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Testo di una città - 2010

28 settembre 2007

Cambiamento formato: OK
Cambiamento testata in "domande": OK, ma mantenete come proposto "una città"
in piccolo. Le "domande" sono la vera identità distintiva di "una città".
Non è per timore di localismo, che proprio non c'è. Ricordate QUADERNI PIACENTINI? A chi mai è venuto in mente di pensare al localismo? Sono curioso di vedere la bozza, ma sarà certamente bella.
Ciao, Carlo

Carissimi, proprio adesso che mi ero così affezionata a Una Città "storica" ! continuo a parlarne in giro e a far circolare alcune copie, preparando iniziative di promozione a Milano e pensando anche a Torino.
Io apprezzo molto sia il formato che il nome; concordo con molte considerazioni fatte da altri prima di me.Mi sembra che sarebbe più utile rovesciare il ragionamento: si potrebbe ragionare sui contenuti, riflettere sugli equilibri dei vari argomenti trattati; interrogarsi su quanto soddisfa l'interesse di lettori che ci piacerebbe leggessero e commentassero la nostra rivista.
Capisco il problema dei costi editoriali, ma ribadisco che mi sembra più importante ridefinire, magari riprogettando parzialmente la sostanza del messaggio e della funzione politica che a me sta molto a cuore. Ho voglia di partecipare alla discussione, trasloco imminente permettendo. Un abbraccio a tutti, Joan

Cari amici, tenendo presente la possibilità che Una città resti, a furor di amici e collaboratori, chi sta per ricevere il facsimile tenga presente che il nuovo formato e la grafica della testata varrebbero anche per "una città". Basta immaginare "una città" al posto di "domande". A presto. La redazione

Carissimi, lasciate tutto così (formato e impostazione) oggi per cambiare bisogna conservare! saluti oscar

La testata "Una Citta'" per me è insostituibile (perchè luogo di municipalità universale ecc. ecc.) Per il formato sono d'accordo per quello nuovo proposto; in più mi vien da suggerire: perchè non usare una carta meno traslucida (a volte per leggere bisogna prendere l'esatta angolazione della luce..) e meno incartapecorita, tipo carta di quotidiano, se mai con qualche grammatura in più ( tipo il settimanale CARTA). Costerebbe anche meno. ciao giorgio benelli

Non cambierei testata. Ai motivi citati dai numerosi sostenitori di questa tesi aggiungo il peso acquisito in ogni paese democratico dalla società civile (da civis) e dalle buone pratiche di cittadinanza (che sono chiamate così anche nelle aree rurali) a cui il giornale ha sempre prestato una particolare attenzione. Credo che la testata attuale sia azzeccata perchè riassume da un lato l'ideale riferimento alla "polis" e alla "civitas" e dall'altro l' oggettiva tendenza mondiale all'urbanizzazione che la recente Biennale di Architettura di Venezia ha documentato. Un secolo fa solo il 10% della popolazione mondiale viveva nelle città, nel 2050 il 75% vivrà in città che saranno per lo più sterminate megalopoli ("sprawl" urbano come ricordato da qualcuno che è già intervenuto) dove chi vorrà rintracciare la memoria della polis fonderà giornali o blog che si chiameranno "una città". Il formato ridotto è più comodo ma non potrà non portare conseguenze sulla lunghezza dei pezzi col rischio che la cultura della domanda si trasformi in ordinaria pratica dell'intervista. In fondo la lunghezza dei pezzi deriva dal fatto che all'intervistato è concesso un divagare che assimila il pezzo ad una sorta di racconto personale. Qui sta l'originalità di "una città". Però nello stesso tempo un pò più di elasticità e praticità non guasta. in bocca al lupo!
Mario Spada

Carissimi, rispondo per ultimo perchè ho avuto un venerdì - domenica molto pieni. Anch'io sono per mantenere "Una città", come del resto avevo già detto nella riunione in cui se ne era parlato. Gli argomenti sono quelli di Pino, di Luca, di quasi tutti gli altri. Capisco che voi, Gianni in particolare, come il serpente, vogliate cambiare pelle, perchè uno, dopo un po', non ne può più del vecchio se stesso. Ma sacrificatevi per il bene comune. "Una città" non solo è bello e non fa pensare a Forlì, ma anche se lo facesse, la Romagna, terra di anarchia, è un così bel posto! Mi ci identifico volentieri.
Per il formato a me il lenzuolo piaceva. Ma anche il facsimile arrivato questa mattina è bello. Speriamo ci porti fortuna. Statemi bene. Francesco

Il formato nuovo può essere buono ma concordo moltissimo con tanti amici di lasciare il nome storico: "UNA CITTA" ormai non è più un termine in senso stretto ma un logo...
Tonino

Non sapevo che a Forlì il peyote fosse in vendita libera... (o sono vecchie provviste di LSD nascoste in cantina?). Fabrizio

Telegraficamente, Cambiare testata? Moltissime ragioni per dire no, nessuna per dire si.
Cambiare formato e grafica? Perché no, tenendo conto però che ovviamente non basta dividere tutto per due. Ragionate bene su un paio di ipotesi grafiche poi cambiate solo se, oltre le questioni tecniche, il nuovo formato e la nuova grafica vi convincono davvero e lasciate i vecchi senza rimpianti.
Infine: sono d'accordo al 100% con chi dice che i cambiamenti proposti - che decidiate di attuarli entrambi o no - richiedono di essere inseriti in un rilancio del progetto editoriale. Non so esattamente quanti siano attualmente gli abbonati ma puntare ai 3000 non mi sembra irrealistico. Il problema è come si fa a perseguirlo. I cambiamenti possono essere occasioni di rilancio, ma costituiscono solo un pezzo del suo contenuto e forse nemmeno il più importante.
Ciao a tutti

Seduti intorno ad un tavolo domenicale piacentino per il pranzo un gruppo di -vecchi- lettori unanime per il NO al cambio di testata e va be' forse vedete voi per il formato, anche se c'è chi è affezionato. In ordine di età: Piergiorgio Bellocchio, Lanfranco Bolis, Giulia Albonico e Gianni D'Amo. Un abbraccio a tutti.

L'allarmante facsimile intitolato Domande mi spinge ad unirmi alle argomentate proteste al cambiamento di nome della rivista: Una città non suggerisce nulla di angustamente localistico.
Ciao, Andrea Ginzburg

