Giuseppe Burgio è dottore di ricerca in Pedagogia Interculturale e attualmente ricercatore in Pedagogia all’Università di Palermo; oltre a Mezzi maschi. Gli adolescenti gay dell’Italia meridionale. Una ricerca etnopedagogica, per le edizioni Mimesis ha pubblicato La diaspora interculturale. Analisi etnopedagogica del contatto tra culture: i Tamil in Italia (Pisa 2007).

Il tuo libro è il risultato di una ricerca, e di un’esperienza, fatta fra giovani adolescenti omosessuali. Ce ne puoi parlare?
Sì, è stata un’indagine sulla costruzione della maschilità in adolescenza di studenti omosessuali, su come si fa, cioè, a costruirsi un’identità maschile in un contesto in cui i compagni non ti considerano maschio, ma ti considerano una mezza femmina. Uno dei presupposti della ricerca, infatti, è che l’omosessualità non sia uguale ovunque e che attualmente in Italia si confrontino due modelli, quello che Barbagli e Colombo definiscono dei gay moderni, che è quello che noi conosciamo, del gay pride, dei pub gay, dell’orgoglio gay e che è rappresentato dal dichiararsi, dall’avere visibilità pubblica, con storie di coppia anche lunghe, tra due persone che si dichiarano entrambe omosessuali e che hanno un’alternanza di ruolo sessuale sia attivo che passivo. L’altro modello, quello su cui ho concentrato il mio lavoro, esiste ancora nel sud in maniera residuale ed è costituito dalla cosiddetta omosessualità mediterranea, in cui i soggetti che si dichiarano omosessuali hanno rapporti occasionali con uomini eterosessuali dal ruolo sempre attivo. In questo caso il carico simbolico del rapporto sessuale viene sostenuto solo dall’omosessuale, in quanto l’eterosessuale non pensa di avere avuto un rapporto omosessuale, cosa che invece tecnicamente è. Insomma, chi è attivo è maschio, sia che vada con uomini che con donne, chi è passivo è femmina, donna o omosessuale che sia. Io penso che questo modello mediterraneo sussista non solo al sud (in Sicilia, dalle storie che i ragazzi raccontano, è ancora molto presente) ma anche in altre parti d’Italia, nei ceti sociali più bassi, in provincia più che in città. Spesso, poi, al sud i due modelli coesistono. Questi ragazzi possono passare una serata in un pub gay che funziona un po’ come quelli del nord Italia e poi andare a cercare sesso in un parco dove funziona il modello della sessualità mediterranea. La compresenza di questi due modelli crea negli adolescenti omosessuali al sud una difficoltà in più, perché mentre al nord devono "semplicemente” aderire a un modello confezionato, al sud devono scegliere tra due modelli che hanno implicazioni diverse rispetto alla costruzione della soggettività. Mentre il modello gay del nord Italia prevede l’orgoglio dell’essere omosessuale, riconosciuto come un orientamento sessuale accanto a quello eterosessuale, nella sessualità mediterranea l’omosessuale è uno venuto male, uno difettoso, mezzo maschio e mezza femmina.
Così diventa molto più difficile costruirsi come soggettività adulte e serene.
Veniamo alle problematiche più generali degli adolescenti omosessuali...
Una di queste è certamente il rapporto con i genitori. Spesso la notizia dell’omosessualità del figlio è uno stress emotivo per la famiglia e le reazioni sono le più varie. Manuel, un ragazzino che ho intervistato, racconta che quando lo ha detto alla madre, questa ha preso una bottiglia di vetro e gliel’ha tirata addosso ferendolo, ho visto la cicatrice. I genitori di omosessuali sono spesso impreparati a questa notizia e allora devono essere i figli a fare consulenza, devono comprendere, spiegare e gestire le emotività dei genitori.
