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Testo di una città - 2010

21 settembre 2007

Cari amici, vi mando subito una prima risposta con le vostre parole, riservandomi di pensarci meglio nei prossimi giorni.
«Altri dicono che "una città" non suona locale, che suona una qualunque, quindi tutte, che è molto bello, e soprattutto che è comunque una follia cambiare una testata che è un patrimonio». Aggiungo che per me non suona come «una qualunque, quindi tutte», ma come «una città possibile», da costruire con grande fatica e forse con poco o nessun successo. Anche quelli che non si sentono anticomunisti come voi hanno dovuto rinunciare alla prospettiva della «città futura» di Gramsci. Ma «una città», via, non è una città qualunque. Su «domande» per ora non mi pronuncio esplicitamente. Con affetto.
Luca

carissime/i so che prima di sconvolgere pensate e ripensate a lungo, in solitudine e nel bel gruppo locale che vi invidio. Ma così, a caldo mi spiace molto per l'abbandono del nome della testata che avevo interiormente elaborato all'epoca del primo numero del fratello minore Bz1999 che così apriva nel giugno 1996: "Benvenuti a Bolzano, una delle tante città. Noi pensiamo che guardando nel profondo della sua vita, dei suoi dolori e delle sue aspirazioni, si può capire il mondo. Ogni avvenimento, apparentemente lontano, raccontato da televisione e giornali, trova nella città, in ogni città forse, un originale luogo di incubazione o di riproduzione: il conflitto etnico o razziale e la costruzione di modelli di convivenza, l'emarginazione e l'impoverimento di fasce crescenti di popolazione, l'ideazione di attività produttive fuori e oltre il mercato, la dipendenza consumistica e l'affinamento di nuove sensibilità. E non si possono capire le tragedie che ci appaiono lontane, e per questo ci lasciano a volte indifferenti, senza aver costruito com'è nella autentica cultura popolare un buon parametro di giudizio artigianalmente formato in loco e in proprio". Continuo a credere che una delle difficoltà maggiori e forse insanabile della politica italiana è proprio questo disprezzo per il locale (vedi editoriale oggi di Mario Pirani), che complica un po' molte le cose ma fornirebbe percorsi di coinvolgimento reale nelle decisioni che sono alla base di ogni fatto democratico.... Ma mi adeguerò come sempre per semplice amicizia.
Edi Rabini

Di fronte ai cambi editoriali sono sempre un conservatore, quindi anche dopo aver letto le vostre proposte mi chiudo a riccio. In ogni caso siccome sono sempre messo in minoranza e visto che alla fine scelgono inevitabilmente (e giustamente) le persone che il giornale lo fanno, se proprio volete procedere ai cambiamenti indicati, per quanto riguarda il nome proporrei "punto interrogativo". Domande è proprio brutto... Colgo l'occasione per suggerirvi (se non l'avete già fatta nel periodo in cui non leggevo più il mensile) una intervista sulla "decrescita felice" a Maurizio Pallante...
Ciao, Sergio

Salve, sono Stefano Ignone, e da novembre tornerò a lavorare in redazione dopo un anno di assenza. Non ho partecipato alla discussione sulle modifiche, ma mi permetto di esprimere alcune impressioni. Credo che la proposta di cambiare formato sia legittima, in gran parte per i problemi "tecnici" di cui si è detto; d'altra parte, è altrettanto comprensibile la difesa di chi ritiene il formato una delle caratteristiche fondamentali della rivista, che sembra voler richiedere al lettore una pazienza in più, un'attenzione maggiore, una forma di "amore che supera le difficoltà"... insomma, qualcosa di romantico. Credo però che qualora si decidesse di cambiare il formato, non si dovrebbe intervenire anche sulla testata; i cambiamenti sarebbero troppi, per una rivista il cui fascino risiede anche nel modo di presentarsi (formato "anomalo"; nome "anomalo"). Ad ogni modo, "domande", nonostante sia forse più attinente con i contenuti, mi sembra un titolo poco distintivo, che non resta impresso (al contrario di "una città"...).
Stefano

