, o Peugeot 205 o altre utilitarie qui uscite di produzione). La prima donna che abbiamo intervistato è stata Halima Oulami, 32 anni, una bambina e un figlio in arrivo, che lavora nel campo dello sviluppo con particolare attenzione alla condizione delle donne, a partire dall'alfabetizzazione. Dopo una lunga esperienza nell'associazionismo, Halima ha deciso di aprire un centro proprio nel quartiere dove vive, dove accoglie ragazzine e donne adulte. Della lunga intervista ora ricordo due aneddoti in particolare: la donna che appena imparato a leggere e scrivere ha iniziato a chieder conto al marito rispetto a quanto guadagnava e a come il denaro veniva spartito nella gestione delle spese.
A fine intervista, invece, abbiamo parlato dell'emigrazione e Halima ha espresso grande preoccupazione per i giovani che sempre più vogliono partire, rafforzati nelle loro illusioni dagli emigranti che quando rientrano a casa, in quel mese, oltre a distribuire doni e ostentare auto, abiti, elettrodomestici, ecc. fanno vita da nababbi, per poi casomai tornare alla miseria (talvolta più umana, relazionale e sociale che economica) degli altri 11 mesi."Bisognerebbe che gli immigrati dicessero la verità" ha concluso tristemente Halima.
Quella sera stessa grazie a Jamila Hassoune, libraia di Marrakech e nostra guida, abbiamo registrato un breve forum con quattro giovani: Amine, Houda, Mohamed e Laila, nessuna delle ragazze era velata, tutte hanno già deciso che oltre a volere una famiglia, desiderano anche lavorare e purtuttavia due su tre hanno espresso una forma di disagio per il fatto di non sentirsi conformi alla loro religione. Mohamed, lungo tutta la chiacchierata ha dichiarato che di principio era d'accordo con le ragazze, sul lavoro, il velo, la religione, salvo poi chiarire che, nel caso specifico, lui però voleva una moglie che non lavorasse e che possibilmente portasse il velo.
Comunque, per dire, Amine, che del suo paese invece malsopporta il fatto di non potersi bere una birra e fumare una sigaretta in pace, e Mohamed sono cari amici e trascorrono assieme il tempo libero.
Giovedì 14 è stata la volta di Aicha El Hajjami, studiosa dell'islam, famosa per essere stata invitata dal re a tenere una lezione nel corso del ramadan nel 2004. Con lei abbiamo cercato di capirci di più sul Corano, la Sha'aria, gli Hadit, ecc.
Rigorosa, ha esordito spiegando, intanto, che il Corano è un testo di fede e non di legge. Non solo: è un testo "storico", per cui le regole cambiano in funzione dei tempi e dei luoghi. Per questo le famose "quattro mogli" di Maometto vanno interpretate in realtà come una limitazione a un costume che ne prevedeva ben di più. Oltre al fatto che quello stesso paragrafo prosegue dicendo che comunque si può essere veramente "giusti" verso la donna solo con una. Per dire... Aicha si è poi dilungata sul processo che ha portato al declino delle società musulmane, tra le cui cause lei punta il dito sulla separazione tra potere e sapere, con la conseguente fine di qualsiasi forma di contestazione o divergenza e quindi del pluralismo.
Nel pomeriggio siamo partite per Rabat, oltre 4 ore di viaggio, nel nostro scompartimento una donna marocchina che noi abbiamo fantasticato fosse berbera (per via dei lineamenti e di uno strano tatuaggio sul viso), un giovane ufficiale, unico della famiglia rimasto nel paese, assieme alla madre (gli altri in Spagna), anche lui col miraggio della partenza, una giovane studentessa di ingegneria, molto carina anche lei senza velo, per quanto a Joan (infaticabile nella sua inchiesta privata sul velo e la mudawana) abbia spiegato che, sì, ora era senza, ma a breve (col matrimonio?) se lo sarebbe messo.
La donna berbera era molto incuriosita da noi e tramite l'ufficiale (lei parlava solo arabo) ha chiesto chi fossimo e da dove venissimo. Joan ha colto la palla al balzo e le ha chiesto un commento sulla Mudawana, il nuovo Codide della famiglia (in vigore dal 2004) che concede alle donne il divorzio, impone la maggiore età per sposarsi, ecc. Ebbene la signora non ne sapeva nulla (uno dei nodi critici del codice è proprio la sua applicazione, ci tornerò), e all'ufficiale ha detto qulcosa come: "Ma guarda, lo sanno loro che non sono neanche marocchine e noi non sappiamo niente...".
Sempre sulla Mudawana, già Aicha ci aveva spiegato come per "convincere" le donne delle aree rurali, sia necessario dimostrare che il nuovo Codice appunto non viola le leggi del Corano.
Sul velo, invece, l'impressione è che conti pochissimo sul piano dell'identità e invece moltissimo come "cartina di tornasole". Le ragazze lo possono portare per periodi e poi toglierlo, o metterlo e dismetterlo a seconda dei luoghi, o per moda (ne abbiamo visti di molto belli e colorati) addirittura Aicha ci ha detto che a portare quel "doppio" velo che copre anche la bocca lasciando fuori solo una fessura per gli occhi talvolta sono le prostitute (per non farsi riconoscere).
Perlopiù l'idea che ci siamo fatte è che sempre più le donne lo mettano per "quieto vivere", il che però non promette molto di buono. Ma anche su questo ritorneremo. Alla prossima, barbara


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