Secondo me la differenza fondamentale è tra genitori che buttano fuori di casa e genitori che non buttano fuori di casa. I genitori che dicono: "Non sono d’accordo, questa cosa non la capisco” ma mantengono un rapporto affettivo di riconoscimento, ottengono un effetto di protezione rispetto alla stabilità emotiva dei figli. Dovessi pensare a una pedagogia della famiglia per i genitori di adolescenti omosessuali direi che è fondamentale non chiudere i canali di comunicazione. Anche se non è facile perché socialmente l’omosessualità rappresenta ancora una serie di cose negative: l’impossibilità di diventare nonni, la paura che il figlio vada incontro a una vita difficile, il terrore di malattie, la vergogna verso i vicini, ecc. In questo, credo sia cruciale il rapporto con il padre. Lo dico perché in genere è il rapporto che diventa più difficile alla scoperta dell’omosessualità, ma che sia tuo padre a insegnarti come si fa la barba anche se sei omosessuale è una cosa decisiva nello sviluppo psichico di un maschio.
Un altro ambito di criticità è la scuola, per vari motivi. Uno è quello della violenza simbolica. Alcuni ragazzi raccontano di essere stati presi in giro dai docenti, di essere stati derisi e picchiati dai compagni e soprattutto di non avere un riconoscimento, un rispecchiamento negli argomenti di studio. L’eterosessualità viene insegnata in maniera informale attraverso il modello genitoriale, attraverso il cinema e la letteratura, i programmi scolastici; perfino il sussidiario della scuola elementare prevede l’immagine del padre che torna a casa e trova la madre ai fornelli. Non esiste il corrispettivo per gli omosessuali, che devono crescere affrontando un deficit educativo, cioè devono essere maestri di se stessi, senza modelli di riferimento che possano aiutarli. Come si fa a diventare eterosessuali adulti lo sappiamo tutti, sappiamo come si fa a invitare a uscire una ragazza alla sera, che dobbiamo portarle i fiori, che non dobbiamo baciarla al primo appuntamento, mentre il corrispettivo per gli omosessuali non c’è. I genitori non possono essere figure educanti, la scuola è assolutamente latitante in questo, in più non esiste una trasmissione di sapere tra le varie generazioni di omosessuali. Un omosessuale che oggi ha 60, 70 anni non ha nessuna occasione di incontro con quelli che ne hanno 40, 30 o 15. Ciò significa che ogni generazione di adolescenti omosessuali ricomincia daccapo. Gli eterosessuali hanno millenni di accumulazione di sapere, mentre gli omosessuali ricominciano daccapo. In realtà gli unici punti di riferimento sono quelli negativi: l’insulto, la barzelletta sui finocchi, le scritte sui muri dei giardinetti. Il rischio è che subiscano solo un’educazione perversa a ciò che c’è di sbagliato nell’essere omosessuali nella società, senza aver alcun corrispettivo positivo.
Questo, certamente, capita per molti gruppi minoritari della società. Per esempio un ragazzino nero può subire una forte stigmatizzazione sociale, però nasce da genitori neri e ha un contesto di riferimento che filtra i messaggi negativi provenienti dall’esterno. Un ragazzo omosessuale non nasce da genitori omosessuali e a fatica si costruisce un contesto amicale che possa filtrare i messaggi negativi. Quindi dall’infanzia alla tarda adolescenza, un ragazzo omosessuale vive in un contesto in cui gli viene continuamente ricordato che ciò che lui è, è sbagliato.
Do un dato: l’insulto statisticamente più usato nelle nostre scuole è frocio. Viene usato dalle sette alle dieci volte al giorno, quindi viene sentito dalle sette alle dieci volte al giorno da un adolescente omosessuale. E questo non solo alle scuole superiori perché frocio è una delle prime parole che viene imparata dai bambini, alle scuole materne addirittura. I bambini la usano senza sapere cosa significa, lo apprenderanno solo in seguito, ma la sentono usare dagli adulti come un insulto e così fanno loro, anche quando non è adeguata al bersaglio. Non si dice frocio soltanto al compagno effemminato, si dice frocio anche al compagno che sbaglia il tiro in porta. E’ un insulto generico adatto a qualunque occasione.