Carissimi, vi scrivo le mie prime impressioni su quanto avete scritto. Il formato "ridotto" secondo me si presta bene ad una rivista mensile. Sarebbe ancora un bel formato che in pochi adottano (così grande forse lo fa Lettera Internazionale) e le foto secondo me non risultano sacrificate. Ho ripreso in mano vecchi numeri di Linea d'Ombra, ma anche di Internazionale e graficamente si lasciano apprezzare molto. Per quanto riguarda il cambio di testata quando ne iniziammo a discutere ero molto affezionato a Una Città, in quanto tale e lo rimango tutt'ora se pure con qualche dubbio in più e qualche granitica certezza in meno. Mi spiego. Una Città mi ha sempre dato l'idea della Polis e della discussione, della costruzione di una convivenza civile e democratica. ma sono consapevole dei limiti che avete riscontrato molte volte. Devo aggiungere che rispetto a qualche anno fa oggi mi sento pronto e possibilista se la rivista decide di cambiare. "Domande" è suggestivo e necessario di questo tempo e caratterizza la rivista per quello che è: interroga, quindi dialoga, ecc. ecc. Su questo sono d'accordo con chi sostiene questo cambio. Ma bisogna tenere presente una cosa molto importante: cambio di formato e di testata sono una seconda vita del giornale. Una seconda fase che vede nell'allargamento dei discorsi e dei temi dibattuti e nell'aumento degli abbonati l'evoluzione necessaria, pena la scomparsa o -peggio- l'irrilevanza. Si rinasce per essere presenti nel dibattito pubblico, tra lettori e abbonati, per supplire anche a certe discussioni e riflessioni come fin qui è stato fatto; consapevoli che assumendoci questa responsabilità ci assumiamo il compito di organizzare meglio i nostri compiti, aumentando la nostra presenza e aumentando (raddoppiando minimo) gli abbonamenti. In breve: testata e formato possono anche cambiare per dare slancio e diffondere la rivista. Per me la riunione va bene. Unica necessità: saperlo con un certo anticipo così da cambiare eventuali turni. Assolutamente non posso il 27 e il 28 per impegni già presi in precedenza e ai quali non posso assolutamente mancare. Va da sè che mi piacerebbe partecipare alla riunione.
Abbracci. Luciano

Ho poco tempo, ma la risposta a caldo ve la devo mandare. una città non si tocca! per me la città evoca tutto il patrimonio di relazioni affetti emozioni che ci circonda. contrasta con questa fuga (dalla città) sostanzialmente reazionaria. se suona locale è solo a chi non coglie la specificità topografica dell'esserci/essere qui in un luogo specifico. giuliana bruno parla di dimensione spaziale del desiderio. etc etc basta così. il formato è bello, ma capisco le considerazioni pratiche... saluti e fate sapere le date che il periodo è turbolento (dopo le primarie pd!). Annibale

