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Testo di una città - 2010

20 settembre 2005

Scusate la lunghezza. Può anche sembrare criptico in qua e in là per via che era rivolto innanzitutto alla redazione di Forlì. Può essere utile discuterlo con tutti i collaboratori. Seguirà la parte con le proposte concrete.

proposte per la svolta
settembre 2005 - Forlì
Prima parte

Una premessa
La scelta della suddivisione in capitoli della proposta non è casuale, ma rispecchia una gerarchia precisa. Si divide in 5 capitoli (dando per scontato la mission): le due parole d’ordine per la svolta, la rivista, la rete, le riunioni, le risorse. Ricordiamo la raccomandazione di Gino: "Fate pure i libri, fate i convegni, ma ricordate che la rivista è il cuore di tutto, deve sempre essere al centro. Le altre cose devono servire alla rivista, agli abbonamenti”. Questo giustifica il posto privilegiato che riprende la rivista nel progetto e il fatto che tutte le altre attività entrino nel "campo rete”. I libri devono servire a far rete, a sostenere campagne. Non ci mettiamo a fare gli editori. I convegni lo stesso. I progetti anche (il progetto "storia dell’altro" può impegnare in loco il nostro responsabile e, quindi, può servire a "far lavoro politico” nelle scuole, ad esempio); altrimenti vanno nel campo "risorse”, sono attività, cioè, in cui noi usiamo, al pari del lavoro di impaginazione, le nostre competenze per sostenere economicamente la nostra attività (vedi la nostra partecipazione al progetto "operatori di pace" di Bolzano). Il rispetto rigoroso, nelle scelte e nel lavoro, di questa gerarchia, ci aiuta: è il timone.


1) Due parole d’ordine (per la svolta)

a) Impresa, non rendita!
E’ evidente che tutte le energie e l’intelligenza sono state sempre dedicate alla fattura della rivista e per nulla alla sua promozione. Tutto quello che è venuto è venuto malgrado noi. Il tam tam, unico strumento efficace sperimentato, ci ha visto totalmente passivi. La rivista è un lusso e "i lussi si pagano”. Questo permette anche di "star tranquilli”: alla fine dell’anno al massimo si ricapitalizza. (Tutt’altra cosa se in un’impresa editoriale la rivista rimanesse "un lusso”, nel senso di un prodotto di alta qualità cui non si vuol rinunciare, che dà prestigio, ma non profitto, e quindi viene pagato da altre attività: es. Medusa pagata da Topolino, Giuntina pagata dalla tipografia di proprietà di Vogelmann).
Il fatto, però, è che noi non vendiamo, noi non vogliamo vendere, è come se dicessimo: "noi lo facciamo chi lo vuole si dia da fare un po’ anche lui”. Abbiamo detto che "il militante” era la nostra cifra e c’è il rischio che, furbescamente da un punto di vista psicologico-ideologico, il militante tenga al riparo dal "vendere”, dall’ansia del "vendere”, che vada a giustificare, cioè, un certo snobismo, dando così vita a un vero ossimoro: il militante snob. (D’altra parte: di cosiddetti compagni del tutto disimpegnati ma ideologicamente snob è piena l’Italia). Deve essere tutto il contrario. Militare e vendere, per noi, sono in pratica la stessa cosa. La stessa cooperativa è un’impresa ed è valida se solida. Per le cooperative delle origini era il punto d’onore fare profitto, cioè vendere, dimostrare di esserne capaci.
Tutto questo ha conseguenze precise: i tempi non sono mai dettati dal "fuori” ma sempre autoreferenziati (tipici della rendita) e quindi, spesso, lentissimi; si sopravvive di rendita sulla promozione passiva ("i regali degli amici”); tutto il tempo è dedicato alla redazione; i segnali positivi, o anche negativi, non vengono mai analizzati per trarne indicazioni, ecc. ecc.
Adesso sarebbe lungo fare autocoscienza sui motivi di questa mentalità. La speranza è che una volta "rotti i ponti” con la rendita di posizione, mentalità e velocità di marcia possano cambiare.
Che fare? Semplice: dedicare molto tempo e intelligenza a "vendere”. Il che, nel nostro caso, vuol dire dedicare tempo e intelligenza a "fare rete”, a reclutare collaboratori del progetto "politico”, a fidelizzare abbonati, a "toccare” un numero sempre più vasto di potenziali lettori, a trasformare in un amico l’intervistato. Per fare questo deve funzionare a Forlì una "centrale operativa” efficiente in cui redazione e promozione siano del tutto intrecciate (che abbia nel telefono, e poi nell’email, i suoi strumenti principali. Attenzione: prima il telefono; se si manda un email di tre righe si ottiene una risposta di tre righe, se si fa una telefonata per chiedere anche una cosa sola ne può uscire una chiacchierata di mezz’ora; l’email può assecondare un’indolenza burocratica). Nessun responsabile del "commerciale” quindi, quanto un impegno permanente di tutti nel "fare rete” (le responsabilità, precise, limitate, interconnesse con altre di altri, dopo). Il primo problema, cioè, è la "totipotenza” del gruppo e dei singoli e questa è la condizione per risolvere il problema di una migliore distribuzione di incarichi e responsabilità.
Una precisazione a questo riguardo: bisognerà poi decidere se in redazione si lavora o non si lavora, perché se non si lavora o si lavora male abbiamo un grosso problema, che tutti sono chiamati a risolvere. L’organizzazione del lavoro sarà pure pessima, dobbiamo ristrutturarla, ma non ci sono dubbi che tutto nasca in redazione. Su questo ci dobbiamo veramente mettere d’accordo: si sbobina meglio a casa ma si telefona meglio dall' "ufficio”.