Ma la scuola non può far nulla?
La scuola non assume questo ruolo, per vari motivi. Innanzitutto gli insegnanti non sono preparati per affrontare questa tematica, poi le condizioni della scuola italiana sono drammatiche. Immaginate un insegnante in una scuola a rischio: già deve stare attento a che il ragazzo non strangoli il compagno di banco, ha studenti in situazione di handicap, milioni di scartoffie da fare, educazione alla salute, alla legalità, all’alimentazione, alla pace, alla cittadinanza, all’educazione stradale; dovrebbe fare anche educazione alla differenza di orientamento sessuale? Ci sono alcuni episodi divertentissimi in questo libro di un ragazzo che si chiama Alessandro e parla del suo insegnante di religione, che anziché occuparsi di teologia aveva un unico argomento di insegnamento: l’omosessualità. Le sue teorie erano: che l’omosessualità è l’effetto di una sindrome psichica di cui non ricordo il nome, o del complesso causato dalla piccolezza del pene che porterebbe a evitare il rapporto con le donne per non subire una mortificazione. Un altro ragazzo, Angelo, racconta che il suo insegnante di scienze spiegando i cromosomi maschile y e femminile x ha detto in classe che Angelo ha i cromosomi confusi, mostrando ignoranza della materia, scarsa sensibilità e professionalità zero.
Questa sorta di deficit educativo ha solo due parziali eccezioni, una di queste è il gruppo dei pari; questi ragazzi omosessuali a volte hanno la fortuna di conoscere altri coetanei omosessuali e così imparano tra pari. Solo che in questo modo c’è uno scambio di informazioni tra persone che non sanno niente o quanto meno poco, e allora, di fatto, imparano per tentativi ed errori, più per errori che per tentativi in realtà. Sono autodidatti che devono confrontarsi con un mondo ostile.
Esiste tutta una mitologia legata a che cosa significa essere omosessuale. Le pagine di questo libro sono piene dell’interrogarsi di questi ragazzi sul muoversi in maniera effeminata o no, su quando avere il primo rapporto sessuale, sull’essere promiscui o scegliere storie d’amore, se è lecito o no andare a cercare sesso anonimo in luoghi di incontro all’aperto, ecc. E allora a queste problematiche di tipo educativo, come reagire al bullismo scolastico, dirlo o non dirlo in famiglia, dirlo o non dirlo agli insegnanti, spesso rispondono con una sperimentazione sulla propria pelle e molte volte dai loro racconti emergono le cicatrici. Non tutti per fortuna: esistono storie di adolescenti omosessuali felici, che non hanno avuto problemi con i compagni, anzi spesso utilizzano il fatto di avere avuto rapporti sessuali prima dei compagni eterosessuali per assumere una posizione di leader all’interno della classe, o i compagni riconoscono loro un coraggio e una forza superiori per il fatto di essersi dichiarati.
Quindi non è affatto detto che gli adolescenti omosessuali abbiano un destino di infelicità già scritto, ma hanno sicuramente dei compiti di sviluppo più complessi di quelli dei compagni eterosessuali.
Negli altri paesi come funziona?
Nei paesi anglosassoni questo tema è considerato all’interno del multiculturalismo: così come esiste il rispetto per le diversità etnico-culturali, esiste il multisessualismo, cioè il rispetto per le differenze di orientamento sessuale. Si attua una pedagogia delle differenze che include i temi della differenza di genere e di orientamento sessuale. Esistono dei programmi per la riduzione del bullismo, per la valorizzazione delle genealogie omosessuali, dei punti di riferimento positivi, oltre a una serie di attività per la salute e per ridurre il rischio di suicidio. Tra gli adolescenti che tentano il suicidio, la prima causa è proprio la non accettazione sociale dell’omosessualità.