Ciao, sono tra quelli che protestava, fino a qualche tempo fa, per il formato. Che effettivamente è scomodissimo. Ma nel frattempo sono cambiate delle cose, e precisamente l'uso di internet. Forse la mia è una visione personale, comunque passo più tempo in giro per il web che piegata su un giornale, anche per leggere le interviste di Una Città. Quando arriva per posta lo sfoglio, me lo godo, guardo le foto, leggo il sommario, sleggiucchio qua e là e poi scelgo le interviste che voglio leggere davvero. A volte le leggo su carta, a volte sullo schermo mentre sono in ufficio o tra una cosa e l'altra, a volte metà e metà. Quando invece cerco vecchie interviste, non mi salta nemmeno in mente di andare a scartabellare i vecchi numeri, vado direttamente sul sito. Così se devo segnalare un'intervista a qualcuno gli dico l'indirizzo del sito, mica mi metto a fare fotocopie, per poi magari doverle spedire, ricordarmi di comprare i francobolli, eccetera.
Così sono affezionata a questo formato del giornale, che riempie gli occhi e mezzo tavolo quando lo apri. Sono affezionata a questa fisicità debordante, così diversa dallo schermo e così diversa da tutti gli altri giornali. Non credo che rinuncerei alla facile fruibilità di internet se il formato fosse diverso.
E passiamo al cambio di testata. E' vero, "Una Città" suona locale per chi non la conosce, è scomoda da dire, e tutto quello che vi pare. Ma è una testata conosciuta. Parliamo sempre di nicchia certo, ma con una fama di tutto rispetto. Ha un senso decidere di cambiare testata se contemporaneamente c'è un grande progetto di rilancio, qualcosa di radicale. Se questo progetto c'è può essere un'idea cambiare testata. In caso contrario si rischia di perdere una cosa, che è un patrimonio, senza guadagnarne un'altra.
"Domande" è incalzante. Ma lo è in un modo un po' petulante, mi ricorda di più l'interrogazione alla lavagna che il bisogno di interrogare e interrogarsi, per addentrarsi nelle cose senza risposte già pronte in mente. Non so se questa sia l'intenzione di "Domande", ma è quello che mi fa venire in mente. Non lo trovo evocativo, ma piuttosto con il fiato un po' corto.
Ecco, la mia ve l'ho detta, ciao ciao.
Marzia

"Domande" è orrendo, non so chi può averlo pensato suggerirei, per togliere il localismo appunto, "CITTA'" che mi sembra meglio per un'infinità di cose
quanto al formato fate come volete, a me questo piace. Capisco la comodità che è come quasi sempre a discapito della qualità (soprattutto per quanto riguarda le foto).
Pazienza. Saluti. Cristina

Ciao, in effetti il formato non è mai stato dei più comodi. Ma ci sono affezionato. E poi è un po' un segno distintivo. Però, un cambiamento al limite si può pensare. Ma toccare la testata sarebbe un vero delitto. Non si fa. Pensate, pensiamo al futuro, ad una ipotetica storia di questa rivista. Che dirà? Che a un certo punto Una Città decise di chiamarsi Domande...? E' come se, che ne so, Il politecnico, o i quaderni piacentini o altre esperienze simili ad un certo punto avessero cambiato la testata. Avrebbero perso identità, significato. No? E poi, Una Città è una testata bellissima e azzeccatissima.
Sergio

Il cambio di formato è giusto, per il cambio di testata proporrei una serie di titoli come: "La Verità", "Novità", "Lo Spariglio", "Sconcerto massimo", "Lo Scompiglio", "Va a....", "Grillato misto", "Il Gianni della Sera".
Ciao. Giorgio

Stimolato da questa raffica di risposte immediate vi dico la mia opinione subito.
Una Città è una rivista, se sorretta da tanta passione, ma con la logica del prodotto editoriale. Probabilmente è un prodotto costoso. Standardizzare il formato su un A4 potrebbe ridurre i costi, sia tipografici, che di spedizione.
Però... la rivista perderebbe le sue specificità, i suoi punti di forza. Il nome secondo me è bellissimo e anche sul formato condivido in particolare quanto scritto da Marzia.
Quanto al discorso della sua "perifericità" perché fatto a Forlì, con quello che sta succedendo nei palazzi centrali mi sembra invece un altro punto di forza. Io per esempio ne sono rimasto affascinato. Del resto una Città è anche una "community" che interagisce sulla rete, come stiamo facendo adesso. Grillo ci può anche essere antipatico, ma la tecnica della community è fondamentale nel nuovo modo di far politica. Secondo me è una nuova fase della comunicazione politica, dopo quella delle sezioni e quella delle televisioni unite alle "marce su roma". Una città ha il pregio di aver già formato la sua community. Deve solo intensificare gli scambi valorizzando anche la parte on line e farsi conoscere di più.
Se poi c'è un problema di costi, credo che si debba seriamente lavorare sul lato delle entrate. A tagliare troppo modificando formato ecc. si rischia di danneggiare il prodotto. Ho diretto per anni una rivista economica per il Sud. I conti non quadravano e man mano risolvevamo il problema tagliando. Alla fine la rivista è morta.
La mia difesa della rivista cartacea così com'è non significa che non si possano fare miglioramenti. Effettivamente il formato degli articoli è un po' rigido e onestamente non tutti meritano tutto lo spazio che gli date. Ma immagino che ci sia anche un problema di alimentazione della rivista: più articoli corti vogliono dire più collaboratori e più "cucina". ma anche questo è legato al discorso della community, al far conoscere meglio la rivista, alle entrate ecc.
E anche le foto, che mi ricordano il Mondo di Pannunzio, sono una specificità bellissima. Talvolta si possono rendere più coerenti al tema, ma anche questo è un problema di budget e di cucina.
Donato