Carissimi, non ho capito né riesco a immaginare qual è il nuovo formato che viene proposto, ma cambiare tanto per cambiare mi sembra una scemenza come anche la scelta del nuovo nome (Domande, e di che: di assunzione, passo carraio, pensione?). Cambiare non è sempre sinonimo di innovare così come conservare non è sempre sinonimo di preservare, come dimostrano alcuni quotidiani e riviste storiche nazionali e internazionali come Il Corriere della Sera, il New Yorker, Punch, Le Canard Enchaîné, che sono rimaste sostanzialmente invariate nel tempo. Oppure come L'Espresso, che invece non è mai stato più se stesso da quando abbandonò il mitico formato a "lenzuolo".
Il bianco e nero, le sempre stupende foto extra large e le interviste di Una città sono un marchio distintivo e austero in un mondo fin troppo colorato, sfavillante e ammiccante. Ed è veramente da stolti cambiare un marchio esistente senza motivo. Ci vogliono anni per imporne uno, per quanto piccolo e di nicchia.
Parafrasando Tommasi di Lampedusa, si potrebbe dire che in un mondo in cui tutto cambia in apparenza ma nulla concretamente è meglio andare controcorrente e cambiare poco in apparenza ma il più possibile nella sostanza.
E se proprio si vuole migliorare la leggibilità e la maneggevolezza del formato (che poi è quello di tanti quotidiani e che io non trovo affatto scomodo), lo si faccia piegandolo, mettendo due graffette sul dorso centrale delle pagine per fissarle fra loro o togliendo l'apostrofo penzolante da Citta' per ristabilire l'accento squillante che merita: Città! (E' - anche - una battuta per far capire che un po' d'ironia non guasterebbe anche negli articoli.)
Comunque, non credo che la circolazione dipenda dalla veste grafica, bensì dai contenuti e dalla distribuzione e dalla promozione, che richiederebbero maggior cura. Non è con il maquillage che si può rilanciare una rivista. Che deve uscire dalla clandestinità editoriale in cui versa. Ve lo dice uno che condivide ormai pochi dei suoi contenuti ma che la legge sempre volentieri e che vorrebbe continuasse a esistere e a rafforzarsi fino a diventare un punto fermo e un'occasione per pensare per molte più persone di adesso, anche le più diverse, a cui rivolgersi come lettori. Cominciando dai presunti protagonisti, destinatari e beneficiari degli articoli oltre che dagli autori. Si può fare. Giovanni.

Ho visto la bozza cartacea arrivata per posta. Una sorpresa. Il titolo del giornale appare ancora "Una città", in basso a sinistra. La parola "domande" sembra più un titolo del numero. Perchè non pensare appunto ad un breve titolo che segnala un contenuto centrale di ogni numero? O appunto una domanda alla quale cerca di rispondere quel numero?
Un saluto edi

Ho ricevuto il facsimile del nuovo mensile. Come dicono a Roma? Teribbile...
Forse è meglio lasciare tutto com'è ora. Sergio

Cari, no, non sono d'accordo su questi cambiamenti. Cambia continuamente tutto. Ci si sveglia una mattina e nella strada dove abiti sono cambiati due o tre negozi che erano già cambiati l'anno passato. E così finisce che ci si dimentica di cosa c'era prima. Una città è nome perfetto e il formato a me piace così. Se non cambiate sarò più puntuale con l'abbonamento!! Ciao un abbraccio, Martina Melis

Cari amici,
la bozza che mi è arrivata mi lascia un poco perplesso.
Ho provato ad immaginare un numero completo della rivista in quel formato e ho qualche dubbio sulla resa che i singoli pezzi avrebbero.
Non riesco ad immaginare se la lunghezza attuale delle interviste appesantisca o meno la lettura visto che in questo modo sarebbero distribuite su più pagine e potrebbero non invogliare alla lettura (mi capita ad esempio con Lo Straniero: rimando continuamente la lettura perchè "disturbato" dalla "verbosità" tipografica: caratteri piccoli, interspazi stretti); allo stesso tempo ridurre la lunghezza a me sembra un vero delitto e in questo concordo totalmente con l'intervento di Mario Spada: la cifra non solo stilistica, ma oserei dire "politica" dell'intervista lunga è irrinunciabile. Rischiamo una raccolta mensile di interviste che senza supporto di articoli, interventi, saggi connoterebbero poco il lavoro politico, sociale e civico fatto da Una Città.
Inoltre vorrei domandare se eventualmente avete provato soluzioni tipografiche riguardo i caratteri, gli spazi, la distribuzione delle foto ed eventualmente qualche segno grafico che allegerisca in quel formato la lettura. E se avete provato a vedere la resa del portfolio secondo il nuovo formato.
Riguardo la carta penso che il patinato sia migliore, altrimenti diamo l'idea di un giornale semi-clandestino o vagamente underground.
Per chiudere ribadisco la mia idea di pensare e organizzare con metodo una serie di azioni e iniziative per arrivare a nuovi e numerosi lettori. Il solo cambio di formato e/o testata non porta nuovi abbonati.
Il confronto continua e mi sembra molto ricco e partecipato...
Buon lavoro e abbracci. Luciano

Carissimi, per vari motivi - non tutti piacevoli - solo ora posso farmi viva con voi...Ho seguito nei giorni scorsi la discussione, veramente coinvolgente, sui cambiamenti proposti per il giornale. Mi son fatta un'idea, ma vorrei prima vedere il fac simile che non ho ricevuto. Me lo potete inviare, per favore?
Saluti a tutti! Gioia Troncon

Carissime/i, scusate innanzi tutto il ritardo. Ho avuto qualche difficoltà a mettermi in sintonia con i numerosi commenti che si susseguivano sulla mail. Prima di tutto ho cercato di rispondere alla domanda: perché cambiare? Mi sembra di aver capito che la risposta (ovvia) risieda nella presunzione che formato e intestazione siano di ostacolo ad una maggiore diffusione della rivista. Che è il problema che giustamente si vuol risolvere. Gli amici della redazione ci dicono che ricevono di continuo proteste rispetto al formato: sostanzialmente scomodo. Se è scomodo, rispondere che l?attuale formato è bello, non mi sembra risposta appropriata. La discussione deve riguardare: 1) è vero che il formato è scomodo? 2) la scomodità del formato costituisce un ostacolo serio alla diffusione della rivista? Lo stesso vale per l?intestazione: rappresenta un ostacolo serio alla diffusione della rivista? Personalmente concordo con la scomodità del formato, e penso che possa costituire una componente, anche se non la più importante, delle difficoltà della rivista. Al contrario, non penso che l?intestazione abbia alcuna rilevanza.
Se tutto questo è vero, cambiare l?intestazione non risolverebbe il problema, e al limite potrebbe addirittura aggravarlo, in seguito alla perdita del ?marchio?. Cambiare solo il formato sarebbe a sua volta insufficiente. Perché allora non pensare ad un cambio del formato inserito in un progetto editoriale più ampio (che vada dalla "struttura" delle interviste fino alla promozione), mantenendo immodificata l?intestazione. Anch?io sono convinto che la diffusione potenziale della rivista sia molto superiore alla diffusione attuale. Perché non provare sul serio ad affrontare il problema? La redazione è certamente in grado di farlo e noi siamo tutti contenti di contribuire, nei limiti delle nostre capacità.
Un abbraccio, Piero Liberti

Ho ricevuto il fac-simile. Confermo l'opinione di mantenere la storica testata. Mi sorgono invece dubbi sul cambio di formato che mi pareva condivisibile. Le foto e forse anche le interviste rischiano di venire troppo penalizzate. Bisognerebbe però vedere un numero con tutte le sue 48 paginette una sull'altra, sfogliarlo, soppesarlo, maneggiare lo spessore.... Invito la redazione a prendere atto di tutta la calda partecipazione e l'affetto che le "proposte sconvolgenti" hanno suscitato. In questo senso direi che i momenti di silenzio della mail list sono da intendere come silente, fiduciosa, fedele e partecipe presenza piuttosto che come distaccata lontananza.
Buon lavoro. Rodolfo