Un altro piano è quello delle genealogie. Questi adolescenti hanno fame di simbolico, passano moltissimo tempo a cercare letteratura omosessuale, cinematografia omosessuale, chattano tra omosessuali, mostrando un bisogno di riconoscimento legato non tanto alla pratica sessuale quanto al riconoscimento simbolico.
Vivono in una società in cui possono fare sesso omosessuale, ma senza poter avere un riconoscimento simbolico di cui sono alla costante ricerca. Così attuano una serie di pratiche di citazione: per esempio, la sessualità compulsiva o lo "scheccheggiare”, cioè l’avere movenze effeminate, o l’aggiungere gay a ogni cosa di cui si occupano per cui seguono la "moda gay”, l’"attore gay”. E’ un modo per riguardarsi continuamente, per affermare simbolicamente il loro desiderio che la società non riconosce.
La libertà e la felicità degli adolescenti omosessuali dipende dalla libertà e dalla felicità degli adulti omosessuali e questo secondo me è stato sottovalutato dalle politiche di inclusione dei soggetti omosessuali, in particolare in Italia. Nei paesi dove questo accade è emerso che l’esistenza di riconoscimenti giuridici per le coppie gay ha un effetto positivo nei processi di soggettivazione degli adolescenti. Cioè crescere sapendo che l’esistenza degli omosessuali è riconosciuta dallo stato in qualche maniera ha un effetto positivo e un feedback di autostima positiva.
Questo vale dal punto di vista della legislazione, dal punto di vista dei programmi scolastici, dal punto di vista del riconoscimento sociale. La cosa positiva che emerge da questa ricerca è che contrariamente a quello che capita dal punto di vista del riconoscimento legislativo, questi adolescenti stanno portando avanti una rivoluzione dal basso. E’ la prima generazione in cui gli omosessuali sono dichiarati a scuola e si confrontano nello stesso banco, gomito a gomito con ragazzi eterosessuali.
Cosa vuol dire che sono dichiarati a scuola?
Che i loro compagni sanno che sono omosessuali. Automaticamente questo fa sì che i loro compagni e i loro professori diventino eterosessuali dichiarati, non sono più la normalità che non ha bisogno di un’etichetta: la presa di parola da parte degli adolescenti omosessuali costringe gli adolescenti eterosessuali a una parzialità, a riconoscersi come una parte del maschile, assumendosi l’identità eterosessuale e interrogandosi di rimando su cosa significhi essere maschi eterosessuali. E’ la prima generazione in cui questo avviene. In più, dalle statistiche sulla sessualità adolescenziale si vede che si è abbassata l’età dei primi rapporti sessuali ed è aumentata la sperimentazione sessuale, cioè capita sempre più spesso che studenti eterosessuali abbiano rapporti con compagni omosessuali. Generalmente per gli eterosessuali è sperimentazione sessuale, magari per gli omosessuali vi può essere l’innamoramento. Di fatto questo rende la scuola attuale un laboratorio di maschilità. La maschilità del futuro si sta creando nelle nostre scuole, ma purtroppo si crea in maniera ambigua, perché non c’è una direzione chiara.
Manuel, durante l’intervista, alla domanda su quale sia il suo sogno risponde che è avere un amico eterosessuale, e io penso subito che sia un amico con cui fare sesso. Invece lui mi spiega che desidererebbe un amico eterosessuale, perché ha soltanto amiche femmine e amici omosessuali e sente il bisogno di un confronto amicale, non sessuale, con un compagno maschio eterosessuale.
Altre storie invece mostrano dialoghi fecondi, in cui c’è da entrambe le parti la curiosità di conoscere l’alterità e che cosa significa essere maschi in adolescenza al di là -ma non a prescindere- delle differenze di orientamento sessuale. Allora questo è un laboratorio in ebollizione, si va dal bullismo alla vittimizzazione, al non riconoscimento della differenza e allo stesso tempo comitive di maschi eterosessuali e omosessuali che escono insieme e frequentano insieme locali sia gay che eterosessuali andando a volte in abbordaggio, in formazione mista, per la "pesca a strascico”, per così dire.