Carissimi, la prima proposta, quella di cambiare il formato, mi sembra razionalmente argomentata. Il mutamento della testata non appare invece sostenuto da argomentazioni convincenti. "Città" è polis, il luogo in cui, attraverso il dialogo, costruiamo e ricostruiamo in continuazione il precario e necessario equilibrio della nostra "insocievole socievolezza". "Una" è articolo indeterminativo, indica "in generale" ogni particolare contesto nel quale ci tocca di vivere e di operare. Inoltre il fatto che il"nodo" Forlì possa essere uno snodo della rete global-local mi sembra una bellissima e attualissima sfida che rimette in discussione le arcaiche carte topografiche dei "centri" e delle "periferie". Ma l'obiezionedecisiva è di carattere editoriale: "Una città" è un logo, cioè un patrimonio consolidato di identità e di immagine che è assolutamente temerario disperdere. Queste le prime impressioni, a caldo.
Pino

Se consentite anche a un ospite saltuario - e saltuario lettore - di dire la sua, ecco un mio telegramma:
Formato ridotto OK (ma mi piace anche così...)
Cambio testata: e perchè mai?
Cordialmente, Giuseppe Cotturri

Cari amici, quante novità!
condivido molte riserve nostalgiche di chi difende la continuità. Ma lanostalgia può anche imprigionare e per il formato può essere una gabbia:pezzi troppo lunghi, troppi vincoli ecc. Una dimensione più agile potrebbeconiugarsi con una formula rinnovata, risvegliare o allargare l'interessedei lettori. Ci sono delle buone ragioni.
Quanto alla testata, confesso che "Domande" non mi piace per niente, troppoburocratico, spento. Perché non "risposte", allora? o "punto interrogativo","due punti", "punto a capo"? Tutti da scartare, naturalmente. Restoaffezionatissima a "Una città", che non suona affatto locale, e non mi hamai fatto pensare a Forlì, tanto quanto, leggendo i "Quaderni piacentini",non ho mai pensato a Piacenza. "Una città" evoca la cittadinanza, quella chemanca e quella da costruire, "la città degli uomini (e delle donne!)", checi vivono dentro e che talvolta cercano di cambiarla: è ciò di cui parlate.
Su questo sarei più intransigente. Anche per mantenere il filo dellacontinuità nel cambiamento, soprattutto se già cambia il formato: anche perdare un segno di innovazione senza assecondare la smania circolante di"nuovismo" nel cambiar nome. Che ne dite?
Un saluto a tutti, Santina

Sostanzialmente condivido molte delle rimostranze espresse in merito al cambio di testata. Quella storica è un patrimonio di lavoro e di crescita che dovrebbe essere salvaguardato. "Una città" non mi è mai suonato localista e credo che pochi l'abbiano mai inteso in questo senso. Inoltre non credo sia ragione del limitato numero di abbonati. Ancora: cambiare testata senza un contemporaneo sostanziale mutamento di politica editoriale(non auspicabile), mi pare poco credibile. "Domande" non mi dispiace, ma ionon lo cambierei con la testata storica. Il cambio formato invece mi pare opportuno, per tutti i motivi espressi al riguardo. Un abbraccio.
Rodolfo.

