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Testo di una città - 2010

1 aprile 2006

Inviamo la prima parte del verbale che Barbara ha realizzato dell'incontro di Villa Salta avvenuto nei giorni 18 e 19 aprile.

Cari amici,
Ecco una sorta di verbale (un po' chilometrico e purtroppo inevitabilmente non esaustivo) di quanto emerso nelle due giornate di Villa Salta, per chi non è venuto e per chi c'era, per tirare un po' le fila e ripartire da quanto è stato detto.
Quest'anno c'erano più "nuovi" del solito e probabilmente Villa Salta è diventata troppo piccola. Alla prossima occasione potremmo pensare di affittare una pensioncina al mare. Vedremo.

Gianni ha dato l'avvio ai lavori aggiornando sulle cose in corso, la crescita della rete e della redazione, il coinvolgimento di nuovi amici, la mailing list che funziona, il numero degli abbonamenti che finalmente, anche se molto lentamente, sta crescendo.
Tra i progetti: l'aggiornamento del sito, ormai in dirittura d'arrivo, una newsletter "domande" (molto redazionale, non parassita del giornale, dotata anzi di una vita propria, strettamente legata al sito, con scadenza quindicinale); un server-magazzino con tutto il materiale audio-video, da cui un domani estrapolare brani di interviste e video da mettere nel sito (progetto su cui si potrebbero trovare dei finanziamenti)
Impellente è invece la costruzione di una rete di corrispondenti che qualora si configurasse la presenza di un gruppo-circolo in loco potrebbe diventare sede di una sorta di redazione locale che in qualche modo potrebbe "emulare" l' esperienza di Una Città. Di qui l'idea (forse un po' utopica) di inserti-supplementi locali che verrebbero venduti assieme a Una Città e che potrebbero attivare un meccanismo virtuoso di adesione al progetto e diffusione del giornale. Una rete consolidata sarebbe poi decisiva nell' ipotesi di sperimentare l' idea-banchetto, tutta da verificare.
A fronte dei dati positivi resta la preoccupazione di non riuscire a cogliere il momento, e la paura di crescere troppo in fretta. Anche sul versante delle foto, grazie a Fausto è in costruzione una rete di fotografi. Abbiamo inoltre inaugurato, e speriamo di "tenere", la serie delle "storie di lavoro", due interviste di una pagina affiancate su ogni numero.
Pino Ferraris è subito intervenuto sulla questione della lunghezza delle interviste (avviata nella mailing list). Ma anche sulle dosi (il mix di autobiografia e aspetti sociali e culturali resta vincente). Il n. 134 gli è parso un "numero da studiare", forse sbilanciato dato il 'senso complessivo di faticosità'. Una nota di apprezzamento per le interviste ai giovani, in particolare Tosoni, Quadrio, Piana. Per quanto riguarda le interviste agli intellettuali ha invece sollecitato a "stanarli", tampinarli, per far loro tirar fuori le perle (quando ci sono).
Se l' intervista è un rapporto di potere (sempre Pino), il rispetto per l' intervistato va mediato col lettore, che ha dei diritti (lo paga)
Rispetto al quadro internazionale è venuto un suggerimento a seguire le dinamiche innovative, i sommovimenti internazionali, che si sono spostati nel Sud del mondo. Sono stati citati Donatella La Porta, Lunaria e Marco Berlinguer. Bella l' idea di occuparsi dell' emigrazione vista dall' altra parte, dai luoghi di partenza.
Bocciata invece l' idea delle interviste ai "grandi vecchi", c' è già abbastanza gerontocrazia e la sua è "una generazione che non ha niente da insegnare". L' autobiografia sincera comporta farsi del male e fare del male. L' ultimo libro della Rossanda va esattamente in direzione opposta.
Sul dibattito lunghezza/pesantezza delle interviste Piero Liberti ha incoraggiato a interrogarsi seriamente su "chi è il lettore di Una Città", anche per avere dei criteri di valutazione e un orientamento su cosa va incrementato e cosa no (un questionario?). L'intervista sulla Tav, da taluni giudicata troppo lunga, è stata una delle più richieste, che hanno circolato di più. Una rubrica delle lettere potrebbe incoraggiare interventi sulle interviste (come in parte accaduto con quella a Kleman)
Anche Luciano Coluccia è intervenuto sulla questione della lunghezza e delle dosi delle interviste. L' equilibrio va tarato sulle singole interviste, anche in maniera un po' empirica, caso per caso. Rispetto ai nuovi scenari geopolitici andrebbe prestata maggiore attenzione a Russia e Iran.