Esistono degli studi sulle reazioni che hanno gli uomini eterosessuali quando si trovano in presenza di uomini dichiaratamente omosessuali. Le reazioni sono quelle del panico, cioè aumento delle palpitazioni e della sudorazione, difficoltà a mantenere un contatto oculare e tendenza a scappare. Questa è la reazione somatizzata di un tabù sociale. Ma un conto è essere adulti e un conto è essere adolescenti. In un periodo in cui ci si costruisce la propria identità sessuale è molto più facile fare stupidaggini, utilizzare scorciatoie per non affrontare i propri compiti di sviluppo, specialmente per i maschi.
Di solito i maschi vivono con la madre fino a una certa età e in un ambito di cura; quando raggiungono la pre-adolescenza vengono socialmente e familiarmente indotti a staccarsi dall’ambito materno e femminile e ad avere atteggiamenti e performance maschili. Stanno molto più tempo con il padre, fanno giochi competitivi e quello che prima era considerato positivo e cioè l’essere collaborativo, l’essere empatico, il bravo bambino ubbidiente, nella pre-adolescenza comincia a diventare negativo.
I ragazzi sono costretti a cambiare completamente e ad assumere come valori quelli che prima erano disvalori e come disvalori quelli che erano valori. La madre ad esempio, prima scoraggiava il fatto che ci si picchiasse tra compagni, poi comincia a dire al figlio di non prendere le botte ma di darle a chi lo provoca. Questo lo dico perché noi tendiamo a pensare agli adolescenti maschi come a dei ragazzi "stronzi”. In realtà le ragazze non hanno questo stress emotivo del cambiare completamente punti di riferimento valoriale. I ragazzi invece devono costruire la propria maschilità. Infatti a una bambina nessuno dice: "Comportati da donna”, mentre i maschi vengono continuamente esortati a essere uomini, a non fare le femminucce. Io credo che questo stress emotivo sia all’origine di una conflittualità molto più accentuata in ambito pre-adolescenziale e adolescenziale e coincida con gli anni della scuola media e della scuola superiore.
A questo proposito, per gli adolescenti eterosessuali ci sono problemi legati alla prestanza, al superamento della verginità, a complessi di vario genere. Per gli adolescenti omosessuali c’è qualcosa di analogo, legato al problema del dover essere?
Innanzitutto esiste per tutti gli adolescenti un’ignoranza sconfortante. Ad esempio nel 2008 la maggior parte degli adolescenti maschi pensa che la rottura del frenulo durante un rapporto sessuale sia una cosa obbligatoria e molto dolorosa, per cui hanno questo terrore della prima volta. Quando ho lavorato e fatto educazione sessuale nelle scuole, queste paure sono emerse sempre con biglietti anonimi o con il pretesto classico dell’amico che vorrebbe sapere. Ovviamente l’ambito della sessualità è un ambito di sperimentazione: è molto comune la masturbazione collettiva, per vedere chi ha prima l’orgasmo, ci si confronta rispetto alle dimensioni, si urina collettivamente per verificare chi ha il getto più lungo e c’è tutta una simbologia legata al pene come arma offensiva. Per esempio un gioco molto in voga tra gli adolescenti è quello di darsi colpi sui genitali perché il presupposto è che non siano organi fragili, ma che siano organi resistenti in sé. Questi dubbi sono comuni a tutti gli adolescenti maschi, ma è chiaro che il valore di queste sperimentazioni è diverso se a viverle è un adolescente omosessuale o un adolescente eterosessuale. Per esempio, un adolescente omosessuale che urina in pubblico ha un carico emotivo in più nel confrontarsi con i genitali dei suoi compagni perché questi sono anche oggetto dei suoi desideri. E’ un punto di vista psicologico molto più complicato. Questo rispetto all’ambito della funzionalità sessuale.