... brevemente, tanto per partecipare al sondaggio e con il proposito di ritornarci sopra:- proposta di cambiare il formato: mi dispiace ma lo ritengo inevitabile, magari cerchiamo di ravvivare le pagine con un po' di grafica e/o disegni in b/n che, insieme alle foto, rendono più leggera e piacevole la prima lettura (quella, per intenderci, che inizia sfogliando, in una decina di minuti, tutto il giornale, dalla prima all'ultima pagina);- proposta di cambio di testata: non sono favorevole! la città, dal punto di vista urbanistico, non esiste più, tutto è diventato sprawltown, un insieme di agglomerati, difformi e diffusi, senza alcuna identità, le piccole e medie città come la mia, Arezzo, ed anche Forlì, sono immerse in questo ammasso post-apocalittico e ipermetropolitano; teniamo in vita "una città", intesa come polis, come voglia di relazioni e di speranze comunitarie.
In ogni caso anch'io mi adeguerò, "come sempre per semplice amicizia", d'accordo con Edi, leggendo meglio il giornale quando sono a letto!
Giovanni Cardinali

Carissimi e preziosi amici di "Una città", ho letto dei vostri propositi innovativi e ho letto anche i tanti pareri espressi sin qui. Aggiungo lemie considerazioni, che titolerò "C'è bisogno di una città".
"Una città" è un bellissimo titolo di testata perchè riassume in sè il bisogno stesso dell'idea di città. Comincio da lontano.
Ci fu un simposio tra i sette savi dell'antica Grecia, su quale fosse il migliore modo di vivere nelle città. Unanimemente fu riconosciuta più valida la sintesi fatta da Cleobulo di Lindo: "la meglior città è quella in cui il cittadino teme più il rimprovero della legge". Teme, cioè, di perdere la faccia, la reputazione, la fiducia degli altri.
Certo, parliamo di città di 7-8.000 abitanti, in cui vigevano relazioni orizzontali e la conoscenza reciproca era meno interferita dallo sciame di voci e di rumore cui noi siamo soggetti.
Oggi la città è soffocata dalla sua stessa ingordigia di territorio, si estende, include paesi limitrofi e va oltre. I grandi demografi storici, che nessuno ascolta, prevedono che la popolazione mondiale si aggregherà attorno a venti mega aree metropolitane. Ci immaginiamo cosa significhi un simile scenario...
Ne vediamo già le anticipazioni. Io abito in un piccolo paese, Bazzano, (amisura di Cleobulo) a circa 25 chilometri da Bologna e vedo ogni giorno convergere sul capoluogo circa 300.000 persone (studenti e lavoratori fuorisede, utenti dei servizi sanitari, impiegati presso Comune, Provincia,Regione, Tribunale, Prefettura, movimenti attorno alle Fiere,ecc). E' un transito nevrotico e sincopato, come una fisarmonica di lamiere che si apre e si chiude e che comporta la perdita del concetto di "centro" e di appartenenza. Il centro metropolitano si riempie e si vuota e i paesi attorno si vuotano per lo più e si trasformano in immensi alveari dove tornano utenti, clienti, pendolari per chiudersi in casa e diventare ostaggi della Tv. Due sono i risultati: non si è cittadini da nessuna parte, si abbandona l'uso degli spazi pubblici.
In più si perde l'uso espressivo della faccia (così determinante per l'idea di Cleobulo): si incontrano persone che enfatizzano all'inverosimile la propria espressività parlando al cellulare con chi non c'è, attorno. E si adotta una maschera di indifferenza nei transiti condivisi abolendo gli incontri casuali e tutto quanto essi comportano: dall'innamorarsi al pervenire a quel genere di conflitto, sano e chiarificatore di cui si ha bisogno per formarsi e procedere in una vita sensata.
Si, c'è bisogno di rifondare un'idea di città, di trovare dentro il grande cerchio metropolitano, uno spicchio che consenta ancora la relazionalità orizzontale, la condivisione di progetti, di idee, la condizione per istituire quote di "immaginario istituente", come raccomandava Cornelius Castoriadis. Lo si può fare e lo si fa con le pratiche di buona cittadinanza, con la tensione civica che ci anima di fronte ai tanti cittadini-Gige rintronati dalla spirale consumistica, ecc. Ecco perchè sono affezionato a questo titolo di testata. Esso è il contenitore delle nostre passioni, ci consente una comparazione utile e preziosa, riassume la nostra ricerca e la nostra idea di città e di convivenza.
Certo non lo cambierei con "Domande" che è, come dire, pleonastico. E' vero le buone risposte vengono dalle ottime domande, ma è vero che questo è l'iter, il percorso, non il progetto, non l'idea, non il contenitore.
Una città è una compagna preziosa nei miei viaggi in corriera e nella formulazione dei miei pensieri. Così ci sono affezionato, a lei e al suo nome. Non si tratta di conservatorismo, si tratta di amore.
Sul formato sono meno categorico. Però a me non dispiace averlo così com'è. Non è affatto scomodo girare le sue pagine anche se invado per un attimo lo spazio prossemico del mio vicino di viaggio. Tuttavia, se un formato ridotto favorisce la lettura, si faccia. A me capita, davanti a pagine grandi, fitte fitte, di avere un sobbalzo. Ma quando leggo, le righe scorrono e, alla fine, aver letto tutto mi pare un'impresa di cui mi congratulo anche con me stesso. Un abbraccio forte,
Gabriele Giunchi