A me piace molto la frase sul sito web: le domande vengono sempre prima delle risposte. Perche' non inserirlo sotto ad 'Una Citta'?
Inoltre, vorrei suggerire un allargamento del sito web, con blogs e feedback, cosi' che il dialogo fra i lettori della rivista sia mantenuto alto.
Saluti affettuosi da Londra, Paolo

Proposta sconvolgente chiama, proposta sconvolgente risponde.
Premesso che non ho assolutamente nulla contro l'attuale (formato e nome), anzi direi che mi piace molto, perché non pensare a valorizzare, ma non solo, a dare la preminenza al sito rispetto al giornale cartaceo? Il sito è uno dei più belli, più semplici, più chiari ma soprattutto più ricchi che abbia mai visto. a disposizione c'è praticamente tutto. So che assomiglia particolarmente a una bestemmia, e io non sono particolarmente affascinato dal genere, ma perché non pensare a un giornale solo on line, per magari stampare solo qualche numero monografico di particolare significato? aggiornamento in tempo reale sui pezzi, possibilità di diffusione esponenziale, possibilità di comparare i pezzi in tempo reale, insomma un sacco di buoni motivi. poi sono d'accordo: sarebbe un bel cambiamento! ma aiuterebbe a risparmiare un bel po' di beghe e darebbe un segnale che comunque, anche cambiando tutto, Non cambia niente. Quindi io ci penserei. Andrea

Parlerò male di una città. A proposito del formato, però. (Devo dire che le email invece mi hanno riconciliato con la testata "una città", malgrado continui a pensare che un certo handicap locale esiste e che "domande", se dovessimo iniziare oggi, sarebbe la testata ideale. Ma poi il logo è pure un patrimonio, e sono d'accordo, e quindi...).
Il formato. Oggi Camillo de Piaz mi ha subito detto: "capisco, però perdete una singolarità". Questo è evidente: il formato nel panorama è ormai unico, la copertina, nella combinazione barra testata, barra sommario, foto verticale a tutta pagina, è particolarmente felice, e unica anch'essa. Credo però che questo sia anche l'unico pregio del formato.
Adesso vorrei lasciar da parte il discorso comodità di lettura, trasportabilità, fotocopiabilità, assenza dell'ultima piega, miglior conservabilità. Mi interessa affrontare la questione, più intima, di quanto conti il formato nella fattura di quel prodotto, "quanto forma", cioè. Io penso molto. Mi sembra che Paolo Cesari non sia d'accordo: "non troviamo scuse, se uno vuole fa qualsiasi cosa con qualsiasi formato". Forse è vero, ma allora diciamo che per noi ormai "forma". E' come un imprinting nato dalla combinazione di alcuni elementi: l'intervista lunga, la foto grande, la scelta grafica dei titoli, l'autodidattismo, ecc. Fatto sta che oggi noi probabilmente non sapremmo cambiare con quel formato, in un certo senso ci obbliga.
A che cosa? Alla monotonia. Alla monotonia delle lunghezze delle interviste (le nostre misure sono 24000 con foto grande, 27000 con foto più piccola, 30000 senza foto), ma sempre le due pagine. Solo l'ultima è di 17000. E ci siamo anche proposti di di farne due di 17000, affiancate, ma diventano talmente gemelle, spesso senza foto, che sono orribili. Penso che il formato, in questo senso ci renda pigri e indolenti. C'è il "lungo", che è una delle nostre singolarità, ma c'è anche il "lungagno". Sempre Paolo a una Villa Salta citò una lettera di Stendhal, credo, in cui si scusava della lunghezza ma si giustificava per non aver avuto tempo. Per esempio tante interviste "buone pratiche", ma anche altre, non vengono "asciugate" a dovere in sede editing, perché dobbiamo riempire due pagine; si aprirebbe un buco che la foto, sempre problematica sulle buone pratiche, non potrebbe riempire. Si tenga sempre presente che non abbiamo i pezzi brevi da muovere all'occorrenza. Quindi l'intervista è di due pagine, quasi sempre, le pagine sono 18 (meno copertina, ultima, servizio centrale) le interviste quindi nove (+l'ultima, 10). Un ultima considerazione su questo: quante volte ci siamo lamentati che lasciamo cadere gli spunti, non li teniamo (potremmo fare un elenco molto lungo)... Quante volte ci siamo detti: sì, il messaggio del raccontare l'Italia lo lanciamo, ma poi noi non lo pratichiamo... C'è poco da fare, le interviste sono poche. E così ci rimettono anche le poche "corte" che ci capitano perché vanno a fare da spalla a un'altra per la quale non abbiamo la foto. Facemmo il maestro d'ascia a Napoli e lui parlò poco, stavamo per cestinarla, poi la mettemmo su per riempire e invece ci procurò un lunga recensione di Adriano Sofri. Ma certo non ci venne l'idea di andar a far foto nel suo cantiere. Certe interviste "di lavoro" saranno per forza più brevi, dove e come le mettiamo?
La seconda monotonia è quella delle foto. La foto grande è solo di accompagnamento "indiretto" all'intervista. E sarà un caso ma è quasi sempre un paesaggio urbano. Sarà bella, certamente, ma ben poco "narrativa" e sempre quella: qualche essere umano a media distanza e facciate di palazzi sullo sfondo. Questo dipende certo dal fatto che se non "penetriamo" non ci può essere narrazione (quando Fausto va in Marocco o in Kossovo le facce e le storie vengono fuori) ma io credo che anche qui il formato crei un'indolenza: la foto di fatto è corredo all'intervista, riempitivo delle due pagine. Faccio un esempio: abbiamo pubblicato un mini servizio di Cito (un grande fotografo) su ragazzi arrestati per camorra e in una c'era un ragazzo a terra ucciso. Bellissime foto, ma discutemmo se erano "in linea". Ma perché? Perché erano troppo giornalistiche? Non lo capisco. Certamente non avremmo potuto prendere quella del ragazzo a terra e ingrandirla a metà pagina, ma quel servizio, pur affiancando il pezzo di Carla su Napoli, era un pezzo autonomo, con vita propria, molto forte (quei tre ragazzi in fila in caserma, un po' strafottenti, il ragazzo morto buttato lì, tutto normale... Narravano).
La terza monotonia riguarda l'assenza del "breve", che è comunque importante in un giornale. Infatti anche noi l'abbiamo: i sottotitoli. (Una volta un abbonato ci disse che leggeva solo un'intervista, tutti i sottotitoli, guardava le foto e considerava i soldi dell'abbonamento già ben spesi. Va beh, però...). Ora sul breve bisogna anche intendersi: non è che non è bello, che non abbia una sua dignità. Noi diciamo che quando si intervista qualcuno bisogna essere lunghi, ma una scheda può essere breve. Una didascalia brevissima. Ecco, una delle idee originarie del progetto rivista era lo stile "Gente o Oggi", grandi foto e servizi fotografici autonomi con didascalia sotto. Non ci siamo mai riusciti, salvo da un po' per le centrali. Ma mai insieme allo scritto. Perché? Messe a pié di pagina sembrerebbero rubriche un po' patetiche, quasi box pubblicitari, a tutta pagina sembrerebbero dei manifesti (per tre numeri facemmo così nell'ultima. Non funzionò).
Infine, la copertina. Bella, certamente. Ma io penso che la foto di copertina debba essere una specie di editoriale, "sui generis" naturalmente, che può essere legato all'attualità (i due coriandoli a forma di cuore sull'asfalto del gay pride) o no (la ragazza velata al macdonald di Marrakesh). Ma la foto ha un taglio molto particolare, va scelta solo verticale e pure tagliata. E' molto più facile che la foto resti, come è stato per anni, un puro paesaggio urbano, quasi fosse parte della testata, creando una serie anch'essa monotona.
Conclusione dello sproloquio: naturalmente se ci limitiamo a stendere su 48 pagine le 10 interviste, la monotonia sarà rotta solo dalla necessità di voltar pagina più spesso e questo sarebbe un rischio molto grave. Quindi il cambiamento dipende da ben altro. Ma il cambio di formato può creare una premessa utile. Tutto il resto sta a noi, tutti noi, perché un progetto come quello che pensiamo non lo possiamo portare avanti solo da Forlì. Prevederemmo, soldi e "forze in campo" permettendo, di andare a 64 pagine e di portare le foto a un terzo dello spazio (oggi sono a meno di un quinto). Comunque, del progetto ne parleremo. Un ultima considerazione tecnica, però: andare a 32 pagine con l'ultima piega saremmo al limite, forse oltre, sia come maneggevolezza sia come danno procurato dalla stessa (le zampe di gallina); 64 pagine con le graffe sarebbero normalissime, maneggevoli e sane. Scusate "il lungo". Gianni