Rispetto alla promozione l'idea della newsletter con sommario una volta al mese rientrerebbe negli esperimenti a costo zero.
Per quanto riguarda invece banchetti e iniziative in giro la formula potrebbe essere "partecipare senza aderire". A breve ci sarà un primo tentativo con Terra Futura a Firenze.
Per Francesco Ciafaloni, Una Città è una rivista di "bricoleur/bricolage". Andrebbe allora allargato l?ambito da cui si prendono i "pezzi" che fanno il giornale
Rispetto ai pezzi noiosi (Pino ha criticato le interviste su Bobbio) resta il sacrosanto diritto dei lettori a saltarli.
L' allargamento della redazione e della rete costringerà ad avere salde in pugno le redini del tutto.
Sulle storie propone di cercare quelle in cui si delinea un "nodo" problematico. L' aneddoto sul funerale della donna marocchina poliomielitica dell' Alma Mater (in cui c' è stato il tentativo di riappropriazione da parte dell' imam locale) è stato, come tutti i racconti di Francesco, ricco di spunti e suggestioni. Maria Viarengo (sempre di Alma Mater) potrebbe raccogliere storie di questo tipo, almeno sul versante immigrazione.
Paolo Cesari ha sottolineato con un aneddoto personale quella che è forse la vera qualità di Una Città: la capacità di spiazzare. Le cose più interessanti restano quelle che mettono in discussione quello che si pensa. Rispetto alle buone pratiche invita a seguire maggiormente il passaggio (quando avviene) dalla "testimonianza" alla istituzione.
Sulla lunghezza delle interviste ha citato l' incipit di una lettera di Stendhal: "ti chiedo scusa della lunghezza della lettera, ma avevo poco tempo". Tra i temi mancanti sempre Paolo ha segnalato quello della realtà sociale delle "coppie di fatto" e il ponte sullo stretto, sul quale nessuno finora ha scritto cose convincenti.
L' intervento di Fabrizio Tonello si è concentrato sul patrimonio audio, video, cartaceo ("incommensurabile") che Una Città ha prodotto e raccolto in questi anni. Più che fare del bricolage si tratterebbe allora di "riciclare" quanto già c' è per farne dei prodotti commercialmente utilizzabili (opuscoli con dvd o cd allegati), di confezionare insomma ciò che abbiamo in supporti che possano avere una nuova e più diffusa circolazione.
Gemma Beretta ha ripreso l?idea dei supplementi locali, avanzando delle perplessità: forse laddove si presentano le condizioni bisogna rafforzare le relazioni e non necessariamente duplicare l?esperienza. Al desiderio di fare "come voi" si associa infatti la constatazione che le pratiche non sono esportabili (sempre Gemma). La "moneta di scambio" allora deve diventare un?altra. Il locale non ha bisogno di localismo (già soffre di asfissia) ma di allargamento, di respiro.
Anche Cesare Moreno si è detto perplesso sul senso degli inserti locali: l?evento o "buca" e allora va sul nazionale, o non buca e allora non deve andare da nessuna parte. Piuttosto si potrebbe pensare a una sorta di rubrica per le notizie locali, magari autogestita, che dia spazio ad esempio a esperienze embrionali, di cui ancora non si conosce l?esito (a Napoli è in atto una curiosa esperienza di "microcredito a garanzia sociale").
Tra le proposte c?è anche quella di un corsivo libero da commissionare a persone che hanno "pensieri significativi".
Sui libri ha insitito sull' importanza delle "collane" in cui ogni pubblicazione andrebbe inserita.
Raccogliendo la sollecitazione di Paolo, anche Cesare ha proposto di occuparsi delle buone pratiche che ?aggrediscono? le istituzioni. Raccontare le pratiche che hanno "fatto il salto" (quali e come, perché non è possibile che una buona pratica diventi merda quando si istituzionalizza). Si è invece ribellato all' idea che le buone pratiche non siano replicabili/esportabili. Ulteriore idea lanciata è stata quella di fare una campagna abbonamenti per le associazioni locali attivando un meccanismo visrtuoso tra diffusione e reciproca collaborazione. Una Città, come "specchio" a carattere nazionale può aiutare a crescere le piccole esperienze locali, in quanto "raccoglie e risignifica le cose, i brandelli".
Carlo Giunchi ha lamentato il fatto che, da come il giornale si presenta all?esterno, non sono "visibili" né la sua peculiarità (solo interviste) né la storia (esiste da più di dieci anni e le interviste sono oramai più di 1300). Nel giornale manca inoltre la pubblicità del sito.