b) Basta con Forlì!
Finora siamo andati avanti con la formula "gruppo forlivese - piccolo gruppo di amici consiglieri-sponsor - rete di abbonati regalatori”. Unica forma di promozione: l'abbonamento-regalo. Chi si avvicinava per collaborare dopo un po’ veniva risospinto verso la condizione di regalatore. La rivista "trovata” scoraggiava anche qualsiasi attività di "sensore”, che può essere solo guidata da progetti, da una rivista "cercata” e non solo "trovata”. I consigli per noi non sono mai stati legati a un tema, a un problema sociale, ma sempre e soltanto quelli di un "intervistabile”. Non c’è una rubrica telefonica comune dopo 15 anni (pensiamo invece alla mania di Alex Langer per la rubrica)! Villa Salta, la riunione nazionale, cioè, era l’occasione per gli amici di fuori di "vedere” il gruppo "miracoloso” di Forlì. Sarebbe lungo l’elenco degli esempi che testimoniano la nostra assoluta noncuranza riguardo alla rete e alla promozione. I motivi? Mancanza di fiducia nel prodotto, esiguità delle forze e delle risorse, timidezza sul progetto politico.
Ciononostante gli altri hanno lavorato. Il tam tam ha funzionato, la rivista ha messo su prestigio, abbiamo reclutato malgrado noi. Grazie agli amici si è chiarito sempre più il progetto politico (pensiamo solo al tragitto delle buone pratiche dalla prima volta che Marianella disse, quattro anni fa: "dovreste raccontare le buone pratiche che ci sono in giro”, e noi: "buone pratiche? Cioè?”). Ora, se l’ipotesi è che la rivista sia legata in modo decisivo a un progetto culturale-politico e alla militanza, questo vale anche da un punto di vista promozionale. Allora "reclutare” diventa decisivo, ma si recluta a un progetto culturale-politico, non si recluta solo alla diffusione di una rivista che piace. La rivista, e così l’almanacco, i quaderni, devono quindi diventare un’occasione di lavoro culturale-politico in una città, servire ad altri. Gino diceva che la diffusione di una rivista militante si fa, per definizione, con una rete militante di sostenitori. E' così. E che la nostra rivista, nella scelta delle interviste, nella grafica da rotocalco, nella scelta "varia umanità", appaia ben poco militante non cambia il problema. Sarà pure "militanza della domanda” come dice Andrea Ranieri con una definizione molto bella e lusinghiera, ma è militanza.
Questo fa anche giustizia di tutte le idee "megalomani” che ci sono venute in questi anni: la lettera dei "grandi” che invita a comprare la rivista (c'erano tutti, da Adriano Sofri a Cohn Bendit, da Grazia Cherchi a Carlo Ginzburg e non arrivò neanche un abbonamento); la pubblicità, per noi costosissima, sul Manifesto; o l'idea, ricorrente, di trovare il modo di andare in Tv. (Il famoso esempio del compagno di "A-rivista anarchica” che fa una domanda dalla platea del Costanzo show e il giorno dopo arrivano 400 richieste della rivista; ma sarebbe da vedere quanti si sono abbonati... Probabilmente zero. Noi andremmo a sotto zero. Ci sono cose che i compagni non devono fare, perché deludono "i loro”, ma, paradossalmente tutti. Ognuno ha la sua strada, che spesso non conosce, al "successo”, ma è quella. L’intelligenza sta nell’individuarla).
Quindi non c'è che la rete. Ma una rete attiva, che veda attivi innanzitutto noi. E una rete che non può essere che nazionale. I nodi della rete sono tanti. I principali sono quelli dati da chi condivide, sia pure in vario modo, il progetto e contribuisce alla sua realizzazione.