Torno sulle vostre proposte di ieri:
- sul cambiamento di formato non ho obbiezioni, trattandosi di un problema che solo chi fa materialmente la rivista può vedere in tutti i suoi aspetti e risolvere;
- sul cambiamento del nome, anche dopo aver letto i messaggi che avete fatto girare - ottimi, fra gli altri, quelli di Pino Ferraris e di Santina Mobiglia -, ho poco da aggiungere: «Una città» deve a mio avviso restare, a meno che non troviate un titolo decisamente migliore; e «Domande» a mio parere è molto, molto peggio. A me, poi, «Una città» piace anche per l'articolo indeterminato (rimando a quanto dice in proposito Pino e alle osservazioni di Leopardi sul fascino dell'indeterminatezza e della vaghezza); e perché mi ricorda due titoli (con l'articolo determinato) di due autori prediletti, Carlo Cattaneo e Italo Calvino: La città considerata come principio ideale delle istorie italiane e Le città invisibili. Qualcuno ha evocato «quaderni piacentini» e il fatto che a nessuno di quel gruppo venne in mente di cambiare la testata: se allora non si pensava a Piacenza, a maggior ragione nessuno oggi penserà a Forlì o storcerà la bocca perché «Una città» si fa a Forlì. Inoltre ci si abitua anche al ritmo dei titoli: se «quaderni piacentini» era un normale settenario, «Una città» è un quaternario che si potrebbe trovare, e forse si trova, in una poesia di Palazzeschi.
Lunga vita a «Una città»!
Luca

E' da circa due anni che in redazione c'è l'idea di cambiare il nome della rivista e ci si interroga anche sul formato. Da quanto so, la vita della rivista è in un momento delicato. Mi diceva, poco tempo fa, Franco Melandri che gli abbonamenti sono leggermente scesi e l'effetto trainante della "Storia dell'altro" si è attenuato. In queste condizioni, se la redazione percepisce la necessità di un cambiamento e, dunque, di un rilancio, tale cambiamento potrebbe essere opportuno. Le novità a volte significano anche maggiore entusiasmo (non che sia venuto meno) e nuove idee. Credo dobbiate essere voi redattori a decidere, a maggioranza.
Personalmente, non cambierei né il titolo, né il formato, entrambi belli e caratteristici. Un caro saluto. Carlo