Bene, per quanto riguarda la testata "Una Città" batte "Domande" con lo stesso punteggio con cui gli All Blacks neozelandesi hanno sistemato la nazionale di rugby italiana. Non se ne parli più.
Veniamo al formato: sono d'accordo che "64 pagine con le graffe sarebbero normalissime, maneggevoli e sane", come scrive Gianni ma rimangono due problemi solo indirettamente affrontati nella sua mail. Uno è quello della "monotonia": le 64 pagine servono solo se esistono appunti, interviste brevi e brevissime, lettere da Bangkok piuttosto che da Ramallah: insomma tutto quello che rende il giornale più "mosso" se uno non ha voglia di sciropparsi 30.000 battute sulla scuola o sulla Palestina.
Penso sia più importante riflettere su un'altra questione: il giornale non è troppo eterogeneo? Ci sono filoni di approfondimento, come le buone pratiche di vita in comune, di cooperazione sul territorio, o la scuola, che forse potrebbero trasformarsi in un giornale a sé: non tutti gli insegnanti che si pongono i problemi della loro scuola sono altrettanto motivati a leggere della guerra in Irak.
Prima che qualcuno mi accusi di voler sopprimere la ricchezza del giornale e proponga di erigere apposita gigliottina sulla piazza di Forlì, dirò che la ricchezza è un pregio ma la capacità di individuare i propri interlocutori (non scrivo "selezionare il target" per evitare le tenaglie roventi) lo è altrettanto. Un giornale per gli insegnanti, gli assistenti sociali, gli operatori di strada, i medici e gli infemieri, insomma tutti coloro che hanno a che fare con relazioni che si creano all'interno di grandi burocrazie e cercano il modo di umanizzarle: mi pare ci sarebbe da scrivere a sufficienza.
Questo non impedisce di fare anche UN ALTRO giornale sulla pace, la cooperazione internazionale, i bambini soldato, le università di strada in Brasile e quant'altro. Un terreno più difficile da praticare perché la concorrenza dei media con un ciclo di notizia di 30' invece che 30 giorni è piuttosto presente.
Sempre per evitare le pallottole di chi ama "Una città" così com'è, dirò che forse lo "sdoppiamento" potrebbe prendere la forma di mensile+collana di libri, ovvero di un giornale che rafforza la sua identità e completezza in un settore ma è capace di produrre anche 6 libri l'anno su altro tema.
Lo sdoppiamento, o anche semplicemente una produzione libraria più attiva, vanno ovviamente pensati assieme ai convegni e al sito: nel 2007 il problema non è il formato della carta ma la capacità di offrire una varietà di supporti che "acchiappino" quanti più utenti possibile. In particolare, il sito dev'essere un luogo di interattività, cioè permettere interventi più rapidi e personali di chi vuole commentare un'intervista o dire la sua. Per crescere occorre fare un "microgruppo" editoriale, altrimenti i restyling grafici esauriscono la loro spinta nel giro di 6 mesi.
Fabrizio Tonello

Ciao a tutti.
Fino ad oggi non ero riuscito a seguire il dibattito sulla nuova testata e il nome del giornale se non in maniera frammentaria, mi si è rotto l'hard disk del computer, sono senza da quasi due settimane e ho qualche problema a seguire le mail.
Grazie per il modello che mi avete mandato a casa. Il formato mi piace, è più maneggevole, e potrebbe essere un cambiamento produttivo soprattutto se corrisponde a un cambiamento anche nella sostanza del materiale. Con pagine più piccole si può giocare di più con la formula dell'intervista. D'accordo con Gianni sulla necessità di prevedere anche pezzi corti, di fare un giornale che possa essere sfogliato e non solo letto. E' vero che il formato storico è più originale, ma in questo campo credo che sia piuttosto il già visto a rendere di più, meglio un formato più familiare insomma.
Per quanto riguarda il nome, Una Città non è localistico, anzi.
Domande non mi piace granché e, anche se renderebbe più esplicita la caratteristica più forte della rivista, non penso valga la pena abbandonare Una Città, con cui siete conosciuti. Del resto il cambiamento di formato sarebbe già un segnale forte.
Mi auguro di vedervi presto. Un saluto a tutti.
Simone