- La prima proposta è quella di reclutare dei "responsabili” di Una Città in alcune grandi città il cui compito principale sia quello di "promuovere" la rivista e tutte le iniziative, editoriali e non, ad essa collegate. E' importante però che la "promozione” non venga intesa come semplice attività per far conoscere la rivista, ma come impegno alla realizzazione del progetto culturale-politico; un esempio: può essere più "promozionale” presentare il libro di Berneri di Carlo De Maria (non nostro quindi) facendolo precedere da una mini-campagna con una A3 fatta molto bene sulla necessità, anche politica, che i Ds (e magari pure gli altri) rendano l'onore dovuto all'altra tradizione. Questo può essere molto più utile che non fare la solita presentazione della rivista. Per i responsabili si potrebbe prevedere anche un "rimborso spese” (la diffidenza verso i compensi, giusta se associata a un principio di precauzione, è sbagliata se "di principio”. La militanza politica è cosa ben diversa dal volontariato: con tutto il rispetto, dopo un moribondo ne viene un altro e un nobile e faticoso hobby non sconvolge la vita; la militanza patisce la maledizione del risultato, esattamente al pari dell’impresa: pensiamo alla sera prima di un qualsiasi sciopero importante degli ultimi due secoli).
- La seconda è quella di stabilire un rapporto attivo (che vuol dire critiche e consigli alla rivista, suggerimenti di interviste, ricerca nella propria città su nostri suggerimenti per interviste, riunioni di abbonati, partecipazione ad attività organizzate da noi, mappatura delle buone pratiche in città) con tutti gli abbonati disponibili, a partire dai "regalatori” (Di questo si parla anche più avanti).
- La possibilità poi di avere dei gruppi "federati” (tipo "sezioni”, per intenderci, e senza, si spera, fraintendere) non è peregrina. Forse in giro c’è voglia di militanza concreta ma "complessiva”, e le militanze monotematiche mostrano la corda così come quelle "generaliste” legate ai partiti. La nostra proposta, che può affiancarsi alle une e alle altre, può "offrire quello che manca”.
- In quarto luogo è possibile avere rapporti di collaborazione con gruppi, riviste e intellettuali (vedi l'incontro con Fofi che prima o poi faremo) che in qualche modo condividono anche solo in parte la nostra impostazione (questo presenta, ovviamente i problemi noti, veti che si incrociano, pregiudizi consolidati, ecc., ma da un atteggiamento non settario abbiamo tutto da guadagnare).
Le condizioni del reclutamento sono importanti e sono precise. L’idea, per esempio, di "reclutare a progetto” deve essere abbandonata, non funziona perché non fa rete, non sedimenta; non solo non guadagniamo il reclutato ma perdiamo i contatti che ha messo su in giro. Quindi si recluta "a città” e "su tutto”. Questa proposta è strategica. Vuol dire che il nostro impegno si subordina a questo. Evidentemente noi dovremo girare, ma per promuovere innanzitutto questo (il che, certo, vuol dire spesso dover andare a far presentazioni pubbliche).
Non c’è dubbio che le prime due proposte vanno nel senso di una possibile associazione. Vedremo. Di certo ora possiamo puntare a una formula che veda un gruppo nazionale di attivisti sostenuto da una piccola rete di amici, collaboratori, consiglieri (casomai associati alla cooperativa) con cui il rapporto è stabile e costante e da una rete più vasta di abbonati, intervistati, amici attivati in vario modo (in primo luogo come "sensori” della rivista).

