Joseph Algazy, giornalista di Haaretz, il dicembre scorso è stato insignito di un premio dall’Associazione dei diritti dell’uomo a Gerusalemme e dal presidente della Knesset. E’ un premio che ogni anno viene dato a una persona o a una organizzazione impegnata sul fronte del rispetto dei diritti dell’uomo. L’intervista si è svolta nel mese di febbraio.

Lei è da sempre un attentissimo osservatore della questione palestinese nonché impegnato sul fronte “pacifista”. Come si è arrivati alla precipitazione attuale?
Per capire come siamo arrivati alla situazione attuale bisogna fare un passo indietro: dopo la firma del primo accordo nel quale, come ho scritto nel mio libro, c’erano comunque dei grossi buchi, avevamo registrato un cambiamento di mentalità reciproco da parte palestinese e da parte israeliana. E questo nonostante il fatto che gli israeliani fossero arrivati all’accordo in una posizione di forza e i palestinesi di debolezza: si era comunque aperta una strada, certo molto difficile, piena di ostacoli, ma che poteva condurre a soluzioni di piccoli passi. Rabin che avevo incontrato nell’ agosto del 1995, alcuni mesi prima che venisse assassinato, a Nazareth, mi aveva detto “Io voglio andare fino in fondo”, il che testimoniava del cambiamento di pensiero in una personalità come Rabin, ex-generale, del cui militarismo nessuno poteva dubitare. Dopo la sua morte in effetti tutto si è fermato e allora i palestinesi si sono trovati in una disperazione senza pari, perché né il governo di Netanyahu ha fatto qualcosa, né il governo di Barak, malgrado in questo si riponessero enormi speranze. Nella realtà la delusione è stata enorme, proprio perché il governo di Barak non ha fatto niente, non ha applicato i diversi accordi che erano stati presi e poi, soprattutto, se c’era un attentato o qualcosa, subito metteva il coprifuoco, si chiudevano le frontiere coi palestinesi; così i palestinesi erano ridotti alla fame, senza lavoro, in una situazione di disperazione incredibile. Bisognava aspettarsi che dopo il fallimento del secondo Camp David, la situazione precipitasse in un’altra Intifada. La provocazione di Sharon sarà stata pure importante ma non troppo; l’Intifada sarebbe scoppiata per qualsiasi altra ragione: i palestinesi non potevano più sopportare questa situazione.
Purtroppo il governo Barak, oltre a non far niente per trovare delle soluzioni valide, che dessero una certa giustizia ai palestinesi; invece di cercare le vie del compromesso, ha tentato di domare con forza questa Intifada. Siamo arrivati alla pratica della liquidazione, con il signor Barak che si è mostrato fiero della liquidazione di un leader palestinese. Ma Israele è uno stato di diritto, non è una repubblica delle banane che può permettersi delle liquidazioni! E’ inconcepibile; in uno stato di diritto si lotta con mezzi legali, e si condannano, e a giusto titolo, gli atti di terrorismo palestinesi, ma non sono d’accordo col terrorismo di stato del governo Barak e di altri governi israeliani.
Qual è stato l’errore più grave di Barak?
Barak ha tentato di costringere i palestinesi ad arrivare a un accordo totale, che non solo era impossibile, in particolare su due problemi: quello di Gerusalemme e quello del ritorno di cui parlerò fra poco, ma anche perché è irrealistico pensare a una fine improvvisa del conflitto.
Vede, le cose sono molto complicate, io penso, e l’ho detto qualche mese fa, che anche se gli israeliani e i palestinesi arriveranno a degli accordi firmati, questa situazione di guerra di logoramento, guerra è una parola grossa, ma di lotta di logoramento, durerà qualche anno, 5-10 anni perché si è creato un fossato enorme, il peggiore fossato di odio fra israeliani e palestinesi dal ‘49, molto più grande del fossato della prima Intifada. E’ dal ‘67 che io vado nei territori occupati: ebbene, per la prima volta qualche mese fa, amici palestinesi mi hanno detto: “Stai attento quando vieni da noi”. Sono in pericolo, loro lo dicono apertamente.
C’era un gruppo di israeliani che ha portato già tre volte degli aiuti alimentari a villaggi palestinesi che sono nella carestia: ebbene, per ogni israeliano c’erano due palestinesi che facevano da guardia del corpo. Sono andati a portare aiuto, ma sono in pericolo perché l’odio è immenso.
Ma è opinione corrente, fra tanti osservatori, che Barak abbia offerto il massimo ai palestinesi…
Ma le sue proposte, se lei guarda bene, sono cattive proposte: cosa significa uno sta ...[continua]

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