Vjosa Dobruna co-presiede il Dipartimento per la Democrazia e la Società Civile nel governo congiunto dell’Onu.

Le ultime elezioni hanno visto un ritorno in massa al partito di Rugova, tradizionalmente moderato, e la netta sconfitta dei partiti legati all’ex Uck, quello di Thaci e quello di Ramush. Tu però non sei stata così soddisfatta dei risultati, perché?
Premetto di essere stata positivamente sorpresa dallo svolgimento sia della campagna elettorale, che del giorno delle elezioni, perché non ci sono stati scontri e disordini. E tuttavia i risultati, che certo rispetto, non sono quelli che mi aspettavo. Intanto speravo che venissero elette più donne, invece non si va oltre l’8,2%, ma soprattutto speravo di vedere eletti rappresentanti di più partiti politici. Così da non arrivare a questo 59% dell’Ldk, ma avendo una certa varietà di partiti; qui invece si è trattato di una sorta di plebiscito e questo non rappresenta un segnale tranquillizzante, perché la democrazia è maggiormente garantita da una situazione di pluralità delle posizioni. Io credo che, per dire, il partito dei Verdi avrebbe potuto avere almeno un 5%, invece non hanno conquistato niente! Ecco, in questo senso non sono soddisfatta.
E poi io non considero l’Ldk un partito moderato, perché il concetto di moderato o radicale in Kosovo non è lo stesso che altrove. Perché se “radicale” significa essere per l’indipendenza del Kosovo, ebbene allora ogni singolo kosovaro (eccetto i kosovari serbi) oggi è radicale; tutti i partiti che hanno partecipato alle elezioni in Kosovo sono radicali. E guardate che sto parlando anche del partito dei turchi, dei bosniacchi, degli ashkali, dei rom… vogliono tutti l’indipendenza del Kosovo. Ecco allora che tutti in Kosovo, in questo senso, sono radicali. Ma allora cosa significa essere radicali o moderati in Kosovo? Significa solo che l’Ldk è più flessibile sul piano del tempo da attendere per l’indipendenza? Mentre gli altri vorrebbero l’indipendenza più in fretta? Francamente, questa è l’unica differenza che vedo io tra moderati e radicali in Kosovo.
Ma in Kosovo esistono differenze consistenti tra i serbi e gli albanesi locali rispetto alle tradizioni, gli usi e i costumi?
I kosovari hanno un’identità in quanto “kosovari”. Certo, esistono delle differenze tra i vari gruppi etnici che vivono in Kosovo, ma nella vita quotidiana direi che siamo molto simili. Solo la lingua resta il vero discrimine.
Anche il sentimento di appartenenza religiosa qui non è mai stato forte, nemmeno tra i serbi. La religione è diventata importante solo con l’inizio degli anni ‘90, quando la Chiesa ortodossa e l’Accademia delle Scienze hanno dato legittimità all’isteria sciovinista serba. Nessuno dei miei amici serbi era praticante, andava in chiesa o pregava, prima del 1990.
A questo si aggiunge senz’altro anche un’incomprensione della comunità internazionale rispetto alla possibilità di essere laici all’interno di società in cui si pratica la religione musulmana. Ma questo è più un problema della comunità internazionale che non dei kosovari. Lasciatemi fare solo un esempio: la maggior parte dei kosovari è solita lasciare le proprie scarpe fuori dalla porta quando entra in casa. Ebbene questa viene vista come una tradizione musulmana, islamica, ma lo fanno anche i serbi!
Voglio dire è una scelta pragmatica. E poi anche il tasso di nascita delle donne serbe in Kosovo è più vicino a quello delle donne albanesi che delle donne serbe di Serbia.
Ma se nella vita quotidiana i serbi del Kosovo avevano più in comune con gli albanesi che con i serbi della Serbia, come è potuto accadere che in breve i serbi locali abbiano cominciato a sentirsi, per così dire, dall’altra parte? Anche dalla tua esperienza personale, come hai visto cambiare i tuoi amici o colleghi?
Credo ci siano stati due processi paralleli che hanno contribuito al configurarsi di questa situazione. Il primo è legato alla presa di consapevolezza dei kosovari albanesi, nei primi anni ’80, di non poter beneficiare di pari opportunità rispetto ai serbi.
E poi nel 1981 c’è stata quella che è stata chiamata la “controrivoluzione”, anche se per me si è trattato di una specie di “nazionalismo economico democratico”, perché lo slogan principale alle dimostrazioni era “il Kosovo produce e Belgrado costruisce”. Perché democratico? Perché per la prima volta nella ex Jugoslavia, gli studenti parteciparono alle proteste di strada chiedendo cambiamenti non rispetto a ...[continua]

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