Nb. Evitare assolutamente il rischio fatale della pantomima.
Non ci sarebbe cosa peggiore che avventurarsi in un’impresa come questa, perché "è giusto”, "finalmente va fatto”, ecc. ecc., ma mantenendo psicologicamente, e nei fatti, la mentalità tutto sommato fondamentalmente serena di chi si autofinanzia, di chi non vuol sconvolgere, o anche solo turbare, con l’ansia (assolutamente tipica di qualsiasi tipo di impresa) la propria vita. Faremmo gli investimenti a vuoto. Andremmo a picco in pochi mesi. Le scelte in questo senso vanno fatte con grande senso di responsabilità, altrimenti meglio il cabotaggio della rendita. L’ansia del risultato è un dogma che non si discute.

2) La rivista più bella

a) La puntualità. Sono arrivate proteste da tutte le parti per la discrepanza fra il mese e l’uscita. Il problema è da risolvere, punto. Bisogna irrigidire al massimo le date di uscita e, di conseguenza, i 10 numeri annuali (da questo dipende, pro-domo della redazione, anche la salvaguardia dell’interruzione-ferie estiva). Il tutto dipende dal cassetto, dai tempi editing e correzioni, tutti anticipabili.

b) Le foto. La patinata ha cambiato il giornale. Continuare con foto, di fatto, corredo delle interviste, che accompagnano monotonamente (stesso spazio, stessa posizione, stesso genere, spesso, "non narrativo”, ma "paesaggistico”) la maggior parte delle interviste sarebbe assurdo. Dicevamo di calcolare un 30% dello spazio da dedicare alle foto. Anche solo la quantità di spazio chiamerebbe la qualità. Senza essere generici l’unica proposta concreta che vedo è quella della varietà dei "generi”:
-foto-editoriale tipo balconi olandesi;
-servizio al centro con poche righe "poetiche” di accompagnamento (vedi rinconada);
-reportage fotografico da un luogo con intervista di accompagnamento;
-reportage fotografico per l’inserto "da una città”.
-servizio fotografico di 4 pagine 1+2+1 con breve testo (vedi marcia di Srebrenica);
-servizio "album di famiglia” di accompagnamento a intervista-storia lunga (vedi Panzieri);
-foto normali grandi;
-foto di copertina possibilmente "narrative” (vedi differenza fra 129 e 128, molto spiccata. Il 128 la ragazza al telefonino, a quella distanza, è puro paesaggio urbano, piatto; nel 129 la foto racconta: famiglia immigrata che si fa le foto, trafila forse per il permesso, però giocano... ed è un paesaggio urbano sempre, ma con terza dimensione).
-poster centrale (tipo Tsunami o Srebrenica).
Per perseguire un progetto foto come questo possiamo tentare di costruire:
-una rete di fotografi collaboratori, che partecipando a vario titolo al progetto sono disponibili a collaborare accettando compensi (a foto) bassi;
-un’attenzione di tutti gli intervistatori al problema foto (album familiari, foto da fare durante i viaggi);
-un’attenzione alle foto dei dilettanti abbonati (ci hanno risolto egregiamente molti problemi; ottime quelle di Baioni, che nessuno ha contattato);
-un secondo fotoreporter. Evidentemente non può far tutto Fausto. Forse dobbiamo reclutare un altro fotografo, casomai giovane e principiante.

c) La varietà. La rivista rischia di essere monotona. Le "fisse” (campagne come su Israele e Palestina o i temi, sociali tipo "immigrati” o culturali come l’antisemitismo) che potrebbero essere un valore aggiunto vanno a mangiarsi gran parte dello spazio. L’abbiamo sempre detto: passare dal medico di strada milanese a Berneri e poi a New York è una scelta felicissima. Da questo punto di vista filoni difficili, come il costume, spesso vengono sacrificati, l’intervista "sgaffa”, cioè anomala, (tipo lo schistosoma o l’intervista di letteratura o di scienza) salta ma soprattutto, ed è quello più grande, si corre il rischio di restare confinati nello "sfigaland” (da dove le interviste non mancano di arrivare). Lidia De Federicis ha detto che "si era disaffezionata, poca varietà, sempre gli immigrati... poi il 129, straordinario...”.
Il Bruno dice: "E la gente normale?”.

d) Lo spiazzamento. Franco Travaglini, invece, si è riconciliato grazie all’intervista del colono. Una caratteristica -dice- era lo spiazzamento che procurava veder dare la parola, trovandovi intelligenza e, a volte, pure buone ragioni, a chi è lontano dalle nostre idee. Il fascista di Sondrio, il colono... Beh, nelle tematiche (più facili, forse) certamente Antonelli, che dice che sono le armi a far avanzare l’innovazione... Ma non è facile. Certo che l’anticonformismo ce lo giochiamo qui, soprattutto. E anche il messaggio civile che veicola!

e) Il cercato. Difficile dilungarsi su questo che forse è l’aspetto più importante. Qui converge un po’ tutto: un direttore che funzioni, degli inviati ben preparati e caparbi sul risultato, riunioni che funzionino, una rete di consiglieri molto ricca e variegata, abbonati attivi e produzione continua di idee e tempi serrati nel dar loro esecuzione. Quindi si rimanda a tutto.
Di certo sono fondamentali tre cose:
-le serie (storie under 80, idea Berardinelli; storie anni 60; le serie di "domande”: "c’è ancora l’antisemitismo?”, "Che fine ha fatto la virilità?”, "la sinistra è welfare?”; la serie "storie delle associazioni"; la serie "storie di lavoro", una vecchia idea ai tempi dell'intervista al maestro d'ascia di Napoli. Le monde pubblica anche l'intervista a uno spazzino, come è cambiato il lavoro, ecc. ecc.; ovviamente il filone "di vita e di morte", bioetica e annessi e connessi che ci ha sempre caratterizzato ma che facciamo fatica a tenere; ecc.);
-l’irrigidimento delle pagine fisse (vedi sopratitolo, non a caso sempre disattesi e cambiati; l’ultima, le storie, le domande, le buone pratiche, il reportage fotografico, ecc.
-la varietà dei generi "letterari”
Che fare? Di sicuro direi questo: se da qualcosa si deve iniziare per risolvere questo problema è dal direttore. E’ il suo compito principale.

f) L’inserto "una città”. Il gruppo di giovani simpatizzanti di Roma ha discusso di un eventuale inserto cittadino. La proposta è venuta fuori anche alla riunione nazionale. L’idea potrebbe essere sia quella di inserti che "raddoppiano” il reportage da un luogo (8 pagine dunque) ma che resterebbero inseriti nella rivista (anche se estraibili perché centrali e con copertina): andrebbero a tutti. Oppure a numeri speciali locali, da diffondere solo nella città interessata. Ovviamente l’uscita di un inserto o di un numero speciale dovrebbe portare a una promozione speciale.