Riguardo poi il comportamento sessuale, per gli omosessuali tutto è molto più complicato perché essendo un gruppo oppresso hanno minori spazi sociali di manifestazione. E allora gli adolescenti omosessuali hanno esperienze promiscue precoci, come il fare sesso in un parco o in un parcheggio mentre quelli eterosessuali di solito sono più tutelati. Può capitare, ad esempio, che un omosessuale faccia sesso prima del primo bacio. Per gli eterosessuali, invece, c’è una progressione, riconosciuta e accompagnata. Così la mamma è contenta se il figlio ha la ragazzina e non si stupisce se sta chiuso con lei in camera a studiare; se la stessa cosa avviene tra il figlio omosessuale e un suo amico, spesso la reazione è molto diversa. La non accettazione sociale rende la vita molto difficile agli omosessuali con il rischio di esporli a esperienze sgradevoli, perché è chiaro che è molto più facile essere aggrediti, derubati o ricattati in un parco piuttosto che in città di giorno.
Io faccio il pedagogista e la mia ottica è tesa ai rischi eventuali e riconosco una condizione di rischio per gli adolescenti omosessuali. Questo non significa che abbiano già un destino segnato, così come la vita del ragazzo eterosessuale non è sicuramente facile. E’ drammatico avere a che fare con i brufoli, con l’insicurezza del piacerò o non piacerò, con il confrontarsi con le ragazze magari più grandi ecc. Per l’omosessuale, però, oltre al problema dei brufoli e della propria sicurezza, c’è anche l’incognita della sessualità dell’altro, della condivisione o meno dell’omosessualità. In un periodo difficile come l’adolescenza gli omosessuali hanno una difficoltà in più, che però non è predittiva di sfiga nella vita.
Cosa pensi della tendenza, comune ai gruppi stigmatizzati, dello stare insieme e della conseguente difficoltà a frequentarsi, da entrambe le parti, tra eterosessuali e omosessuali.
Secondo me sono varie le implicazioni, innanzitutto a scuola, secondo le statistiche, gli omosessuali sono tra il 5 e il 10% della popolazione. Ciò significa che in una classe di 25 alunni abbiamo in media uno/una omosessuale. Questi omosessuali si riuniscono durante la ricreazione e questo è fatto per fare massa critica, così è molto più facile resistere al bullismo: creare massa è un fattore di protezione, oltre che di riconoscimento.
Un altro problema posto spesso dai ragazzi che ho intervistato è quello dei locali. Quasi tutti si lamentano di andare sempre in un unico locale. Ho chiesto loro perché non ne frequentino altri e mi hanno risposto che se vogliono dare un bacio al fidanzato e lo fanno in un locale non per gay, la gente li guarda. Sono osservati da tutti, sia che siano contrari all’omosessualità sia che siano favorevoli. Pertanto non sono più semplicemente dei ragazzi che hanno voglia di bersi una birra con il fidanzato perché magari hanno preso una insufficienza a scuola e vogliono rilassarsi, ma rappresentanti dell’omosessualità, sempre disponibili a dare conto e ragione. Allora così come è bene abituarci a pensare che esiste un orientamento omosessuale e uno eterosessuale e non una norma e una devianza, la stessa cosa dovremmo pensarla per i locali pubblici. Non più locali normali e il ghetto gay, ma locali che di fatto veicolano un simbolico eterosessuale e locali che veicolano un simbolico omosessuale. Ciò detto vale il discorso del paragone con il movimento femminista. E’ stato utile il separatismo, i gruppi di autocoscienza, il ritrovarsi tra donne per affrontare argomenti che con gli uomini era difficile affrontare, ma poi il passo successivo è appunto il confronto. Lo stesso vale per gli omosessuali.
Sono personalmente favorevole a spazi anche fisici separati che possano permettere agli omosessuali di trovare la forza, la serenità, l’autostima per essere poi pronti a un confronto con gli eterosessuali. L’obiettivo educativo deve essere una scuola come incubatrice di una società in cui non ci siano giusto e sbagliato, ma le differenze interagiscano liberamente, arricchendosi nel confronto reciproco.