Non sono favorevole al cambio di formato.
Il formato del giornale è indubbiamente scomodo, anzi molto scomodo: porta via spazio, si sfoglia male, carta rigida, si deve ripiegare. Mi sono sorpreso a preferire a volte la lettura di qualcosa sul nostro sito piuttosto che aprire il giornale. Assecondare questa esigenza? Guardiamo il sito. Anche il sito è "scomodo", ti cattura sulla base dell'intrigo più che offrirti un ordinato elenco di argomenti fra cui fare la tua scelta. Questo rispecchia più la natura e il lavoro di una città: non un insieme di esperti che offrono contenuti ma inesperti curiosi con un'idea forte e un approccio originale alla politica.
Il formato grande crea comunque un rapporto con questa identità. Il formato piccolo è più strumento, più servizio, più confrontabile con le altre riviste e confondibile con loro. Credo che anche quelli che caldeggiano un formato più comodo siano o siano stati attratti anche dalla sua dimensione. Ma la considerazione più importante è sui cambiamenti che stanno avvenendo con grande accelerazione nelle abitudini di lettura e approfondimento. Formato piccolo o grande la carta stampata sarà sempre più perdente sul terreno della comodità rispetto a internet. Non sparirà, è chiaro, ma il suo punto di forza resterà la sua fisicità. Se questo è vero l'handicap di scomodità dell'attuale formato non confina da vicino con il suo pregio? In un momento in cui le riviste su carta sono in crisi per via di internet e visto che perdiamo e perderemo sempre più abbonamenti in favore del sito e considerando che il riferimento che ci interessa riguarda più quelli da conquistare che quelli conquistati siamo sicuri che ci convenga rinunciare a questa particolarità, anzi, unicità?
La componente invece totalmente negativa del grande formato resta comunque la deturpante ultima
piega e il limite fisiologico del numero di pagine.
Non mi convincono poi le considerazioni sulla questione "più intima" di cui parla Gianni, quella della "forma".
Faccio lo stesso esempio fatto da Gianni: il miniservizio sulla camorra di Francesco Cito. Cito è considerato uno dei migliori fotogiornalisti italiani, e le foto pubblicate sono molto belle. Eppure effettivamente discutemmo se erano "in linea". Effettivamente io ero perplesso perché si discostavano dalla strada maestra del clichè del reportage d'approfondimento ed erano più foto di cronaca. Gianni da tempo cercava più contaminazione fra foto e scritto, più varietà di ... forme giornalistiche. Sbagliavo, avevo una posizione rigida. Evidentemente una mentalità meno prettamente da fotografo ha più libertà creativa per concepire forme diverse in cui scritti e foto vivano insieme formando un tutto unico. E ora prendo quell'esempio per dire che il grande formato non impedì di mettere insieme cose diverse su un unico tema e sarebbe potuto essere anche più vario se progettato ad hoc. Erano tre pagine "da Napoli" con due interventi e le foto. Potevano essere anche quattro pagine, aggiungendo una storia e magari una scheda con dati stringati e crudi tipo quelli che Barbara mette nei paginoni centrali: tipi diversi di interventi a formare due potenti grandi doppie pagine sulla camorra. E altro ancora, servono delle idee nel senso della varietà, che interagiscano con l'ossatura portante che è l'intervista lunga, non un contenitore che faccia venire delle nuove idee. Certamente bisogna cambiare qualche impostazione di base nella grafica, ma dov'è questa impossibilità a farlo? In questo caso sarebbe la tematica a guidare la forma della rivista e non la lunghezza dell'intervista. Dunque su questo problema, quello della flessibilità, l'impressione è che nel piccolo formato non aumenti, ma si passi da una rigidità ad un'altra che un domani potrebbe starci di nuovo stretta. Tutto questo discorso è comunque valido se si ha la possibilità di progettare il numero e non subirlo in base al materiale nel cassetto, ma su questo una ristrutturazione del lavoro è in atto ed è essenziale per la qualità del prodotto. E' per questo che non capisco perché la forma "formi" questo imprinting, perché non sia possibile variare all'interno del grande formato. Non è piuttosto una forma mentis che impedisce di vedere i cambiamenti se non si riparte da un quaderno bianco? Anche se il punto di vista di chi ogni mese concepisce e dirige la creazione del numero, cioè Gianni e Barbara, ha per il fatto di essere in prima linea un potere superiore, mettere in discussione questo punto di vista crea comunque ricchezza di comprensione. In ogni caso eviterei, per esperienza e per principio, di dare la colpa al formato per la pigrizia e l'indolenza... Non è la paura dei cambiamenti: si può rimettere mano al progetto grafico e renderlo consono alle esigenze, è vero che la foto di copertina ha un taglio innaturale e faticoso da trovare, è vero che le foto sono spesso monotone, non solo quelle di copertina, ma perché sono deboli, non perché c'è un paesaggio e non ci sono visi in primo piano. Le foto belle sono quelle in cui il contenuto è significativo ed entra nella bellezza della composizione. Sono quelle in cui "l'occhio, il cervello e il cuore si allineano in un colpo solo" come diceva il Maestro. Sono quelle penetranti perché si è penetrati in profondità dentro la situazione da indagare. Quando serve una foto di una data tematica, e non c'è, e comprarla non possiamo, ci si arrangia. Non va bene ma spesso è successo così. Fra parentesi, c'è anche da tenere conto della legge. Una foto in cui compare in maniera significativa una persona ben riconoscibile si configura come ritratto e servirebbe il consenso dell'interessato. Le testate di attualità possono appellarsi al diritto di cronaca, quelle scandalistiche pagano volentieri una multa a fronte di aumenti di vendita. Tutti gli altri, noi compresi, possono solo affidarsi all'improbabilità di una contestazione.
Fausto

Caro Gianni,
hai sparato contro il "Quartier generale" , ma il popolo dei lettori, quello più partecipante (più o meno il 10%), è accorso in sua difesa. A questo punto perché cambiare formato? E' il formato di "Le Monde diplomatique" che esce con 28 o 32 pagine. E' più sfogliabile di "Una Città" semplicemente perché ha una carta molto più maneggevole. "Una Città" è rigida soprattutto dopo che è diventata patinata. Sfoglio e leggo qua e là l'una er l'altra e mi trovo assai più a mio agio con "Le Monde...". "La Repubblica" ha formato indentico, il "Corsera" un po' più largo, vendono più di 700.000 copie e ai rispettivi editori non è venuto in mente di rimpicciolirli perché non si possono "leggere a letto".

Rispondo a Gianni dopo aver letto anche le mail seguenti, in particolare Francesco Papafava, che mi sembra del tutto convincente.
Mi rendo conto di non essere sufficientemente dentro il lavoro di redazione ed impaginazione, ma, per quel che riesco a seguire degli esempi, sono d'accordo più con Fausto che con Gianni.
Credo che dovremmo accettare la sfida del lungo.
La New York Review of Books ha un formato appena minore di "Una città", non ha quasi mai foto, ha una grafica molto bella.
E' una rivista di grande interesse perchè pubblica recensioni a tema di blocchi di libri, o articoli, completi, in cui si impara qualcosa.
Le recensioni dell'Indice non riescono a comunicare nulla, al di là delle intenzioni di chi le fa, perchè sono strangolate dal formato. A questo punto molti settimanali riquadrano e suddividono le pagine, già piccole, come schermate di computer, con finestre e spazi, e non comunicano assolutamente più nulla.
I pezzetti brevi, snche quelli del diario qualche volta, tendono a diventare un riflesso della rete, perchè non riescono ad essere, non del tutto, espressione di molti che raccontano cose viste o vissute, come il titolo vorrebbe, ma spigolano tra le informazioni disponibili.
Questo è un fenomeno generale. Anche i quotidiani a grande tiratura saccheggiano la rete e la colorano.
"Una città" dà, e spero che continui a dare, spazio al basso, al locale, al non già detto. C'è bisogno - io ho bisogno, per essere più esatti - di interpretazioni e idee generali a partire dal mondo reale e dal particolare.
Mi rendo conto che non si possono riempire pagine grandi con una frittura di mista di pezzi piccoli. Ma sia "Le Monde Diplomatique" sia la "New York"
hanno un gabbia grafica che consente di spaginare e includere pezzi più brevi, polemiche, poesie, riquadrate.
"Lo straniero", che ha pagine piccole, le suddivide ancora per le schede, in corpo minore, ma pubblica anche articolesse piuttosto lunghe, cosa facile dato il formato libro.
Insomma, la soluzione ai problemi fisici - piegatura, manegevolezza - la cercherei nella grammatura della carta. Il lungo, quando ne vale la pena, lo manterrei.
Sulle cose in più - numeri monografici, sdoppiamenti - basta riuscire a farli.
Arrivederci. Francesco