Il reprint. L’idea è bella, non c’è che dire: Caffi del 46 sul socialismo, "Togliatti in Spagna” di Gino... Aumenta la varietà, certamente. Ci sta?

g) Il numero di pagine. Per la varietà e ancor più se pensiamo ai "reportage” da città o al reprint o alla sgaffa, e alle foto naturalmente, l’aumento delle pagine a 28 può essere indispensabile.


3) Promuovere finalmente la rete "una città”

Chiamare rete tutto quello che si fa attorno a una città, dalle altre pubblicazioni agli abbonamenti, alle attività promozionali è certamente improprio e sembra venirne fuori un elenco guazzabuglio. Funziona (forse) se teniamo presente la missione, il progetto generale delineato all’inizio (militanza della domanda +libertarismo/cooperativismo/cosmopolitismo+altra tradizione/buone pratiche di cittadinanza+battaglia culturale/spirito di servizio). Allora l’Almanacco ha senso perché diventa il cuore di un messaggio culturale-politico e strumento della battaglia culturale. Così, che so, lo screening degli abbonati, che servirà per prender contatto in città in cui non siamo presenti. O un sito che diventi sempre più conosciuto e usato (anche per comprare le pubblicazioni e far abbonamenti) o il "nostro girare” che sta in piedi se andiamo a proporre di "fare e discutere”, e non certo a vendere mercanzia in valigetta; e il tutto diventa quel "service” (rete informale o associazione è secondario) di cui parlavamo. Naturalmente nell’elenco ci sono tipologie diverse: sito, newsletter "domande”, i quaderni, l’almanacco, i libri sono "nostri prodotti”; cura abbonati, rapporti con gli amici, megaindirizzario sono attività di rete, e promozionali, sedentarie; le campagne, le presentazioni, i banchetti, ecc. sono attività in loco, nelle città, e (per noi) in giro.
Si può fare un’ulteriore specificazione per intenderci: sito e newsletter vanno sicuramente a "raddoppiare” la rivista, hanno la stessa impostazione generalista; libri, altre pubblicazioni devono essere legati a "campagne”.

a) Il sito. Va aggiornato. I problemi sono:
-se avrà una parte redazionale (la domanda, e questa se facciamo la newsletter non sarà difficile; la citazione in testa, e questa non sarà difficile (cosa piccolissima, ma utile anche a noi: Bertinotti cita l’abolizione della proprietà? Citazione di Proudhon sulla proprietà); un diario zibaldone, commenti, rassegna stampa, segnalazioni, citazioni, polemiche, ecc.) e questo è più difficile.
-se avrà i video e gli audio (pensiamo a un sito con spezzoni di interviste audio e video cosa potrebbe diventare... Questo si lega al progetto "voci”, un archivio sonoro tutto digitalizzato delle interviste, da cui attingere spezzoni, citazioni, ecc da render disponibili nel sito. Forse potremmo anche trovare chi lo finanzia un progetto simile)
-se avrà i link (con reciprocità)

b) La newsletter "domande”. L’idea è rimbalzata nella riunione diventando addirittura la proposta (di Piero Liberti) di una specie di giornale online (vedi "La voce” di Tito Boeri, con centomila affezionati lettori e tantissimi sottoscrittori). L’idea "domande” ha questa potenzialità? Bah, certo un qualche successo potrebbe averla soprattutto in una situazione (ipotetica, ma noi lo speriamo) di voglia di politica, di discussione, e di novità, e di perdurante delusione per l’offerta sul mercato (io penso che la pochezza riguardi anche i cosiddetti "movimenti”, espressione già di per sé assai discutibile). L'idea sarebbe quella di una domanda e di alcune proposte di risposta, legate soprattutto, ma non solo, al patrimonio di interviste di Una città. Ovviamente la domanda dovrebbe essere possibilmente provocatoria: tipo: "i palestinesi hanno guadagnato, economicamente e socialmente dall'Occupazione israeliana?", oppure: "perché il fondatore delle camere del lavoro non lo ricorda mai nessuno?" e casomai, in certi casi, dar vita a una discussione sul sito. E’ un impegno gravoso (ma io credo trainante anche per il "cercato” della rivista) ma pensiamo a quanti contatti nuovi possiamo acquisire. Potrebbe giustificare l’apertura di un sito (collegato al nostro) "domande.org”.

c) I quaderni dell’altra tradizione. La proposta è di farli diventare trimestrali o quadrimestrali (meglio, all’inizio) e farne lo strumento principale della battaglia "altra tradizione”. Lo si vedrà anche dall’intervista a Flores: il pensiero unico continua anche nel suo fallimento, nella sua catastrofe: "non si poteva non essere comunisti, non si poteva che essere comunisti, non si poteva che fallire, e per fortuna, viva gli ex-comunisti che hanno capito tutto”. Tutti, o quasi, i mali, dall’Unipol a Rutelli, a Bertinotti, ecc., vengono da lì: la concezione del potere dei comunisti e l’assenza, ieri e oggi, di un anticomunismo di sinistra. La speranza, credo fondata, è che tanti giovani vogliano essere e restare fermamente di sinistra ma in un modo nuovo, libertario e "riformista dal basso”. In tal caso far conoscere i nostri quaderni, andarli a presentare in giro, diventa importante; es.: convegno Silvio Trentin e federalismo + quaderno + dibattiti in giro su comunalismo contro statalismo regionalista Lega e contro statalismo tout court sinistra.