Io ho l’impressione che gli adolescenti eterosessuali traggano beneficio dal confronto con gli omosessuali. Per esempio vengono messi in discussione rispetto a una concezione machista della virilità, mentre prima davano per scontato la normalità del machismo. Ora il machismo è solo uno dei modi dell’essere maschio e ce ne sono altri che non si basano sull’oppressione delle donne, sulla stigmatizzazione degli omosessuali.
Però se viene fatto cadere il tabù dell’omosessualità, non è detto che non aumenti la sperimentazione sessuale, come dicevi prima...
La masturbazione collettiva tra gli adolescenti è sempre avvenuta, non si chiamava omosessualità. Adesso tendiamo a dare un nome alle cose, e questo ha creato una sperimentazione consapevole tesa a chiarire il proprio orientamento sessuale. Dico questo perché la sperimentazione avviene anche al contrario, quasi tutti gli omosessuali hanno all’inizio rapporti con donne. Ma così come questo non ha avuto effetti di guarigione, tra virgolette ovviamente, è impensabile che possa avvenire il contrario. Tutte le statistiche mostrano che il comportamento sessuale dei maschi è stabile nel tempo e prevede una stragrande maggioranza di comportamento eterosessuale e una minoranza, pari al 5-10% di comportamento omosessuale. L’orientamento sessuale secondo gli studi è di solito rigido (a parte quei pochi casi di bisessualità), e normalmente non cambia nel corso della vita.
La mia ottica educativa è quella che gli omosessuali esistono, noi possiamo farne degli omosessuali felici o degli omosessuali infelici, dei reietti della società o degli uomini che possono mettere la loro ricchezza a servizio della società. Il deficit educativo di cui parlavo all’inizio è una cosa negativa, ma devo dire che la mancanza di punti di riferimento può avere anche un effetto collaterale positivo. Spesso si sente dire che i gay sono sensibili, ed è un luogo comune perché io conosco degli omosessuali che sono l’insensibilità personificata, però c’è un dato reale e cioè: crescere senza punti di riferimento dà la massima libertà creativa. Il lottare contro un contesto avverso rende psicologicamente e caratterialmente più attrezzati a resistere. In più, il non doversi conformare a delle caselle prestabilite permette di costruirsi in maniera radicalmente più originale. Questo ha prodotto nei secoli geni omosessuali. Esistono anche ovviamente geni eterosessuali, però se questo è un effetto secondario del deficit educativo, allora gli omosessuali possono avere un ruolo di fermento nella società e pertanto è importante metterli in grado di arricchirci tutti e non mortificare lo sviluppo della loro personalità.
Tutto questo secondo me non comporta alcun rischio, non riesco a individuare rischi nella crescita di una personalità omosessuale sana e piena. Vedo solo vantaggi e mi pare anche una logica conseguenza del percorso interno alla pedagogia. L’educazione è sempre stata maschile, le donne vanno a scuola dalla fine del Seicento e per noi, ora, è un fatto scontato occuparci del femminile nella scuola. Seconda tappa è stata l’integrazione delle persone in situazione di handicap. Un’altra tappa è stata quella del multiculturalismo, la presenza di studenti stranieri ci ha costretti a confrontarci con una nuova differenza. Mi pare che l’orientamento sessuale sia lì che aspetta sulla soglia un riconoscimento da parte del mondo dell’educazione. Noi non possiamo continuare a inglobare una differenza alla volta, e solo quando c’è una pressione sociale che ci costringe. Dovremmo pensare a una scuola delle differenze aperta a 360°, che le lasci esprimere e le valorizzi e permetta l’arricchimento reciproco. Il sogno di un’assenza di differenze nella scuola è un’utopia. Anche se noi prendiamo una classe formata da adolescenti maschi, della stessa età, dello stesso ceto sociale ci saranno comunque milioni di differenze.