Sempre sul Sito Pino Ferraris è tornato a intervenire per perorare la causa dei "link". Dei link "veri" però, che non si limitino all' indirizzo web, ma attivino casomai uno scambio di materiale con i siti linkati.
Francesco Ciafaloni ha raccolto l' idea di Fabrizio Tonello mettendo però in guardia sul fatto che il lavoro sul materiale archiviato (giudicare che cosa regge e che cosa è da buttare) non è appaltabile, è un lavoro d' autore..
Sulla esportabilità delle esperienze ha posto la questione che forse non si trasferisce il punto d' arrivo bensì il persorso.
Alessandro Coppola, sul problema della fidelizzazione, ha portato le considerazioni dei suoi giovani amici nuovi abbonati: all' inizio il giornale è una specie di "rivelazione", ma poi l' entusiasmo scema. Forse si ragiona poco sulle domande. Si potrebbe fare una sorta di brainstorming sulle "150 domande del 2006"; talvolta manca l' idea di una direzione e l' impressione è di una sorta di presente che si riproduce. Sempre Alessandro ha proposto di indagare non solo le buone, ma anche le "pessime pratiche".
La domanda: "come aumentare il numero dei lettori/lettrici?" è stato ripreso da Alessandra Zendron. Una Città è un giornale "laico" e il suo valore sta proprio nel mix tra esperienza e riflessione. Il locale per essere interessante deve essere in grado di dire qualcosa al mondo. Una Città ha la capacità, quando ci riesce, di "far uscire" le cose dalla dimensione localista. Bisognerebbe tenere assieme "cura del piccolo/locale" e "massimo di universalità". Tra le questioni da affrontare Alessandra propone una riflessione sul rapporto tra disagio ambientale e disagio sociale, spesso drammaticamente accoppiati.
Avviandosi alla conclusione, Gianni ha raccolto la preoccupazione di Alessandro, che è anche nostra, sul rischio della monotonia, del "sedersi" sui filoni. La battaglia delle idee comporta però un coraggio che non sempre abbiamo. Restano dei temi tabù. E poi c' è il problema di cosa si può dire e cosa no (sull' antisemitismo e l' uso "infame" che ne viene fatto, sul Kosovo, sull' ultimo libro della Rossanda, su Genova, eccetera eccetera) anche alla luce del rischio di perdere degli abbonati. E così spesso si finisce in un "ecumenismo codardo".
Pino ha colto la palla al balzo per sollecitare, quando è il caso, domande "più graffianti". La lettura desta noia quando nelle interviste non vengono esplicitate le questioni dirompenti. Anche Ciafaloni è infine intervenuto sulle "cose indicibili" e però forse anche ineludibili.

La domenica i lavori sono stati ripresi da Gianni, che ha introdotto l'esigenza di dare un maggiore risalto redazionale a quello che è il "punto" di alcune interviste, di cui casomai sfugge la scelta appunto redazionale. Si potrebbe pensare a un editoriale-zibaldone, anche polifonico (magari fatto di brevi interviste telefoniche) che crei un percorso all'interno del numero, ma anche nel tempo, rispetto ai filoni, ai temi, eccetera.
E' ancora un po' tutto da inventare e ci stiamo pensando.
Rispetto all'obiezione di Gemma sull'impossibilità di "fare come voi" sempre Gianni ha individuato una contraddizione, un equivoco nel senso che il punto di contatto con le esperienze locali non sta nella buona pratica (che anche Una città è, in qualche modo), ma nella comune "ambizione politica".
Simone Natale è tornato sull'intervista "sdraiata", ovvero non aggressiva, tipica del giornale, per suggerire che forse in alcuni casi non è la modalità più consona (ha raccontato la sua esperienza di un'intervista a uno stravagante politico di Forza Italia).
Francesco Ciafaloni ha accolto l'idea di una maggiore presenza redazionale/editoriale, ma ha proposto di valutare se non sia più efficace, anziché un "sommarione" (che rischierebbe di duplicare quello di copertina) una contestualizzazione redazionale all'inizio dell'intervista, con una breve scheda, ad esempio. Poi, sempre Francesco ha lanciato alcune idee di interviste possibili. Sull'alta velocità, ci sono italiani che fanno "buchi" da tre generazioni, prima in Belgio come migranti e ora in Italia, al Mugello. Sarebbe bello raccontare la loro vita e le loro peripezie. Rispetto alla Tav, Ragozzino (che ha usato l'intervista ad Erasmo Venosi e l'ha ricontattato) sul Manifesto ha fatto un bel servizio che esplorava anche aspetti poco noti, come il processo di alfabetizzazione che la battaglia contro la Tav ha attivato in Val di Susa. Rispetto ai collaboratori si potrebbe sondare anche la possibilità di coinvolgere la seconda-terza generazione di immigrati, giovani che sono nati e si sono formati qui. Un'altra proposta è quella di indagare l'immigrazione albanese che si ferma sull'Appennino perché lì (dove peraltro è la loro origine) ritrova un ambiente affine a quello da cui proviene. "gli Illiri sono tornati a casa". La problematicità degli "albanesi di montagna" che da un lato si integrano e dall'altro perpetuano pratiche arcaiche (in particolare verso le donne) non più in vigore nemmeno nei loro luoghi di provenienza.