d) L’Almanacco delle buone pratiche di cittadinanza. Vale il discorso sopra, tenendo presente la rilevanza potenziale di uno strumento simile che si va a piazzare fra l’amministratore comunale e il volontario/cooperatore/militante di movimento. Strumento comunque di stimolo, dibattito politico. Bisognerebbe "aprire” all’estero, sarebbe utilissimo, un vero servizio. Grande strumento su cui far lavorare militanti locali: mappare le buone pratiche, far interviste o forum di discussione, organizzare dibattiti generali o anche su singoli problemi.
Possibilità di far diventare l’osservatorio un vero progetto permanente che raccolga finanziamenti.

e) Libri. I libri li vediamo strettamente legati alle nostre campagne. Vedi "Storia altro” e "Parents circle” per valorizzare esperienze che superino la barriera etnica dell’odio; vedi il filone, fondamentale, che abbiamo, purtroppo, abbandonato dopo l’Algeria (da antesignani che eravamo) delle "donne contro i fondamentalismi”.

f) La cura della rete. E’ l’innovazione più importante del nostro lavoro. Direi che il pomeriggio deve essere in gran parte dedicato a questo. Inutile ripetere dello stato comatoso in cui vertono anche le poche cose che abbiamo: si perde mezz’ora per trovare il telefono di un intervistato; sono scaduti, e nessuno si preoccupa di chiamarli, gli unici due abbonamenti da 500 euro che abbiamo; l’email di Rita di Leo con complimenti non ha avuto risposta né quello di Cotturri che ci incoraggiava sul mutualismo e ci diceva della tesi della sua studentessa su di noi.
Non parliamo delle cose che non abbiamo mai fatto. Bene:
-Cura delle amicizie. Solo un aneddoto: telefonata a Luigi Bobbio per Andrea Ranieri; poi gli si dice: "possiamo far una chiacchierata, su come vanno le cose...”, "volentierissimo”, "per esempio sul programma della sinistra...”, silenzio... "ma tu intendi per la rivista?”, "sì”, "non ho assolutamente nulla da dire”, imbarazzo, "beh, comunque...”, "teniamoci in contatto”. L’interesse all’amicizia frustrato, mortificato dall’interesse solo per la rivista. L’intervistato può, a volte, diventare un amico: questo è dimostrato.
-Cura degli abbonati. A mio avviso contattare e attivare gli abbonati potrebbe rivelarsi utilissimo, una miniera, per consigli per interviste, per critiche utili, per iniziative nelle loro città. Si tratta di telefonare a tutti, di avere l’email e corrispondere. E’ il modo migliore per fidelizzare (sempre restando vera l’ipotesi di fondo sulla voglia di fare e discutere). Si tratta anche di contattare regolarmente gli scaduti. Un no motivato serve a capire. La spedizione delle lettere, quasi in automatico, ancora non ci è entrata in testa (nessun numero in più ai regalati, ma proposta di regalo. A proposito di sprechi i 100 giornali spediti 2 volte oltre le 10 ai regalati sono uno spreco assoluto, perché quelli, se si abbonano, per la prima volta, l’hanno già deciso).
-Cura dell’indirizzario. La cura dell’indirizzario deve diventare un imperativo di ognuno. Anche qui: si può delegare l’indirizzario a una segretaria non responsabile (che cioè non è dentro a tutto, anche con responsabilità)? E' probabile si perda tempo e, quel che peggio, occasioni per idee: se metto giù io il sindaco di Pisa che chiede l’Almanacco è più facile che diventi argomento di discussione nella riunione quotidiana e che Massimo o la Paola vengano incaricati di lì a 10 giorni di telefonargli. Così come a nessuno è venuto in mente di proporre (o regalare) l’almanacco al sindaco di Pomigliano che ci ha comprato 2000 Storie dell’altro. Era finita lì, per noi, saluti e tante grazie. Insomma, i compartimenti stagni non vanno bene e temo che una segreteria "pura” potrebbe diventarlo. Cose da fare: screening settimanale degli abbonati (gli abbonati sono solo i paganti), cura delle note, rubrica costantemente aggiornata e ristampata anche su carta; lettere mandate regolarmente e registrate (servoy lo fa in automatico), tasso di rinnovi veri, tasso di rinnovi da mailing regalati; elenco scaduti, ricerca di numeri di telefono sulle pagine bianche e puntuale ricerca sul "chi è” del telefono dopo ogni telefonata; cura dell’elenco degli acquirenti di libri.
-Proposte di abbonamenti. Qui si tratta solo di applicarsi con un po’ di intelligenza. I regalati forse sono troppi: almeno impedire che si rinnovi per due volte un regalato se non a prezzo pieno. Possiamo valutare l’idea dell’abbonamento di ingresso a 20 euro.

