Rut Dayan, moglie di Moshé Dayan, famoso generale israeliano, con cui ha vissuto durante il periodo della fondazione dello Stato d’Israele, madre di Yael Dayan, oggi ha 83 anni e vive a Tel Aviv.

Ora la situazione è molto dura. Non è chiaro con chi possiamo parlare. Abbiamo ancora un interlocutore? Niente è affidabile. Tutto il mondo arabo è in un gran caos, peggiore di quello in cui ci troviamo noi, perché almeno noi votiamo, abbiamo un parlamento; poi il parlamento può essere di un tipo o di un altro. In questo senso sì, credo che il problema sia Arafat. Nessun ministro aveva mai offerto prima ciò che ha offerto Barak a Camp David. Era un’occasione. Perché non coglierla?

Poi, certo, io avrei fatto altro, avrei dato lo stato tanto tempo fa e loro ne avrebbero fatto ciò che ritenevano. Avrebbero già dovuto avere uno stato. Se non l’hanno noi siamo stati e siamo responsabili dei palestinesi e non credo che avremmo mai dovuto esserne responsabili, fin dall’inizio. Dopo la guerra dei Sei Giorni, avremmo dovuto trovare un accordo, un insediamento per i rifugiati…
Il fatto è che nel versante arabo non hanno aiutato i palestinesi. C’è stata una grande conferenza, tutti gli stati arabi hanno detto che avrebbero aiutato i palestinesi, ma non hanno dato alla gente ciò che avevano promesso.

Non sono preoccupata della legge del ritorno, perché se otterranno lo Stato Palestinese, avranno case e soldi. E con l’hi-tech l’intera regione rifiorerà. Ma sarei molto più ottimista se gli arabi la vedessero a mio modo. Ma non la vedono così e non si curano gli uni degli altri. Questo è terribile.
Guarda, se fosse accaduto l’inverso, noi avremmo permesso che la nostra gente vivesse in campi profughi? Io dico di no. E’ sicuro. Gli ebrei non l’avrebbero fatto. Invece loro li hanno tenuti lì apposta, perché se non avessero ancora i campi profughi l’opinione pubblica non sarebbe stata dalla loro parte… Quel problema invece avrebbe dovuto essere risolto immediatamente. Nel 1967 c’erano molti soldi, non soldi di Israele, ma da gente della Gran Bretagna e allora, per dire, si poteva fare come noi abbiamo fatto coi nostri immigrati, che ognuno avesse almeno una casa… Perché con tutto il lavoro che c’è, almeno non dovrebbero alzarsi alle 3 del mattino per venire in Israele. Questo non lo posso sopportare; quando sento che queste 20-30 mila persone devono alzarsi tutte le mattine alle 3 per venire a lavorare in Israele, ma perché? Se fosse un paese normale, loro essendo buoni lavoratori potrebbero guadagnare bene nel settore edile, perché ormai nessuno costruisce più. E poi i palestinesi sono veramente degli ottimi studenti; ogni famiglia, nei campi profughi, ha un figlio medico da qualche parte all’estero. Perché le università sono gratuite in Egitto. Per cui ottengono una buona istruzione, perché imparano in fretta, studiano se ne hanno l’occasione.
No, i campi non potevamo chiuderli noi. Intanto perché non ci volevano. Malgrado io sia una che è andata tutte le settimane a Ramallah, a Betlemme, a Gaza, che abbia lavorato a Gaza per 8 anni e con grandi soddisfazioni, non potevamo certo andare e chiudere i campi profughi; questo spettava a loro. Non si possono fare le cose per gli altri. Invece non hanno voluto! Potevano farlo già allora. E non vogliono nemmeno farlo adesso. Si poteva almeno fare come abbiamo fatto con i nostri emigranti, dei prefabbricati tipo containers. Non sono belli, ma oggi ci sono dei caseggiati belli. Non è necessario vivere in quelle condizioni, dover starsene seduti in baracche e aver bisogno di scuole, di ospedali, di tutto.

Credo che tutto il problema venga dall’economia. Se conquistassimo questa pace, l’intero Medioriente fiorirebbe. E devono pensare che non dipende dalla nostra volontà, ma che assieme lo dobbiamo fare, quando abbiamo firmato la pace si potrà fare.
Io ero all’università di Birzret prima dell’Intifada. Ero andata a Ramallah da un’amica e sono rimasta meravigliata dalla bellezza di quell’università. Incredibile, enorme, un grande edificio per gli studenti, ci sono circa 4.000 studenti. E avevano appena ricevuto dall’Italia una cucina per la mensa studenti. Ma non pagata dall’Italia. Ho chiesto all’uomo delle pubbliche relazioni, un armeno, e lui, chiacchierando, mi ha confessato che costa 20 milioni di dollari, tutto l’ambiente, la caffetteria, il dormitorio, 20 milioni di dollari. E ha aggiunto che i soldi venivano dall’Arabia Saudita, ma erano di un palestinese c ...[continua]

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