Mi rendo conto che sul formato di «Una città» ero stato troppo sbrigativo e pilatesco dicendo: decidete voi che fate il giornale. Ora leggo due posizioni diverse di chi fa il giornale (Gianni e Fausto) e dico con franchezza, non pilatescamente, che non mi sono affatto chiarito le idee, anzi. Anch'io, come hanno già fatto molte/i altre/i, avrei qualche analogo motivo per rimpiangere il formato grande. Ma il problema cruciale mi pare l'abbia posto Francesco Ciafaloni nella sua ultima mail: «C'è bisogno - io ho bisogno, per essere più esatti - di interpretazioni e idee generali a partire dal mondo reale e dal particolare». Aggiungo che, con entrambi i formati, il lavoro (la fatica) redazionale sulle interviste dovrebbe aumentare. Le poche persone che lavorano al giornale fanno già moltissimo anche per questo aspetto; ma sappiamo bene che sul parlato registrato, senza pretendere di fare miracoli, si può sempre fare di più. Le costrizioni, anche di spazio, possono anche essere virtuose. Ma bastano le attuali, eroiche forze redazionali?
A presto, Luca

Francesco sostiene che non c'è motivo di cambiare formato: "E' il formato di "Le Monde diplomatique" che esce con 28 o 32 pagine. E' più sfogliabile di "Una Città" semplicemente perché ha una carta molto più maneggevole. "Una Città" è rigida soprattutto dopo che è diventata patinata. Sfoglio e leggo qua e là l'una e l'altra e mi trovo assai più a mio agio con "Le Monde...". "La Repubblica" ha formato indentico, il "Corsera" un po' più largo, vendono più di 700.000 copie e ai rispettivi editori non è venuto in mente di rimpicciolirli perché non si possono leggere a letto".
E' vero che il formato attuale è lo stesso di "le Monde" e di vari quotidiani, oltre a rari quindicinali o mensili come la "New York Review of Books" oppure "Le Monde diplomatique", ma questo non è un argomento: nel caso dei quotidiani sono prodotti non destinati alla conservazione, su carta molto più leggera, che non devono arrivare a fine giornata e quindi neppure all'ora di "leggere a letto". Del resto, con l'eccezione del "Corriere" e del "manifesto", tutti i quotidiani del mondo tendono a scegliere il formato tabloid o quello "berlinese", cioè a diventare più piccoli per facilitare la lettura sul trasporto pubblico.
In ogni caso, il grande formato va inevitabilmente con la carta leggera, come dimostrano gli esempi di "New York Review of Books" oppure "Le Monde diplomatique" (che non sono riviste con importanti sezioni fotografiche, al contrario si affidano prevalentemente a disegni).
Vorrei sottolineare che "New York Review of Books" oppure "Le Monde diplomatique" sono due riviste che nascono in condizioni estremamente particolari, cioè che fanno riferimento a un mercato di persone che leggono semplicemente inesistente in Italia. New York e Parigi non sono Roma e Milano, in particolare dal punto di vista degli acquirenti di libri: le tristi vicende dell'edizione italiana della "New York Review of Books" oppure le difficoltà di "Le Monde diplomatique" (che non potrebbe mai andare in edicola o in libreria se non "cangurato" dentro il "manifesto" lo provano ampiamente.
Quindi fotografie e carta più pesante vanno con il formato più piccolo (che tanto piccolo non sarebbe) oppure si deve tornare alla carta leggera e de-enfatizzare l'importanza delle fotografie, magari cercando soluzioni grafiche diverse.
In ogni caso, trovo che il tema del formato sia un approccio insufficiente ai problemi del giornale: il formato è parte di un progetto che individua certi lettori invece che certi altri, offre soluzioni coerenti con i contenuti e si affianca ad altre iniziative, come i libri. FT

La prima volta che ho aperto il pacco con 'Una Citta' ci sono rimasto di stucco, quel formato impossibile, le foto grandi, i neri veramente neri. Da fotografo guardo forse prima alla forma, vedo le due pagine centrali di 'Un luogo', e quando ho tempo leggo delle interviste, magari al lavoro, o sul sito. Per questo mi aveva molto meravigliato la prima delle email 'proposte sconvolgenti' in cui si diceva: 'sulle foto -dice il nostro responsabile foto- non è poi così certo il danno' (20 settembre). Il formato e le foto sono 'old fashion' e lasciano a bocca aperta i miei docenti all'universita' di Londra i quali, forse prima di tutto per un limite linguistico, si soffermano sulle foto.
Pero' vorrei chiarire sul sito web: penso all' Independent che si e' rinnovato di recente, mettendo links e interattivita' alla fine e duranti gli articoli, il giornale sembra un complemento, non necessariamente inferiore, dell'Internet. E come si fa a mandare opinioni e foto senza email? e come si puo' fare un reportage senza il digitale, photoshop, ipods, server uploads, e cosi' via?
Infine, mi permetto di mandarvi un'altra foto, gia' pubblicata su una rivista di Sociologia qui a Londra: qui i volti sono ben visibili, eppure sono immediate - a mio avviso - la diversita' ed anonimita' della vita urbana. Come si fa a chiedere il permesso a tutti? La folla, la gente, e' anonima, e' questo il bello del vivere in citta' e nessuna legge sulla tutela dei dati e dell'immagine potra' mai negarlo.
Saluti, Paolo