i) Le campagne. Le abbiamo fatte, ma soprattutto sul giornale. Non avevamo la forza (le forze) di gestirle in giro e, forse, ci mancava anche il coraggio culturale e politico che oggi, dopo tanto, abbiamo. Come può svolgersi una campagna oggi, dobbiamo discuterlo, di certo la campagna, senza pregiudicare per nulla la nostra impostazione (può essere problematica, privilegiare le domande, ecc.ecc.) è militante in modo tradizionale: vuol convincere, misura i risultati. Io faccio solo un esempio: il centenario della Cgil. Da una parte si poteva metter su un progettino da proporre alla Cgil (ma questo perché? Per i soldi? Per ingraziarsi la Cgil?) dall’altra si può far proprio una campagna che può durare anche 8 mesi che preveda (alcune sono proposte di Pino)
-una serie di interviste, alcune delle quali che vadano nella rivista altre no, sulle origini: il biennio rosso che è della Federterra e non dei consigli, l’interpretazione soviettista (Spriano e altri) è una grande menzogna; il miracolo del sindacalismo italiano è il fatto che le idee di emancipazione e socialiste prendono piede nelle campagne dell’Emilia Romagna; da tutto il modo allora chiesero come fosse stato possibile. La figura straordinaria di Argentina Altobelli, dirigente dell Federterra, che andava alle riunioni a Berlino e chiedeva "ma come faccio quando arrivo alla stazione, non so il tedesco...); l’esperienza della camera del lavoro di Reggio che vide funzionare il triangolo camera del lavoro, comune rosso, cooperative; La figura di Gnocchi Viani e il suo appello ai Fasci siciliani (che precorse, e di quanto?, l’andata dei metalmeccanici a Reggio nel 72); l’influenza proudhoniana in Italia.
-Contemporaneamente si potrebbero svolgere delle Conversazioni, soprattutto con giovani, in alcune città italiane (Milano, Torino, Roma, Bologna) su cosa fu il sindacalismo italiano e cosa ci può insegnare oggi.
-Da tutto questo potrebbe venir fuori un quaderno da diffondere poi con iniziative, minimostre-banchetto ecc.
-A voler aver coraggio (ma questo è un sogno) si potrebbe infine allestire uno spettacolo essenziale, con canti e letture, se non audiovisivi, da proporre in giro (anche a Elio De Capitani dell’Elfo di Milano che a suo tempo telefonò entusiasta di Merlino e dell’altra tradizione). Uno spettacolo riciclabile facilmente poi in uno permanente sulla fine dell’800-primi 900 "quando si decisero tante cose”.
Questa sarebbe una campagna: su cui impegnare i nostri amici nelle città (Pietro a Siena, Luciano a Firenze, Francesco e gli altri a Bologna, Alessandro a Roma, Katia a Milano), incaricare uno di noi come responsabile, ma poi impegnarci tutti per le rispettive competenze.
Teniamo presente anche la possibilità di microcampagne:
es.: viene Khosrokhavar a Bologna per i kamikaze. Cosa facciamo? Lasciamo che se occupi l'associazione Orlando che ha accettato di organizzarlo e divide le spese o cerchiamo di mobilitare i nostri amici di Bologna? Potremmo anche fare un banchetto 10 giorni prima, per dar via anche un bel volantino.
Uguale per il libro di Berneri: perché non organizzare un dibattito a Roma, uno solo, con la richiesta esplicita di un riconoscimento morale di colpa da parte degli ex-comunisti e, ancor più, degli attuali comunisti (Diliberto, Bertinotti, Manifesto)?
Pensiamo infine alle occasioni mancate: il pacifismo dogmatico e la figura di Jean Selim; o, lo ripeto, le donne contro i fondamentalismi. Stiamo parlando quindi anche di semplici presentazioni di libri, nostri o di altri, ma che rompano quello schema tradizionale, per lo spirito e, possibilmente, anche le modalità della preparazione e realizzazione dell’iniziativa.

l) Girare. In questo progetto girare diventa fondamentale. Parliamone. Intanto vedo questi tipi di giri:
-la presentazione pubblica di un libro o l’incontro con chi può far suo un progetto, una proposta (che so: il sindaco di Pisa merita un incontro, e quindi un viaggio per l’Almanacco).
-la "mobilitazione” di più persone se c’è un banchetto da qualche parte.
-il soggiorno di tre-quattro giorni in una città italiana, sul modello viaggio a Parigi, dove si fanno tre interviste, si fa la riunione del gruppo se c’è, si incontrano gli amici (si va a trovare Bobbio a casa sua dopo cena).