Allora conviene nominarle invece che tacerle. Io purtroppo temo che il sistema educativo italiano prenda una direzione con un disegno opposto perché alla scuola pubblica vengono sempre più sottratti finanziamenti e le scuole private, che sono per definizione omogenee, puntano proprio sull’assenza di differenze. Allora in una società di sole scuole private, dove si incontrano le differenze? Attualmente la scuola statale è l’unico spazio pubblico rimasto, dove si confrontano il ricco e il povero, il bianco e il nero, l’eterosessuale e l’omosessuale, il normodotato e il portatore di handicap. La fine di questo spazio significherebbe una deculturizzazione enorme per il nostro paese.
Una questione più teorica. Qualcuno sostiene che c’è un periodo di zona grigia nella formazione del ragazzo in cui questi può prendere strade diverse. E’ vero? E nel caso cosa può o deve fare un educatore?
Io non sono convinto dell’esistenza della zona grigia, perché tutti gli adolescenti intervistati dicono di avere saputo di essere omosessuali dall’età di quattro anni, quindi in un’età molto precoce. Lo studio di Paolo Rigliano conferma questa ipotesi.
Ciascuno di noi è predisposto all’apprendimento di una lingua, quale poi sarà dipende da dove nasciamo e da quale lingua ci insegna nostra madre. Lo stesso avviene per il desiderio. Noi siamo predisposti al desiderio, come poi si costruisce dentro di noi è un atto creativo che nasce in relazione con l’ambiente, è fatto di rapporti con i colori, i suoni, i profumi, con figure di riferimento.
Noi siamo fissati con l’oggetto sessuale, per noi il mondo si divide tra persone che amano l’oggetto sessuale del proprio sesso e persone che amano l’oggetto sessuale dell’altro sesso. In realtà questa è una delle variabili della soggettività desiderante perché esistono omosessuali casti, eterosessuali casti, omosessuali che fanno sesso con la moglie solo se si travestono da donna, eccetera, eccetera. Esiste di tutto nell’ambito della sessualità. Quindi allo stato attuale degli studi, in particolare questo di Rigliano che a me pare il più convincente, il fenomeno è quello dell’autopoiesi, della fedeltà a se stessi, del fiore che sboccia. Qual è il processo, qual è la causa e quale l’effetto, qual è il granello di polvere che fa crescere all’interno dell’ostrica la perla, è una cosa che noi non sappiamo. A quanto pare è molto precoce e pare più probabile che sia influenzato dal taglio di capelli che aveva la zia e dalla temperatura di quell’estate a Rimini, che non da un atto di volontà, da un atto di conformazione a un modello.
Secondo me, quindi, bisogna dare modelli ai bambini e agli adolescenti, e bisogna darli tutti perché gli omosessuali di oggi vivono in un contesto di soli modelli eterosessuali, che sono quelli forniti da genitori, chiesa, scuola, cinema, televisione, fumetti.
Sarebbe un guaio se noi non avessimo questa educazione all’eterosessualità, ma è parimenti importante fornire modelli di identità omosessuale agli omosessuali. Il discorso sulla pluralità di modelli vale anche per gli omosessuali. Anche a loro dobbiamo fornire una pluralità di modelli e non indirizzarli verso un modello unico, per permettere uno sviluppo quanto più originale e fedele.
La cosa più bella di tutte le storie che ho raccolto è che comunicano una lotta, una ricerca di autenticità e fedeltà a se stessi.
Quindi se esistono adolescenti in crisi, eterosessuali o omosessuali che siano, noi dobbiamo fornire informazione, supporto emotivo, poi le scelte di vita è giusto che siano fatte dal soggetto. Io ho un’idea di educazione non come qualcosa che viene imposto, ma sempre come una forma di autoeducazione.
E’ il bambino, e l’adolescente, che utilizza gli adulti come strumenti per il suo processo di autoeducazione.