Cari amici,
se mi è concesso vorrei aggiungere qualcosa sulla discussione in corso. Sinteticamente.
Il rapporto tra cartaceo e web:
concordo con Fausto e Francesco; inoltre va detto che la carta -oggi più che mai- si addice all'approfondimento e alla riflessione grazie alla sua fisicità e alla concentrazione che ne deriva quando si legge. Il web è utile per le informazioni, i salti e i collegamenti, i rimandi, è utile per interagire, inoltre si presta per archiviare e memorizzare materiali che poi verranno usati a seconda delle occasioni o deglli interessi.
Ad esempio una grossa differenza tra riviste e quotidiani (italiani e stranieri) sta nel fatto che le prime sono molto gelose nel mettere in rete i loro numeri integralmente, i quotidiani (tranne quelli italiani) iniziano a rendere disponibile gli archivi e il giornale in modo gratuito: the Guardian, NYT, tanto per fare degli esempi. Entrambe le realtà rendono possibile l'interattività con i propri lettori: blog dei giornalisti o tematici, community, forum, segnalazioni.
Va detto che i quotidiani possono permettersi un'operazione del genere visto che i lettori costituiscono una parte degli introiti, mentre il resto è pagato dalla pubblicità. Una rivista di approfondimento invece si mantiene grazie al rapporto con i suoi lettori che pagano per leggere pezzi che hanno respiri più lunghi di un editoriale.
Quindi Una Città secondo me, deve affrontare alcune questioni ed io mi sento di suggerirne alcune:
1) andrebbe ripensata l'idea di mettere a disposizione l'archivio in maniera gratuita. Nessuna rivista lo fa e anzi lo riserva solo agli abbonati. Al limite presenta il numero in uscita con qualche anticipazione. Basta visitare i siti de il Mulino, La Rivista dei Libri, Lo Straniero, MicroMega, Reset, LiMes, Dissent, New Left Review (unica eccezione la NYR of Books, ma è una rivista che viene letta in tutto il mondo e che gode di buona salute finanziaria), the Believer, New Yorker. Molti di questi sono dei colossi di fronte a noi.
Forse dovremmo rivedere questo punto dell'archivio. In fondo un abbonato è una risorsa in più rispetto al visitatore occasionale che tra l'altro non vedrà il motivo per abbonarsi potendo accedere quando ne ha voglia. Altrimenti "sblocchiamo" l'accesso all'archivio dalla mail così da essere indicizzati su Google per ogni ricerca.
2) il sito per me va alleggerito graficamente. Facevo caso che i siti dedicati alla lettura e alla ricerca di materiale, quindi che puntano su una "sosta" lunga e meditata hanno tutti uno sfondo bianco, caratteri più leggeri e magari i grassetti color pastello (tipo arancione o verde). Parecchi non mancano di una sezione tipo agenda con segnalazioni di iniziative proprie o altrui e l'immancabile blog redazionale -che ormai ha sotituito il forum: più facile da gestire (in pratica non c'è bisogno di moderatore: si risponde al commento o se sgradito si cancella) e meno impegnativo; ad esempio la riflessione di Marzia su Toscani era un ottimo post per un blog.
Altro nodo che dovremmo discutere è una organizzazione che sia capace di legare alla rivista iniziativa, presentazioni, lavoro anche in altri luoghi. Qui la riflessione dovrà essere profonda per capire come noi "locali" potremo interagire con la rivista (e qualche idea l'avrei, ma non voglio allungare troppo la mail): va benissimo l'intervista, ma visto che non siamo nè giornalisti, nè intellettuali allora dobbiamo darci da fare per rendere presente nei luoghi dove viviamo il discorso di Una Città. Quindi più militanti. Abbiamo la fortuna di una tecnologia che ci assiste affinchè tutto sia circolare, contemporaneo e meno distante. Allora lo scambio di informazioni, la linea delle riunioni, i suggerimenti, un pò di "cucina" del giornale è possibile anche con maiuling redazionali.
Piccola Proposta:
dato che a La Storia dell'Altro mi sono appassionato mi propongo -se la cosa vi trova d'accordo- di aprire e gestire un blog dedicato esclusivamente ai progetti. Mi piacerebbe che pian piano si costituisse una piccola "task-force" capace di operare su questo progetto utile e necessario. Il blog potrebbe poi essere inserito nei blog redazionali qualora il sito venisse rinnovato e nel frattempo fornire una base per lo scambio di esperienze, lancio dei progetti, aggiornamenti e via via si vedrà.
Che ne pensate?
Scusate la lunghezza. Luciano

In questi giorni i Radiohead, un gruppo che ha venduto milioni di copie con i precedenti album, ha deciso di distribuire l'ultimo disco unicamente dal sito, con due opzioni.
La prima: scaricare direttamente l'album on line, ad un prezzo "variabile". Chiunque, cioè, ha la possibilità di deciderne il valore.
La seconda opzione è di farsi spedire il prodotto completo, il cd "in carne ed ossa", con in più altre canzoni, testi, versioni in vinile e altro materiale.

I Radiohead, tramite questo meccanismo cercano di creare un rapporto diretto con chi usufruisce del loro lavoro. Tutto è ormai facilmente scaricabile tramite internet. L'offerta libera pone tutti di fronte alla possibilità di giudicare (democraticamente, oserei dire) il valore di un prodotto e di decidere se e in che modo sostenerlo.
La seconda opzione è invece dedicata ai fedeli o a chi preferisce avere il prodotto tra le mani, chiamiamoli gli "Amici dei Radiohead"...
In entrambi i casi, comunque, si decide di sostenere e di premiare un progetto, piuttosto che acquistare un prodotto.

Veniamo a noi. Sono d'accordo con quello che scrive Luciano Coluccia sul fatto che bisogna ripensare il rapporto tra cartaceo e sito. Non sono d'accordo però sulla proposta di rendere l'archivio solo per abbonati, perché il sito è anche un importante volano, attraverso cui le persone si avvicinano ad Una Città e che dovrebbe semmai essere reso ancora più fruibile tramite il legame diretto con Google. Penso che non si tratti solo di un aspetto promozionale, ma proprio di una politica dell'accesso che è importante sostenere.
Sono invece d'accordissimo sull'importanza dei blog, magari con gli "appunti del mese" che potrebbero venire scremati lungo il mese e resi commentabili.
Allo stesso tempo sono dell'idea che bisogna differenziare il prodotto del sito da quello della rivista cartacea e qui arriviamo alle proposte. Da una parte si potrebbero lasciare gli articoli interamente scaricabili da internet, con il meccanismo dell'offerta libera. Dunque la possibilità, ben visibile, di sostenere il progetto Una Città. In questo caso gli articoli sarebbero accessibili nel formato online, per cui si potrebbe leggerne solo il contenuto. Chi sostiene saprebbe di sostenere un giornalismo militante,indipendente, che si autoproduce, che ha scelto di non avere pubblicità,
che si autodistribuisce, etc.

Di conseguenza proporrei di togliere dal sito il giornale in pdf, che rappresenta invece il valore aggiunto del lavoro redazionale: per chi vuole accedere al prodotto cartaceo, alle foto, ad un lavoro curato e bello da sfogliare, da maneggiare, resterebbe l'opzione Abbonamento. Gli abbonati avrebbero ovviamente altri vantaggi: sconti sui libri, ad esempio, o l'accesso a mailing list come questa, in cui si possa davvero discutere del progetto, lanciare iniziative, etc. Oppure, perché no?, si potrebbe pensare di mettere le interviste in uno spazio in cui si possano commentare direttamente on line, rendendo le interviste "aperte" e la community di abbonati continuamente attiva.
Chi si abbona ad Una Città entrerebbe davvero a fare parte di una specie di "polis" on line.
E infine il formato. Visto in questa ottica, chi si abbona vuole usufruire di un prodotto bello, da conservare. Ma penso che lo voglia anche maneggevole, facilmente trasportabile, leggibile anche in contesti scomodi, etc. Penso che l'attuale formato abbia la prima caratteristica, ma non la seconda. Ho visto le bozze del nuovo: da una parte mi ha colpito subito la copertina immagine, secondo me davvero molto bella. Allo stesso modo mi è piaciuto molto il sommario, secondo me preferibile a quello attuale, e attraverso cui potrebbe essere sottolineata l'importanza che diamo alle domande.
Ho avuto più difficoltà, invece, a digerire la dimensione degli articoli, sicuramente più "flessibile", ma forse meno bella, oltre che meno caratteristica.
Mi piacerebbe pensare ad una soluzione intermedia, ma non credo ce ne siano.
Ciononostante io continuo a sostenere il cambiamento del formato, sicuro che anche con il formato più piccolo la redazione riuscirà a trovare una "identità nel nuovo" e creare un bel prodotto. Penso anche, con Gianni, che questo permetterà di svincolarsi da alcune costrizioni grafiche, e di liberare, all'interno della pagine, il contenuto (in fondo anche Le Monde Diplomatique è graficamente monotono...).
Ciao a tutti.
P.S. Le scuse per la lunghezza sono d'obbligo. Alessandro.