Sull'idea di incentivare forum e dibattiti a più voci, Cesare ha segnalato come forse le perplessità vengono dal fatto che così si cambia registro e si passa a un piano "parlamentare-argomentativo". Se però si tiene ferma l'idea che anche nei forum il confronto-contrasto non avviene sul piano cognitivo (cosa che "non ci interessa"), ma a partire dalle esperienze vissute, allora l'idea va senz'altro promossa.
Poi, ancora Cesare, ha invitato a non abdicare alle "domande cattive" in talune interviste. Sul tema locale/generale un compromesso potrebbe essere la pubblicazione di un'intervista (locale) di ampio respiro sul giornale nazionale e invece le questioni più operative, i dettagli sul supplemento locale, che sarebbe allora più uno strumento di servizio e informazioni anche spicciole, ad uso veramente (solo?) dei "locali".
Come materiale di "servizio" a cavallo tra locale e nazionale si potrebbe pensare a qualcosa in funzione del prossimo convegno di Bologna "L'orgoglio del saper fare" (sul rischio dell'affossamento della formazione professionale) e sulla candidatura di Marco Rossi Doria, maestro di strada, a sindaco di Napoli.
Le dinamiche messe dagli "albanesi di montagna" (sempre Cesare) ci ricordano che l'Italia è il "paese delle antropologie diverse" e che quindi varrebbe la pena di indagare su usi e costumi diversi. L'editoriale polifonico potrebbe avvalersi anche di email di commento incrociate (commissionati previo invio dell'intervista in questione).
Il progetto Chance, di cui Cesare è uno degli animatori, ancora oggi si trova ad agire in un "panorama di macerie" che implicano recupero e riorganizzazione. Ci sono 30 giovani operatori che hanno già tutti storie "disastrate" (ogni qualvolta si sono appassionati e dedicati a un progetto questo è stato interrotto prima di essere stato portato a termine e loro estromessi). L'equilibrio necessario tra attaccamento e distacco in queste situazioni.
Rispetto alla "ricerca degli antenati", introdotta da Gianni nel delineare l'importanza di scoprire figure come Chiaromonte in un percorso a sinistra, ma non ortodosso, Cesare ha ammonito a guardare piuttosto a una "famiglia" qui, nel presente. In qualche modo lo stesso gruppo riunitosi a Villa Salta è un gruppo "padre e madre". La ricerca dev'essere volta a una paternità "qui e ora", a una "comunità di pratiche". La paternità ideologica del passato va sostituita con una paternità "relazionale" che sia in primo luogo accogliente. (non è un caso che anche la camorra recluti appunto accogliendo).
Alessandra Zendron ha di nuovo spostato il focus precisando che, per come la vede lei, un'intervista "sdraiata" non è sinonimo di un'intervista fatta da incompetenti, (la competenza in questo caso riferita non solo alla conoscenza del tema ma alla familiarità con lo strumento dell'intervista).
Sulle "domande cattive" sollecitate da Cesare, Katia Alesiano ha voluto puntualizzare che non fare domande cattive non vuol dire non incalzare l'intervistato.
A questo punto Piero Liberti ha tentato di fare una piccola sintesi sulle principali questioni emerse: 1) le interviste (come vengono pensate, fatte ecc. -- è emersa una curiosità diffusa su questo); 2) l'inserto/supplemento locale; 3) il "giacimento" su cui siamo seduti.
Rispetto al primo tema Piero ha spiegato come sarebbe importante offrire "spazi di pensiero" su temi controversi e delicati, come i trapianti, la fecondazione eterologa, il suicidio assistito, le pratiche retrive di certe comunità di immigrati. Temi cioè su cui tanti di noi vorrebbero poter dire "su questo ho dei problemi" senza che la reazione immediata sia "allora sei contro?!". La proposta di investire sul "giacimento culturale" andrebbe vagliata anche in base a una qualche forma di ricerca di mercato, e valutando se c?è un ritorno sulla rivista, che deve rimanere il vero "core business".