Cosa fare delle riunioni

a) La riunione settimanale. Quando va bene è di pura autocoscienza con refrain puntualmente autorecriminatori. Quando va male si discute del menù della cena con ospite. Dell’ultima riunione erano rimasti tre fogli "di appunti”, in uno c’era la parola "pantomima” e basta, in un altro un geroglifico a colori, nell’ultimo un appunto per Massimo da parte di Michele "Mafai, Sese”. Basta. Non c’è nulla da prendere appunti, nessuno dovrà ricordare qualcosa. C’è una cura particolare della cena (due persone per due ore vi si devono dedicare) e nessuna della riunione.
Beh, intanto va detto che la riunione settimanale è molto difficile: se si discute un tema generale, diventa subito astratto rispetto al giornale, perché non abbiamo un lavoro "mirato”. Se si discute delle cose da fare la discussione diventa talmente spicciola da essere una noia mortale; del menabò, soggetto sempre a molteplici e improvvisi cambiamenti, è inutile discutere; c’è una sperequazione fra i lavoratori e i dopolavoristi (i primi si vedono tutti i giorni), fra i redattori e i cooperatori (spesso c’è da discutere delle altre attività e facciamo fatica a legarle alla rivista).
Premesso questo va riaffermato che la riunione settimanale è il momento fondamentale del lavoro di gruppo della rivista.
Che fare allora?
Proposte:
-abolire la cena e iniziare alle 8 precise. Chiudere a mezzanotte.
-avere un ordine preciso fisso:
-rivista (menabò del prossimo numero, idee di interviste, critiche, ecc)
-abbonamenti (report settimanale)
-rete e promozione e altre attività (resoconti individuali)
-soldi (report)
-varie
-stendere un verbale (da spedire anche alla mailing della redazione).
-decidere in riunione i compiti e le responsabilità precise, "settimanali” (rispetto alle responsabilità si resta dell’idea che non sia utile nel nostro caso un irrigidimento della divisione del lavoro e delle responsabilità generali (tipo esteri/barbara o promozione/paola, editing/patrizia, o rete/massimo. Non ha senso, l’interferenza, lo scambio delle idee e dei compiti concreti quotidiani, il "far tutto tutti” inevitabile. Allora vanno definiti dei "campi di responsabilità”, "una responsabilità di cura”, ma con la massima flessibilità e con zone di sovrapponibilità (es. possiamo decidere che la cura del sito va alla Paola, ma questo vuol dire, evidentemente la responsabilità non già di "fare il sito” ma di far sì che tutti quelli che devono far qualcosa la facciano e poi, certo, quella di metter dentro e aggiornare e studiarci anche. Ma questo vale per tutto, anche per le foto per dire. Un appalto rigido della responsabilità foto a Fausto sarebbe sbagliata. Proprio per questo la riunione diviene decisiva. E’ veramente l’equipe che lavora insieme. Giriamo, telefoniamo, intervistiamo tutti e l’interscambio sarà sempre più quotidiano.
-instaurare un clima fraterno, il che vuol dire "più franchezza e più brutalità”. Il clima "paternalistico del lasciar correre, "tanto non era chiaro nulla”, "tanto i problemi li risolve qualcuno”, il giustificazionismo più assurdo (in un’impresa la parola "dovere”, per intenderci, fa solo ridere. Se non si assolve un compito è in qualche modo sempre colpa nostra), ecc. ecc. non vanno bene. Basta. Ognuno deve rispondere delle sue responsabilità agli altri.
-Questo tipo di riunione è particolare, necessita di una forte adesione. I nuovi vanno avvisati di questo. Possono partecipare come osservatori e va tutto bene (ma a maggior ragione vanno avvisati).
-la riunione non è facoltativa. Le giustificazioni devono essere molto buone.

b) La riunione trimestrale. La prima è andata molto bene. Bisognerà parlarne, per capire come prepararle al meglio (sempre, com’è stato questa volta, precedute da una mail preparatoria) e non diventino "monologanti” dei forlivesi. Le campagne vanno discusse e organizzate lì, per esempio. L’ospitalità deve essere molto buona, l’agio anche. Quello è anche il luogo del reclutamento: invitare nuovi e vedere come va.

c) La riunione quotidiana. E’ una riunione che in sé non ha alcun valore decisionale (a differenza della settimanale e di quella trimestrale), ha valore solo come sostegno, stimolo, coordinamento e velocizzazione, soprattutto, del lavoro quotidiano. Può durare anche solo mezz’ora, c’è chi c’è (meglio a un’ora fissa che permetta la partecipazione anche dei dopolavoristi). E’ strettamente connessa con il lavoro pomeridiano di sede. Se in sede funziona una vera centrale creativo-operativa di tutto il lavoro (rivista, rete, promozione, sito, news) allora diventa necessaria.

d) La mailing di redazione. E’ lo strumento intermedio fra la riunione settimanale e quella trimestrale. E’ piaciuta e va curata. Cosa fare, però, con un documento simile? Lo si manda in giro?


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