Carissimi/e,
i cambiamenti fanno bene, anche quelli sconvolgenti, tuttavia ecco un paio di osservazioni che vorrei aggiungere al bel dibattito in corso: il cambio di formato penso sia una necessità, per quanto costituisca una perdita di originalità e faccia soffrire la nostra parte conservatrice;per ciò che riguarda la testata, mi sembra che tutto giochi a sfavore di un cambio: a) il nome "una città" è bellissimo - un luogo dove si vive liberi di vedersi o meno, dove si è sufficientemente anonimi, ma si appartiene ad uno stesso spazio che migliora se consapevolmente condiviso fra i diversi che ci abitano; il perimetro che segna l'agorà del confronto possibile, il luogo dove si esercita la cittadinanza; la tradizione civile delle città medievali, delle leghe di mutuo soccorso, ecc. - ; b) è un nome noto e meritatamente stimato da chi lo conosce; c) "domande" è banale, ma soprattutto non corrisponde a una rivista che dà risposte. Cari saluti. Alessandra

Cari amici,
Sul formato: mi torna in mente quell'aforisma, forse di Luigi Pintor,secondo cui il successo di un giornale si valuta dal fatto che al mercato ci avvolgono il pesce. Problemi di produzione, distribuzione, visibilità, praticità vanno considerati per quel che sono: importanti questioni tecniche ed estetiche. Ne capisco poco, vado a naso, lascerei la parola a chi se ne intende di più.
Sulla testata: "Una Città" deve restare, il perché l'hanno già spiegato molto bene altri, prima di me. Poi, si può e si deve cambiare quando se ne intravede l'opportunità, ma bisogna considerare che si cambia sempre un po'per volta. Se no è un trauma. Mi lancio: "Una Città, rivista di domande e di interviste". Non di risposte, perchè, come diceva Corrado Guzzanti (il comico, "Quelo"), "La risposta è dentro di te, però è sbagliata". Il problema oggi è che qualche volta la risposta è anche quella giusta, ma è la domanda che quasi sempre è sbagliata. Che ti insegnano fin da piccolo a farti la domanda sbagliata e tu continui a perfezionare la risposta, senza vedere cambiamenti. Vado per citazioni: ""Molto meglio una risposta approssimativa alla domanda corretta, che solitamente è anche complessa,piuttosto di una risposta rigorosa alla domanda sbagliata, che si può sempre formulare con estrema cura" (John W. Tukey, "The future of data analysis",1962).
Ancora una citazione: "Le domande più difficili devono assumere lo stile dell'arte, perché l'arte offre soluzioni che non eludono né lasciano poi abbandonata la domanda, piuttosto la conservano per sempre in quella parte di noi che continuamente aspira al sublime, all'impossibile ed alla verità.(David Rothenberg e Wandee J. Pryor, Writing the future: progress and revolution. MIT press 2004)." E' questa l'unica strada percorribile, credo,se davvero vogliamo continuare a farci e fare domande anche sulla sofferenza che incontriamo o intravediamo così frequentemente sulle nostre pagine.Oppure diventiamo come quelli che rispondono anche se nessuno chiede loro nulla. Quelli che hanno risposte preconfezionate, hanno delle verità e se le tengono in frigo congelate, pronti a tirarle fuori (certa chiesa, certa scienza, certa economia, certa filosofia, ...) ma solo un attimo, prima di rimetterle nel frigo (perchè fuori dal frigo imputridiscono).
"Fidati di chi cerca la verità, dubita di chi l'ha trovata" dice una nota massima orientale che esalta il "dubbio", un atteggiamento, uno stile che funge contemporaneamente, sempre da stimolo per la ricerca e da alibi per l'insoddisfazione che intimamente coltiviamo. C'è anche una versione zen, che a me piace moltissimo: "Se incontri il Buddha lungo la tua strada uccidilo".
Poi, ogni decisione che verrà, sarà quella giusta per tutti, perchè contano le persone, le amicizie, la strada percorsa, quella da percorrere. "Una Città", o la nuova cosa che nasce, sarà esattamente quel che saremo noi restando insieme.
Enzo

Ci aggreghiamo anche Enrica ed io: sì al cambio formato, no al cambio testata... lasciate Una Città, per favore!
saluti affettuosi
Sonia