Gemma è tornata a intervenire apprezzando quella che per lei è una delle vere capacità di Una Città, ossia di essere dei "cani segugio", di saper anticipare dei temi, dei problemi, di dar voce a certe esperienze prima di altri (lei ricorda di aver letto dei maestri di strada assai prima che diventassero "famosi"). Rispetto alla contraddizione segnalata da Gianni, ha voluto precisare che a suo avviso resta il fatto che è vero che c'è innanzitutto una "passione politica", e tuttavia la pratica si impara nello scambio e quindi necessità di "prossimità", nel senso che "non si svende una pratica".
Paolo Cesari ha suggerito di fare un'intervista, o più, sull'esperienza delle "opere a scomputo" praticate nelle borgate abusive romane e sulla questione della legge Biagi, del precariato, della flessibilità, dei nuovi lavori, in particolare a Roma, dove si sta registrando un imprevisto boom.
Alessandro ha avvertito che forse siamo nel mezzo di una qualche "crisi di crescita". Sarebbe interessante tornare su argomenti e luoghi a distanza di anni (ad es. Nei Balcani dieci anni dopo). Si è inoltre chiesto se la ricerca di antenati non faccia a pugni con lo "stare nelle cose".
Gianluca Ruggieri, ingegnere di Milano, che si occupa di efficienza energetica, e che abbiamo incontrato per la prima volta a Villa Salta, è intervenuto raccontando della sua esperienza in un'associazione da tempo impegnata nei Balcani, Corridoio Zero. E poi ha fatto presente che (dato che più volte sono stati chiamati in causa) non possiamo considerare "giovani" i trentacinquenni, i giovani sono i ventenni.
Nell'avvicinarsi alla conclusione, Adriana, vedova di Gino Bianco (che Gianni ha ricordato con affetto e riconoscenza all'inizio dei lavori e di cui tutti noi, soprattutto in quella casa, abbiamo sentito la mancanza) anche lei a Villa Salta per la prima volta, ha chiesto una maggiore attenzione agli esiti imprevisti della legge 180, che chiudendo i manicomi spesso ha anche lasciato le famiglie molto sole.
Memi Campana, venuto con alcune amiche ad un appuntamento al buio (conosceva Una Città, ma nessuno di noi) ha soprattutto espresso entusiasmo per le due giornate di "discussione vera", cosa che non gli accadeva da tempo.
Tonino Gardini ha chiesto una maggiore presenza e visibilità di Una Città a Forlì.
Sulla questione "competenza/ignoranza" nelle interviste, Gianni ha voluto ribadire che rispetto ai temi noi ci presentiamo alle interviste davvero un po' (e a volte tanto) ignoranti, e che il modello di intervista, nato facendo di necessità virtù, si fonda sì sul presentarsi come non competenti sul tema specifico (beninteso non è una simulazione) , ma al contempo attenti, vigili, curiosi, pronti a rilevare nodi e contraddizioni, a chiedere spiegazioni, esempi, di modo che l'interlocutore, messo a suo agio da un approccio tutt'altro che saccente non sia però portato a dare l'intervista "con la mano sinistra".
Per certi versi le interviste di Una Città assomigliano molto a quelle raccolte per la storia orale, che possono durare addirittura giorni, in cui l'insistenza è proprio il "non voler andar via" fino a che (come diceva Lisa Foa -- chiedendosi come ci riuscissimo) l'interlocutore non ha "vuotato il sacco".
Edi Rabini, sempre sulla questione del locale, ha detto che forse bisognerebbe invertire lo slogan ormai entrato nell'uso comune (pensare globalmente e agire localmente) in "pensare localmente e agire globalmente". Nelle realtà locali talvolta c'è proprio il problema di una "disperazione dell'isolamento".
Cesare, infine, ha lanciato un ultimo intervento provocatorio: c'è un rapporto tra l'Afghanistan, le donne velate, i morsi in faccia e i ragazzi di Barra? E come si interviene quando la vittima accetta (e perpetua) la violenza del carnefice? I modelli introiettati sono più difficili da sradicare di quelli imposti. Come si spezza la spirale? E non sono forse le "pratiche di allevamento" uno dei tanti temi tabù? Chi è disposto a mettere in discussione il suo modello di educazione-allevamento dei figli? E' un argomento di cui si può parlare?
Un'ultima sollecitazione è venuta da Pietro Del Zanna, venuto a Villa Salta con alcune amiche-colleghe: la proposta è di avviare una campagna a fianco delle donne della resistenza iraniana.


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