Si può intervenire solo per esprimere incondizionata adesione di metodo alle proposte coinvolgenti di Alessandro Siclari?.
Se sì, lo faccio, anche perché mi pare, a prima vista, che potrebbero parzialmente aiutare, per il futuro, a superare lo "stallo" che la redazione autodenuncia a proposito del nuovo libro "Brutti ricordi" ed in genere della promozione dei prodotti editoriali di Una città.
Salvo per questi ultimi e per la proposta di mini casa editrice, pensare non ad un marchio interamente "proprio" che si vada ad aggiungere alle centinaia di piccole case editrici che nascono e muoiono ogni anno, ma ad una sinergia/joint venture con altri più grandi (ma non troppo: diciamo medie case editrici)di noi, tipo - ammesso che sia possibile - collana edita ed autogestita presso chi, editore di professione, ha già canali promozionali, distributivi, ecc: ma questa è, forse, un'altra proposta più che sconvolgente, fuorviante rispetto all'attuale dibattito sulla rivista.
Giorgio Calderoni-Forlì

Il formato di Una città è effettivamente poco maneggevole tanto per il lettore quanto per il postino.
D'altra parte mi pare che il formato attuale sia ormai un carattere distintivo della testata: all'incirca come il formato, e la grafica, il B/N e l'impaginazione de Il mondo negli anni '50 e '60.
Cambiare formato, a mio parere, è un atto di coraggio forse opportuno per il maneggio fisico del periodico.
L'atto però, una volta compiuto, certo tracimerà anche nel modo di leggere il periodico e poi, così, anche nelle priorità e nello stile redazionali.
Credo che la decisione se cambiare formato o no debba anche considerare l'obbiettivo e la fattibilità del medesimo in rapporto a:
- Obbiettivo; relativamente poca tiratura, pubblico di qualità (salvo me), temi molto approfonditi, scarsa attenzione all'appeal grafico di massa: allora, forse, Una Città resti così
- Obbiettivi diversi, contrari: allora Una città deve forse omologarsi ai formati fisici ed alle abitudini ed aspettative culturali oggi più comuni.
Cambiare anche la testata? Ciò mi vede del tutto contrario sia per motivi affettivi (ci sono abituato ed affezionato), sia per l'oggettiva qualità del nome, sia e soprattutto per quanto di costruibile e magari tuttora da costruire/completare (e sempre da aggiornare) a partire dal nome Una città: ......... ............ cfr. Mario Cuminetti "Abitare la città", città non (appena) come agglomerato urbano anzichè campagnolo, bensì come comunità diversificata, coraggiosa e viva, come polis.
Grazie per iscrivermi nella vostra e-mail: cercherò di non essere invadente nè prolisso nei feedbacks.
Un saluto caro e grato, Gerolamo Pigni

Cari,
vorrei aggiungere due o tre cose alla discussione in corso riguardo la rivista.
1) per tutti i sostenitori e i dubbiosi sull'efficacia della testata propongo di recuperare il saggio di Marc Augè "Città-mondo e Mondo-città" che è apparso sulla rivista "L'ospite ingrato", il fascicolo è il VII,I del 2005, dove viene affermato che "la nuova utopia è la città", la rivista forse si può trovare in qualche buona biblioteca.
2) rispetto alle cose dette da Alessandro Siclari: i Radiohead permettono di scaricare il loro album ad un prezzo variabile, non gratuitamente. Possono permettersi l'azzardo di farsi pagare poco perchè il margine di rischio per loro è basso, visto che vendono milioni di copie e il nome del gruppo è garanzia di fronte a major, distribuzione e promozione. Noi vendiamo la millesima parte e siamo quasi sconosciuti.
Si tratta di una transizione dove ancora non si capisce bene come possano evolvere le opportunità innescate da internet. Quindi rimango dell'idea che mi sono fatto visitando quasi tutti i siti delle riviste: quasi nessuno mette a disposizione gratis e in modo integrale. Soprattutto se ancora risulta difficile camminare in maniera autonoma e conosciuta. Ponendomi il problema ho provato ad indagare meglio l'esperienza del sito lavoce.info che è gratuito e si regge su contributi volontari (mi sembra di capire che Alessandro prospetti questa scommessa). In tutto il 2007 lavoce.info ha incassato poco iù di 10,000 ? di cui 4600 da parte del Senato. L'anno precedente 18,000 ?, potrebbero bastare per la sopravvivenza di tutte le iniziative? Inoltre scorrendo i dettagli dei singoli contributi la maggiorparte risultano essere di 100 ? in media (il doppio di quanto richiesto per il nostro abbonamento). Bisogna considerare poi che si tratta di un sito specifico su temi economici, che i curatori vivono di altre entrate e che Una Città propone temi eterogenei ma riconducibili ad una idea della politica.
3) "Domande" potrebbe vivere come prodotto editoriale librario. A me vengono in mente i libri di "Aperture" di "Linea d'Ombra". Indispensabile che i libri siano riconducibili e identificabili con il progetto della rivista. Necessario, secondo me, pensare delle collane (i quaderni dell'altra tradizione, l'internazionalismo sono le prime possibili). Sulle sinergie/joint-venture bisognerebbe studiare il come e con chi. Anche tra quelle già esitenti ci sono quelle che camminano male o che si rivolgono a pochi adepti in circuiti ben delineati e confinati.
Con questo vi saluto e a presto. Luciano

Cari amici, proponiamo di vederci sabato 17 novembre a Forlì, al pomeriggio alle 15, con la possibilità di continuare la discussione domenica mattina (per la sistemazione e gli aspetti logistici stiamo vedendo le varie possibilità).
Per la discussione: vi anticipiamo che noi siamo abbastanza propensi al cambio del formato, mentre, ovviamente, abbiamo definitivamente cestinato l'idea del cambio di testata. Siamo d'accordissimo invece che un cambio di formato deve accompagnarsi a un progetto redazionale della rivista adeguato, e relativamente nuovo, e di questo, oltre che dell'eventuale cambio, vorremmo discutere il 17. Le idee che abbiamo per ora sono abbastanza generiche:
-4 misure di interviste, invece che una;
-un uso più vario delle foto (non solo il servizio di 2 pagine, che possono diventare 4, e la foto d'accompagnamento all'intervista, ma anche la foto a tutta pagina verticale, quella orizzontale che copre due pagine, il servizio fotografico di sole due pagine, il servizio-ritratto di accompagnamento all'intervista-storia di una pagina; il servizio "storico" d'archivio);
-l'irrigidimento delle testatine, che vuol dire passare dal puro "trovato" al "cercato"; ovviamente la possibilità che in ogni numero ci siano "problemi di lavoro", "problemi di scuola", "ricordarsi", "l'altra tradizione", ecc. dipende dalla possibilità di aumentare le pagine a 64;
-l'incremento del "racconto", in particolare sui temi del lavoro e della scuola;
-la possibilità di incrementare la presenza di pezzi brevi (come le "lettere da" tipo quelle molto belle dell'Ilaria, o interventi di abbonati in una pagina apposita, o la rubrica "la visita", quella alle tombe, con citazione);
-un uso costante di didascalie e schede (tipo centrali).
Questo per quanto riguarda la rivista. Dei progetti collaterali, a domani o dopodomani.


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