Sulle proposte che avete avanzato ieri sono in totale sintonia con la maggioranza degli interventi, da ultimo quello di Luca Baranelli:
- non ho obiezioni sulla questione tecnica del formato, e se si ritiene di doverlo cambiare si proceda- invece sulla questione del nome credo che "Una città" debba assolutamente restare, e peraltro "domande" è davvero quasi insignificante e privo di mordente. Sono anche un po' stanco di associare il supposto provincialismo a Una Città perchè fatta a Forlì... credo sia un'ossessione sbagliata di alcuni animatori del sodalizio (che peraltro impedisce loro di valorizzare le buone prassi che esistono anche in Romagna, o ciò che di interessante e stimolante c'è qui: anzi su questo credo occorrerebbe proprio aprire una riflessione autentica).
Un saluto caro e buon tutto, Thomas Casadei

Ho moltissime riserve e alcuni punti che ritengo non discutibili e non modificabili, innanzi tutto l'affetto che mi lega al giornale prodotto,prezioso di idee e intuizioni e l'affetto che mi lega a chi lo pensa, scrive e confeziona con sacrificio ed entusiasmo.
1) " una città"...............accetterei al massimo un punto interrogativo finale che starebbe a significare il luogo del non luogo e del tutto.
2) Il formato, discutiamone.
3) Le "domande".............. sono insite nella curiosità delprodotto/giornale.
4) Il colore irrinunciabile.
5) Le foto................ ancora di più, belle e intriganti.
6) w i cambiamenti !!!!!!!.....................se condivisi accettati e amati.
7) Un augurio che la rivista/periodico/rotocalco sia partecipe del
cambiamento e del rinnovamento con idee e perchè no??.........proposte.
8) Mi piacerebbe moltissimo che mia figlia di nome Giulia, anni 23, avesse voglia di sfogliarla e come lei i tanti giovani curiosi e arguti che vivono la loro contemporeaneità per vivere e dare un sensoalle proprie esistenze.
9).................e poi ......................................epoi.................................
con affetto carlo poletti.

Accidenti che belle notizie! E che fermento! Bene. Allora non esiste solo Beppe Grillo e i tizzoni rimasti sotto cenere sono pronti ad accendere una fiamma viva.
Approvo senza riserve il cambio di formato. Scommetto sulla maggior diffusione e maggior capacità di non perdere lettori saltuari solo con questa importantissima svolta. Capisco il dolore del distacco di molti, anche io ripenso ai luoghi della mia infanzia con nostalgia.
Perdonatemi se non sono nostalgico neppure della testata "Una città". Sarà che ho fatto la scelta di vivere in campagna, sarà la mia formazione Gandhiana (Villaggio e autonomia), sarà che quando di notte vedo queste immense masse luminose penso a veri e propri tumori del mondo in agonia. Ben diversa la "Piccola Città" di Pietro Maria Toesca (a proposito, il 9 Ottobre, nell'ambito delle "iniziative in Terre di Siena per la Pace verso la Marcia Perugia Assisi", di cui vi allego il programma in cantiere, faremo la presentazione dell'ultimo numero di éupolis interamente dedicato al fondatore della rivista ad un anno dalla scomparsa. Anche se adesso sono quasi due gli anni).
Domande. Sicuramente è stato il tratto fondamentale che mi ha avvicinato alla rivista. La peculiarità dell'intervista. La capacità di interrogarsi e mettersi in discussione. Oggi forse siamo già un passo oltre, forse è già tardi per continuare a fare domande. Occorrono risposte ed urgenti. In fondo le buone pratiche sono risposte e la capacità della rivista nel farle emergere le consegna già un ruolo che va oltre la sola domanda.
Quindi per il titolo non ho proposte e, alla fin fine, può rimanere "Una città" anche per non rivoluzionare troppo tutto insieme.
Analisi. Continuo a sentire una lontananza sulla lettura di ciò che succede in medio oriente, alcune battute sul diario del mese dell'ultimo numero sul ritiro degli americani dall'Irak non le ho chiare.
Per vedersi non so che dirvi: vendemmia, iniziative in calendario, percorso di agenda 21 su ampliamento aeroporto di ampugnano mi lasciano a malapena il tempo di ricordarmi che ho una famiglia.
Vi abbraccio, Pietro Del Zanna

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